una traduzione di Chiara C.
Questo articolo di Phelister Wamboi Abdalla, coordinatrice nazionale di Keswa, è stato pubblicato su The Guardian il 17 Dicembre 2015
La giornata internazionale contro violenza sulle lavoratrici del sesso offre ai politici l’opportunità di riflettere sui molteplici benefici che la legalizzazione della prostituzione nel paese potrebbe portare.
Lavoratrici del sesso e attiviste per i diritti umani sono scese nella strade della cittadina di Nakuru, in Kenya, il 12 ottobre per protestare contro le uccisioni di sette lavoratrici del sesso avvenute nel giro di dieci giorni. Protestavano per chiedere alla polizia maggiore protezione e delle indagini adeguate.
La protesta, a cui hanno partecipato le famiglie delle donne uccise, è stata organizzata dall’Alleanza Lavoratrici del Sesso del Kenya(Keswa). Secondo stime di Keswa in Kenya ogni mese vengono uccise almeno 40 lavoratrici del sesso nell’indifferenza della polizia. La dimostrazione di Nakuru era parte di un movimento più ampio di lotta per la sicurezza e la giustizia per le lavoratrici del sesso. Quanto questa lotta sia necessaria è stato dimostrato il mese scorso quando a Kissi, una localita’ rurale, 300 lavoratrici del sesso sono state costrette a sottoporsi al test per l’HIV.
Negli ultimi anni le organizzazioni delle lavoratrici del sesso sono diventate più visibli. Anche il governo le sta riconoscendo come controparte con cui cooperare nella lotta per contrastare nuove infezioni da HIV. Nonostante questo, atti di violenza e violazioni dei diritti umani ai danni delle lavoratrici del sesso da parte della polizia e dei clienti continuano a ostacolare il loro accesso ai servizi sanitari. Creare un ambiente più sicuro per le lavoratrici del sesso è davvero urgente, sia da una prospettiva di diritti umani che di salute pubblica.
Decriminalizzare il lavoro sessuale in Kenya aiuterebbe molto a ridurre gli episodi di violenza. Dati esaustivi dimostrano che la criminalizzazione delle lavoratrici del sesso perpetua la violenza contro di loro. La criminalizzazione è un pretesto che la polizia usa per molestare le lavoratrici del sesso, le quali spesso devono pagare mazzette per evitare di essere arrestate. In alcuni casi arrivano a dover pagare alla polizia fino alla metà dei loro guadagni giornalieri. Se non possono pagare sono costrette ad avere rapporti con i poliziotti. Vengono stuprate. E quando denunciano gli abusi che subiscono alla polizia vengono ingorate.
Il comportamento della polizia deve essere compreso nell’ottica popolare per cui le lavoratrici del sesso sono causa del loro stesso male per via di quello che fanno.
Non possiamo ignorare la corruzione endemica alla radice della cultura in cui opera la polizia, la quale è parte di una più
ampia struttura politica dominata dagli uomini. La criminalizzazione delle lavoratrici del sesso continua a legittimare il loro sfruttamento quotidiano.
Un numero crescente di Kenyani è a favore della decriminalizzazione ma per alcuni la questione scatena un panico morale. Questa divisione all’interno della società è chiaramente riflessa nell’azione del governo: con una mano distribuisce profilattici alle lavoratrici del sesso per constrastare l’HIV e altre malattie sessualmente trasmissibili mentre con l’altra usa quegli stessi profilattici come prova del crimine per arrestarle.
Keswa è impegnata in un processo di riforme che coinvolgono diversi attori governativi per allineare il codice penale al disegno legge sui diritti umani che fa parte della nuova costituzione. Queste riforme devono però essere accompagnate da formazione specifica per la polizia perchè tratti le lavoratrici del sesso come persone portatrici di diritti e investighi i crimini commessi contro di loro.
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