Sei una donna fragile? L’uomo violento sarà attratto da te!

Lei scrive:

Cara Eretica,
Sono una giovane donna di ventidue anni che ama la vita, l’avventura, lo studio e lo svago. Sono giovanissima lo so, ma ho già avuto troppe esperienze che mi hanno marcato indelebilmente il cuore e da allora sono profondamente diversa da come mi sarei immaginata dieci anni fa. A diciannove anni sono uscita con una forza inaspettata da una storia violenta che mi stava succhiando via la gioventù. Ero follemente innamorata di lui, un ragazzo bello e carismatico di cinque anni in più di me. Tutto funzionava con una squilibrata meraviglia: i rave, la droga, l’alcool e il sesso. Ma mentre l’amavo sapevo di lanciarmi in un mare di veleno. La passione c’era, fin troppa forse, al punto di arrivare a nascondere, punire e segregare ogni lato di me che a lui non era congeniale. Cambiai il mio modo di vestire, di parlare, di pensare, cambiai le miei amicizie, chiusi la porta in faccia a chi era diverso dal nostro mondo e dal nostro modo di intendere la vita. C’eravamo solo io e lui, una monade perfetta, una diade simbiotica.

Per poco non persi il mio ultimo anno di liceo, lui era terrorizzato all’idea che iniziassi a frequentare l’università. Piangeva come un bambino a cui viene tolto il suo giocattolo preferito quando gli dicevo che avrei voluto continuare gli studi in una città più grande, perché temeva che l’avrei lasciato solo, in quel paesino di seimila abitanti a finire di corrodersi l’ultimo briciolo di umanità che gli era rimasta. Così mi chiese di andare a vivere da lui sei mesi prima della maturità. A diciotto anni mi sono ritrovata a badare ad una casa, ad andare a fare la spesa, a pulire, cucinare, stirare le camicie e ad aspettarlo la sera per riempirgli il piatto e a vederlo mangiare tutto soddisfatto del piccolo inferno incantato che avevamo creato. In tutto ciò mentivo ai miei genitori, marinavo la scuola ma continuavo a studiare tra un bucato da stendere e un pavimento da pulire.

Fortunatamente poi il morbillo mi salvò la pelle, lo so sembra un ossimoro. Febbre a quaranta e un mese in quarantena, dovetti per forza maggiore tornare a casa e visto che al mio primo segnale di debolezza mi scaricò da mia madre decisi di restarci e di non tornare a vivere da lui. Ad agosto dopo la maturità iniziarono le prime violenze fisiche. Era ubriaco come un cane lo stronzo. Gli dissi di posare l’ultimo bicchiere di grappa perché il mattino seguente doveva andare a lavorare ma mi rispose “fatti i cazzi tuoi tanto sono io quello che si guadagna da vivere”; provai a togliergli dalle mani il bicchiere di troppo ma non feci in tempo e un suo schiaffo veloce ed inaspettato mi fece sbattere la testa contro il muro. Provai a reagire ma non feci in tempo e un altro schiaffo finì sul mio viso all’altezza dello zigomo.

Provai a fermarlo ma non ci riuscivo, la forza delle sue braccia era inarrestabile, sapeva bene come colpire, lo stronzo, ché praticava box a livello agonistico. Tutto questo accadde sotto lo sguardo attonito di qualche ragazzo che stava lì a guardare senza agire, perché tra moglie e marito non mettere il dito, figuriamoci poi in un paesino dimenticato da dio in cui la violenza domestica è un rito famigliare. Poi i proprietari del bar decisero di chiamare i carabinieri che arrivano in pochi minuti e non notano o non vollero notare il mio occhio gonfio. Come una cogliona quella sera l’ho protetto e l’ho fatto per altri sei lunghi mesi infernali. Tornai a casa quella notte e il mattino seguente girai per casa con gli occhiali addosso. Ero livida del suo amore, come sempre d’altronde, ogni volta che facevamo l’amore ero piena di lividi ma ora era diverso.

Ora quei segni erano sul mio volto, mi aveva picchiato di proposito eppure dentro di me sentivo un misto di rabbia e potere. Sapevo che in quel momento avrei potuto chiedergli tutto, avrei potuto ricattarlo, lo stronzo. Mia madre si accorse subito della faccenda e mi disse che dovevo andarlo a denunciare e che avrebbe avvertito subito mio padre, una figura estremamente fragile per me, non di certo il solito padre premuroso e protettivo che una si aspetta. Decisi di non denunciarlo ma i miei mi imposero di lasciarlo; prenotarono un biglietto aereo per la Sardegna, l’indomani mattina mi avrebbero spedito ad Alghero dalla mia migliore amica di un tempo (ora sua compagna attuale), che stava trascorrendo lì le sue vacanze estive. Arrivata in Sardegna cominciarono le sue chiamate.

Era partito anche lui, aveva raggiunto i suoi amici in Puglia e se ne stava beato e senza pensieri in vacanza. Anche io stavo bene, ero lontana dalla fonte del mio malessere ma la notte gli incubi mi venivano a svegliare. Qualche giorno dopo decisi di rispondere ad una sua chiamata, mi disse che non sapeva vivere senza di me, che ero io la donna che desiderava e che non mi avrebbe fatto più del male. Come una cogliona ci ricascai un’altra volta. Tornati dalle vacanze iniziammo a vederci di nascosto, i miei mi avrebbero spaccato la testa se avessero saputo che lo frequentavo ancora. Da lì in poi mesi e mesi di cazzate, non riuscivo più a guardare in faccia mia madre che per tutto il periodo precedente della mia vita era stata la mia amica più cara, in lei riponevo tutte le mie speranze, paure ed incertezze ed ora invece era diventata peggio di un estranea.

Una volta mi trovò nella tasca della giacca una bustina di ketamina e non fu difficile per lei, ex sessantottina che di droga ne aveva vista per tutti gli anni 70, capire cosa contenesse quella busta bianca. Mi disse che ero una maledetta e che avrebbe preferito morire piuttosto che avere una figlia che si toglie la vita da sola piano piano, con una sostanza anestetizzante per cavalli. Il muro tra me e lei si inspessì ancor di più. Dopo un primo periodo nel quale mi sforzavo di inventare qualche balla fantasiosa per non farle scoprire che andavo da lui smisi anche di fare quello, inizia a fottermene completamente, entravo ed uscivo da casa come una scheggia impazzita, ero fuori controllo e stavo massacrando la mia famiglia che sofferente mi stava a guardare mentre mi incasinavo la vita.

Furono mesi di odio e amore, iniziai a scoprire i suoi tradimenti e ne ero ossessionata al punto che tirai fuori anche io la mia aggressività. Iniziai a strillare ad alta voce quello che non mi andava più bene e ad ogni mia ribellione c’era d’aver paura della sua imprevedibile reazione. Ma il sesso ci calmava, era un sesso così sporco e selvaggio che era quasi una terapia nel nostro rapporto. Mi piaceva essere sottomessa a lui, mi faceva sentire donna, pensavo che funzionasse così. Tu sotto, al limite anche sopra, ma comunque era lui che faceva le regole del gioco, al massimo mi divertivo con qualche travestimento da bambolina, tanto per rendere più smielata la faccenda. Era strano come mi sentivo dentro: energica eppure depressa, grintosa ma repressa, totalmente dipendente da un uomo, proprio io che a quindici anni giravo per casa gridando “la fica è mia e la gestisco io”, che portavo vanto al mio essere femmina, donna e strega.

Ero completamente subordinata a lui, in ogni sfera della mia esistenza. Così fu che un giorno durante un rapporto decise di fermarsi dentro di me e mi bloccò con forza affinchè non mi togliessi. Ero spaventata ma non potevo correre dal ginecologo, mi aveva avvertita, non mi avrebbe prescritto più la pillola del giorno dopo e forse aveva anche ragione, in un solo anno avevo ingerito quella pasticca per ben tre volte e avevo paura di tornare a chiedergliela di nuovo. Pensai allora di andare all’ospedale ma sapevo che avrei trovato medici obiettori di coscienza e lo stronzo mi scoraggiò ancor di più quando gli chiesi di accompagnarmi al pronto soccorso. Non mi restava che affidarmi alla fortuna e fu la mossa sbagliata. Rimasi incinta a diciannove anni e con lucida maniacalità iniziai a fare ricerche sul web per capire come e dove potevo abortire.

Perché questo era chiaro e lo avevo ben imposto a lui: io un figlio non lo volevo, e non volevo un figlio suo. Un figlio di un uomo che mi terrorizzava, non l’avrei amato come volevo e soprattutto mi avrebbe legato a lui per tutta la mia vita ed era quello che lo stronzo sperava ardentemente. Non l’avrei mai assecondato in questo, non avrei mai partorito il suo bambino e forse per la prima volta ero decisa a lasciarlo. Il piano era il seguente: mi sarei servita del suo appoggio per andare ad abortire e poi l’avrei scaricato. Lui era già pratico, con la sua ex aveva avuto la stessa storia di sesso, violenza e aborti e mi raccontava come dopo l’aborto il loro rapporto si era rafforzato, ma io sapevo già che il destino della nostra storia non sarebbe stato questo.

La sera del 25 dicembre di tre anni fa organizzammo una cena a casa sua con alcuni nostri amici. La solita cena di vizi, alcool e coca. Non avevo voglia di pippare e lui era quasi infastidito dalla mia presa di posizione; iniziavo ad avere la nausea della droga, mi faceva schifo quella vita che avevo costruito fino ad allora, iniziavo ad odiarlo, mi disgustava l’odore del suo alito pregno di alcool e veleno. Quando a notte inoltrata restammo soli gli comunicai la mia decisione: la nostra storia era finita, sarei tornata a casa il giorno seguente ed avrei comunicato a mia sorella la gravità della situazione e mi sarei fatta aiutare da lei per andare ad abortire. Gli chiesi di andare a dormire al piano superiore, visto che i suoi genitori non c’erano e malgrado il suo pianto isterico accettò la mia decisione e andò a dormire in un altro letto.

Il mattino seguente mi svegliai e mi accorsi che durante la notte si era intrufolato nel letto, ero su tutte le furie ma dovevo andarmene senza svegliarlo, così scesi dal letto, presi tutte le mie cose e iniziai a rivestirmi. Non feci in tempo a fare i primi passi che qualcosa di metallico colpì il centro della mia schiena. Caddi a terra, mi rialzai, mi girai e vidi che lui era sveglio. La rabbia esplose dentro di me, iniziai a strillare cercandomi di vestire nel più breve tempo possibile. Lui era in collera, diceva frasi senza senso e piangeva perché capiva che io da quella mattina ero cambiata, che non avevo più voglia di dipendere da lui, volevo cavarmela da sola e sapeva che ci sarei riuscita. Tirò fuori un coltello da cucina e iniziò a dire “mi ammazzo, è questo che vuoi, vuoi vedermi morire? Sappi che lo faccio” , peccato però che aveva il coltello dalla parte del manico. Voleva solo impressionarmi e ci riuscì, ebbi davvero paura che quella lama potesse conficcarsi nel mio stomaco e cercai di calmare la situazione.

Ripresi in fretta e furia a raccogliere le mie cose per scappare da quella casa ma ancora una volta non feci in tempo. Mi prese e mi buttò di forza sul divano, poi mi alzai e mi scaraventò a terra. Mi alzai di nuovo e provai a ribellarmi ai suoi colpi ma la sua forza era più che la mia, pesavo quaranta chili all’epoca ed ero incinta. Mi mise all’angolo del muro ed iniziò a prendermi a calci sulla pancia. Rimasi senza fiato almeno per un minuto, ero in pieno attacco di panico. Non so ancora come ma si fermò e riuscii a scappare da casa sua. Non feci nemmeno venti passi e decisi subito di chiamare i carabinieri, gli diedi la via dell’abitazione e forse per una volta fecero il loro lavoro. Chiamai piangendo mia sorella; durante il pranzo di Santo Stefano Marta si alzò e venne a soccorrermi, mentre tutta la mia famiglia era in stato di allerta.

Ero sconvolta e con le mani tenevo la pancia, non so se lo facevo per proteggere il bambino o per proteggere me, che ero ancora così giovane. Andai all’ospedale e mi feci visitare per ottenere un referto, prognosi di sette giorni e il dottore mi disse “Dai non ti è andata male!” “E ora con questo bambino che pensi di fare, lo sai che è un dono di Dio vero? Non puoi rifiutarlo. Magari poi con lui tutto si sistema e riuscirà ad accettarlo” . Non ebbi nemmeno la forza di rispondergli. Il dottore mi mandò ad un altro ospedale perché anche se non volevo tenere il bambino erano necessari ulteriori controlli per capire se i calci alla pancia avessero causato problemi all’embrione. Ma non me ne importava niente. Sapevo in che direzione concentrare le ultime gocce di energia per uscire da tutta questa brutta storia. Ero venuta a conoscenza qualche anno prima dell’esistenza della RU486 e iniziai ad informarmi per trovare una struttura che praticasse l’aborto farmaceutico.

Una settimana dopo ero al San Camillo nel reparto dove fanno gli aborti, un reparto che assomiglia a un sottoscala, buio e cupo, con poco personale disposto ad aiutarti. Come me tante donne erano lì per mettere fine alle loro gravidanze indesiderate, alcune erano anche accompagnate dai rispettivi compagni e a vederli avevo un sentimento misto di odio e tenerezza. Lui non c’era lì ma avevo accanto mio padre, forse per la prima volta concentrato veramente su di me. E poi c’era mia madre che senza nemmeno parlare mi ha sempre capito, lei che abortì per ben due volte mi diede tutto il suo amore e la sua solidarietà e forse da quel momento iniziai a vederla come Arianna, non più come madre ma anche come donna con la sua storia di vita e le sue paure.

Dopo qualche ora di fila ingerii quelle benedette pillole e mi spedirono nel reparto di ostetricia e ginecologia, ebbene si: mentre io espellevo con un’emorragia indotta dalle pillole l’embrione dalla mia vagina, la mia compagna di stanza con un pancione da far paura aveva le prime doglie. Mi incazzai terribilmente per quello che avevano fatto ma non potevo di certo mettermi ad infierire contro la sanità pubblica in quel momento, dovevo pensare solo a salvarmi e soprattutto dovevo stare calma. Tornai a casa con una specie di mestruazioni, avevo voglia di festeggiare ma non lo feci. Per quanto fossi figlia di due comunisti militanti nel fior fiore degli anni, in maniera latente la morale cristiana non dà scampo a nessuno e il medico che incontrai al pronto soccorso non mi risparmiò nulla.

Ero una donna che aveva rifiutato suo figlio, eppure io mi sentivo così sollevata nell’aver perso quel bambino non voluto, nato da un amore violento, preso a calci da suo padre ancor prima che nascesse. Ho abortito e ora sono felice. Ho abortito e lo rifarei di nuovo. Dopo un anno di psicoterapia e una diagnosi di disturbo post-traumatico da stress trovai anche il coraggio di portare avanti la denuncia che nel frattempo avevo esposto al commissariato. L’insonnia mi perseguitava e se riuscivo a dormire sognavo ancora la faccia del bastardo piena di rabbia. Furono mesi difficili. Nel frattempo mi trasferii a Roma ed ottenni brillanti risultati all’università e vidi la mia vita cambiare completamente.

Riacquistai la fiducia in me stessa e l’università mi servì per riavere un buon livello di autostima in me e nelle mie capacità. Conobbi persone interessanti e diverse da quelle che un paesino può offrirti e da allora fino ad oggi benedico ancora la forza che ho avuto per chiudere la porta ad un passato così duro ed aprirmi al futuro e all’imprevedibilità del presente che vivo. Sarebbe stato molto più semplice trastullarmi nell’alcool e nelle droghe, ma avevo solo un obiettivo in mente: la mia laurea, quasi un trofeo o meglio un riscatto. L’anno scorso finalmente mi chiamarono a testimoniare in tribunale e fu un momento difficile, lui ovviamente non si presentò e non era presente nemmeno il suo legale; quando il giudice mi chiese di raccontare in maniera precisa i fatti rividi dentro di me le scene di quella mattina di terrore, il cuore iniziò a battere all’impazzita e non sentivo più la saliva nella mia bocca. Riuscii a resistere al panico solo perché sapevo che stavo facendo la cosa giusta, perché l’unico vero strumento che abbiamo noi donne per difenderci dalla violenza domestica è denunciare.

Vanno denunciati questi bastardi, non esiste giustizia privata che regga di fronte all’imperativo della legge e anche se ho dovuto vedere il mio dolore quantificato in una somma monetaria risarcitoria stabilita da una sentenza, che comunque non potrà mai rispecchiare il danno enorme che ho subito, sono orgogliosa di aver trovato il coraggio di portare avanti questa azione legale e ora sento il dovere di dover incoraggiare ogni donna a farlo, perché di violenza non si deve vivere, la violenza non ci deve far tacere. Un uomo violento genererà un clima familiare autoritario e brutale, picchierà o sminuirà sua moglie e i suoi figli, che saranno a loro volta degli adulti o genitori violenti. La violenza è come una spirale, come un vortice ti risucchia ed è difficile individuarla, capirla ed uscirne. Si diventa dipendenti anche dalle botte che prendiamo. Ricordo che mia nonna mi raccontò di quando suo papà picchiava sua madre ogni volta che era ubriaco, la mia bisnonna puntualmente andava all’ospedale e quando il medico le diceva di denunciare il mio bisnonno lei le rispondeva “Ma che sei matto? Quello è mio marito! C’ho sette figli insieme a lui”.

Questo accadeva settant’anni fa però ed è una vergogna che accada ancora oggi. Donne, compagne, sorelle, streghe: abbiate sempre il coraggio di alzare la testa, di vita ne abbiamo solo una e non vale la pena viverla spente, perché in una sola vita si rinasce almeno cento volte. Anche quando ci si sente depresse non bisogna rinchiudersi nel malessere, la speranza è come un faro che si accende e si spegne e non dobbiamo aver paura di non rivedere la luce riaccendersi. Oggi posso dire di essere una donna, nonostante tutto il male queste storia mi ha formato, puoi uscire solo con le spalle larghe da un’avventura così brutale. A volte mi incazzo perché è toccato a me questo destino, mi rendo conto di essere diventata molto più intollerante soprattutto nei rapporti con gli uomini, non mi lascio più ammaestrare ed esprimo molto meno i miei sentimenti, un po’ ho perso la mia naturale tenerezza.

Continuo ancora ad avvicinarmi a uomini problematici (probabilmente a causa di una mia deformazione professionale e di uno spirito da crocerossina conclamato già in fanciullezza), quasi sempre molto più grandi di me perché forse cerco ancora la figura paterna che non ho mai avuto. Cerco ancora qualcuno che mi protegga e mi ami autenticamente. Qualcuno di cui fidarmi senza però affidarmi. In ogni storia che ho avuto in seguito, anche se di breve durata, ho sempre rivendicato a voce alta la mia indipendenza e probabilmente li ho un po’ spaventati questi uomini strambi che ho incontrato nella mia strada. La fragilità delle donne li attira, come se riuscissero a captare questo bisogno di accudimento insito nel loro immaginario circa la femminilità. Sembra come se per alcuni di loro essere femminile corrisponda ad essere docile.

Non voglio di certo farne una questione di genere, ma recentemente ho letto un libro che consiglio a tutte quante dal titolo “Il complesso di Cenerentola” di Colette Dowling. Il libro spiega con estrema lucidità attraverso storie reali quanto a volte siamo noi stesse a contribuire alla perpetuazione di un’immagine di donna da proteggere, donna fragile, donna che da sola non ce la fa, immagini che abbiamo appreso fin dall’infanzia e che quando da adulte si riconoscono provocano un vero e proprio “schock da riconoscimento”. Ebbene, è necessario tracciare la fine di questi percorsi esistenziali errati. Dobbiamo avere il coraggio di essere indipendenti, perché dalla dipendenza alla violenza il passo è breve. Dobbiamo trovare la forza di emanciparci ancora senza perdere la tenerezza. Uscire da una brutalità senza cambiarsi è un affare tosto, è quasi impossibile non crearsi una corazza spessa venti centimetri per resistere alle disavventure della vita. Ma quantomeno abbellite la vostra corazza, non lasciate che il cuore si inaridisca ancora per paura di affrontare le ostilità della vita.

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Comments

  1. Ecco, quando leggo storie come questa perdo un po’ di speranza nel futuro… come vogliamo fare qualcosa contro la sovrappopolazione del pianeta e i problemi che ne derivano quando ci sta gente col cervello fritto che mette consapevolmente incinte le donne contro il loro volere? Come vogliamo parlare di consapevolezza e sostenibilitá quando c’é gente che fa danni senza alcun motivo logico, agendo senza ragione, che manco le bestie (senza offesa per le povere bestie…)???

    Questo commento é provocatorio e forse oggi sono sfiduciata in generale; sono contenta che l’autrice del racconto abbia avuto forza di staccarsi da un uomo simile, ma quanti altri cosí ce ne saranno al mondo? 😦

  2. SocialPoliticsInternational says:

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