Per rialzarsi in piedi serve scansare le donne vittimiste

l_bf9f9430-ef90-11e1-8d67-370210f00006Ho sempre sopportato molto poco il tono piagnucoloso di certe donne che non sanno rialzarsi in piedi con le proprie gambe. Vederle, ascoltarle, mi ha sempre dato molto fastidio. Sarà che sono stata e sono molto combattiva, senza temere le conseguenze delle mie azioni e per azioni intendo quelle resistenti, lotte, battaglie condotte contro chi voleva impedirmi di fare le mie scelte. Ho sempre odiato quelle che non ce la fanno e allora tentano di convincere anche te che non avrai altro futuro che quello. Si lamentano di essere vittime di tutto fuorchè di se stesse. Come se non volessero crescere mai, entrare a pieno titolo in età adulta, perché dopo aver analizzato i tanti perché della tua condizione finisce che devi renderti conto che se sprechi la tua unica vita nessuno te la restituirà mai.

Il mio non è un giudizio severo contro chi non ha la forza e ha bisogno di essere aiutata. Io vedo donne ultraquarantenni che ancora giocano a fare le adolescenti e non sono proprio in grado di portare un po’ più in là la propria vita. Condannano chiunque a sopportarle, minano il presente altrui sottraendoti autostima, ripetendo che tu non ce la puoi fare, perché gli ostacoli di qua, gli ostacoli di là, e adagiandosi sul fatto che prima bisognerebbe abbattere gli ostacoli e poi, ma solo poi, avanzare, dimenticano che andare avanti è già un bel modo di buttare giù pareti, impedimenti, inclusi gli stessi limiti che ti impongono donne come quelle.

Ti fermano, rallentano, inducono l’attesa. Ti dicono che da sola non puoi farcela e serve qualcuno che deve salvarti, dando spago alle pretese di cavalierato di paternalisti e patriarchi. E tutto questo è così fuori da me, dalle mie intenzioni e capacità. E poi le vedo così rabbiose, livide, rancorose nei confronti di chi dice loro che devono darsi una mossa, giacché nessuno porterà loro la pappa pronta. Tirassero su il culo e cominciassero a procurarsi il sale per insaporire le loro insipide vite. Se non hai lavoro cercalo. Di certo non lo troverai restando a casa, attaccata al computer, mentre scrivi un’invettiva contro tutti i pessimi uomini che abitano la terra. Se ti servono soldi fai qualcosa, agisci, chiedi, lotta, scendi in piazza, ma non restare a deprimerti rinchiusa in casa. Lo so che è difficile ma è così che si fa. Se soffri per precedenti traumi smettila di proiettare le tue esperienze su tutte le altre. Non tutte sono o vogliono restare per sempre delle vittime e non tutte vogliono restare al tuo servizio per fornirti il pretesto che usi per continuare a lamentarti.

UnknownLe più stronze sono quelle che in nome del proprio vittimismo si interessano alle vite altrui ma non per dare forza, ascolto, qualcosa di buono, insomma, ma giusto per spezzarti le gambe e ad ogni frase che tu dici, facci caso, lei inizia con “io invece… io così… io cosà.. a me è andata peggio…” perché lei troverà sempre il modo per sentirsi la vittima più vittima delle altre. La cosa che mi sconvolge è poi quella dinamica che viene messa in scena da una donna che si incazza atrocemente quando sente la cattiva esperienza di quell’altra, incluse le sue soluzioni, e intenderebbe decidere al suo posto. È giusto, comprensibile, che chi subisce un trauma esprima rabbia, ma quell’altra che non c’entra un cazzo perché mai diventa così livorosa? Perché è pronta a munirsi di forcone per applicare una propria idea di giustizia? Ho detto giustizia? Intendevo dire vendetta, perché lei, la vittimista, è l’utilizzatrice finale di una donna che in quanto vittima diventa feticcio affinché ella possa innalzare su tutte quante la bandiera del bene. Il bene a modo suo. La libertà a modo suo. La vita a modo suo.

Ci sono donne che cercano vendetta per la propria incapacità di agire per se stesse. Frustrate, stronze, e non sto assolutamente usando stereotipi sessisti, perché direi lo stesso parlando di uomini, ma il fatto è che sono veramente donne che hanno vissuto parte della propria vita a correggerti e importi un gergo che somigli al suo. Perché? Perché si. Perché solo la sua sofferenza è LA sofferenza. Perché solo le sue soluzioni sono LE soluzioni. Stare vicina a donne di quel genere per me è più che deleterio. Non è il loro esempio che io voglio seguire. Voglio essere artefice del mio destino, perché quello di una vittimista è un atteggiamento simile a quello di una fatalista, come se le disgrazie fossero ineluttabili e avvenute non all’interno di un contesto che comunque tu in qualche modo hai determinato.

La vittimista pensa che non sia tu a scegliere ma che esista sempre qualcuno che muove i fili considerando te una marionetta. E lì viene la domanda: ma allora, quello che ho fatto fino ad ora, è stata una mia scelta o è solo la recita di un copione imposto? Non mi sono forse impegnata a decostruire e a sovvertire la mia vita? Qualunque sia il contesto da cui arrivo, quel che mi suona familiare non è il fatto che io sia vittima di certe anonime circostanze. È vero che se nasco non è colpa mia, non lo è se nasco povera e non lo è se nasco, non so, priva di strumenti per realizzare cose buone per me, ma poi sono io che rintraccio le maniere per andare avanti, per superare quei limiti, e considero che essendo io capace di intendere e volere allora sono in grado di fare delle scelte e di assumermene la responsabilità.

page115Le donne sono libere di scegliere quando decidono di non fare un figlio, di fare sesso con chi vogliono, di studiare la materia che preferiscono e viaggiare, lavorare, sposarsi o anche no. Siamo libere oppure no? Perché per come la mettono le vittimiste secondo loro non siamo libere di scegliere proprio mai e dunque non dovremmo assumerci la responsabilità dei crimini che commettiamo, per esempio. Le vittimiste sono ferme a indicare un generico nemico e sono così lontane dalle lotte che per me hanno senso. C’è un limite alla mia scelta che conduce all’autonomia economica? Posso fare qualunque mestiere, giusto? Allora perché le vittimiste mi bloccano se non faccio quel che vogliono loro? Non posso prostituirmi, vendere la mia immagine, usare il corpo per emanciparmi dal bisogno, e sono lì a giudicarmi per questione di moralità ma questo non ha nulla a che fare con l’opposizione a chi ti sfrutta. Le donne in fabbrica, le commesse, le serve, le cameriere, le lavoratrici nelle serre, le operaie di ogni fabbrica, non sono forse schiave? E allora perché la loro schiavitù va bene e lì si rispetta la mia scelta di firmare un contratto e in altri casi invece no?

Quello che voglio dire, in definitiva, è che le stesse che dicono sia necessario lottare per il proprio diritto di compiere libere scelte alla fine sono le prime a negarle. Per quanto tu lotti, in ogni caso, a loro è dato il privilegio di scassarti la fika, per giorni, settimane, mesi e anni, affermando che tu stai sottovalutando la tua condizione e non sei vittima abbastanza. Per quel che mi riguarda, dunque, il vittimismo non è salutare per le donne, non lo è affatto. Frena la corsa delle donne ad una condizione acquisita con le proprie forze, senza aspettarsi niente da nessuno ma ottenendo risultati perché te li sei presi, non perché li hai ricevuti in elemosina. Sei tu che affermi il tuo diritto all’esistenza e quel che serve sono donne, compagne di percorso, che vogliono risollevarsi in piedi e non piagnone che misurano la tua vita con il loro metro di scarsa azione.

Quando ho avuto grandi difficoltà di sicuro non sono stata aiutata da chi si commiserava e spingeva altre all’autocommiserazione. Mi ha aiutata quella che si svegliava ogni mattina e si faceva il culo per campare. Mi ha aiutata vedere gli sforzi di tante persone per realizzare vite complicate. Mi ha aiutata mia madre che non si è mai lamentata un giorno in vita sua. Mi hanno aiutata quelle che non fanno le martiri e che non si sentono sante perché un tempo che fu qualcuno le ha ferite. E ora, care, vi dedico un abbraccio, stretto, pieno di solidarietà, che vi contagi per andare avanti e che vi induca a sorridere, di tutto, di voi stesse, perché non c’è miglior ricetta con pasti da condire con un po’ di sana ironia. Sono una lavoratrice che guadagna quasi niente. Essere vittimista mi renderebbe solo astiosa con me stessa, perché mi indurrebbe a pensare che tutto è colpa mia. Prendere in mano la mia vita e portarla altrove, qualunque sia il prezzo da pagare, invece mi dà sicurezza, mi infonde autostima, e solo così sono in grado di considerare le giuste differenze. Per dire: io sono una lavoratrice e il mio datore di lavoro è uno stronzo. Ma non in quanto uomo, solo perché è uno sfruttatore di merda. Eppure il mio è un contratto regolare, reso tale da leggi dello stato e allora c’è differenza tra me e chi fa queste leggi oscene. Poi cerco di ribellarmi e in piazza trovo chi difende il “diritto” del mio datore di lavoro e dello stato a schiavizzarmi e allora c’è differenza tra me e un tutore dell’ordine. Questa è la gerarchia tra ruoli sociali che considero a me nemica.

art-drawing-girl-girl-power-Favim.com-1975675Ma non me ne resto seduta a dire che tanto non cambia niente. So ridere, amare, appassionarmi, fare dell’ironia su quello che mi succede e sono viva. Lo sono eccome. Impedisci sempre che qualcun@ ti uccida. Che lo faccia con le proprie mani o ritenendo che tu debba fare la morta – simbolica – per poter usare il tuo cadavere in difesa del loro vittimismo, non permettere a nessuno di ucciderti. E ora forza, rispondi al telefono. È Giovanna. Non vuole lavorare. Non fa altro che guardare la televisione. Mi dice che ha avuto una ulteriore discussione con i genitori che sono stanchi di mantenerla. Dice che lavorerebbe se non fosse così grassa, ma è diventata grassa perché non lavora ed è un cane che si morde la coda. Le dico che anch’io non sono esattamente una modella ma il lavoro mi porta fuori casa. Qualsiasi lavoro ti porta a stare fuori, a relazionarti con altre persone, a non restare sola e a vivere. Le avevo già detto che dove lavoro io hanno bisogno di lavoranti. Lei non ce la fa. So che ci sono patologie che non si possono vincere da sole ma cosa dovrei dirle se non “fatti una doccia, muovi il culo ed esci”? E’ una donna forte quella che ti sorregge quando tu sei fragile. Una vittimista, invece, ti usa solo per avere compagnia nel luogo buio in cui preferisce vivere. Io voglio restare alla luce. Tu che vuoi fare?

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

Comments

  1. Wow!!! Incredibile!!! Rivoluzionario!!! Per anni ho vissuto nella menzogna credendo che ogni persona avesse una storia diversa, che non tutti hanno la stessa indole caratteriale e pertanto è opportuno astenersi da qualsiasi giudizio superficiale e moralizzante, ma grazie a te, cara anonima coraggiosa, ho finalmente aperto gli occhi ed ho capito che il segreto della vita è “muovere il culo” e “scendere in piazza”!!! Sei affetta da depressione e non sei nemmeno in grado di farti una doccia? Non importa! Muovi il culo e scendi in piazza! Hai una brutta situazione familiare in cui vieni picchiata regolarmente e non puoi renderti economicamente indipendente? No problem: muovi il culo e scendi in piazza! È così semplice e lineare, come abbiamo fatto a non pensarci prima!!!
    Sai invece cosa penso io, di quelle che si autocelebrano nei blog altrui? Che sono delle egocentriche con una gravissima carenza di intelligenza emotiva. Quei tipi di persone che pensano che scuotere gli amici in difficoltà dando ceffoni metaforici o reali sia una prassi da inscrivere nella Costituzione, perché “è per il suo bene”, quando invece quel che serve è soltanto una capacità di comprensione che non può in alcun modo essere standardizzata.
    Pensi davvero di essere migliore di coloro che giudichi tanto aspramente?
    Sarà pur vero che un eccesso di lamentele sia dannoso, ma se l’alternativa è essere arroganti a questi livelli io comincerei sì a “muovere il culo”… Cominciando però ad allontanarmi da gente come te.

  2. larosaviola says:

    Le più stronze sono quelle che in nome del proprio vittimismo si interessano alle vite altrui ma non per dare forza, ascolto, qualcosa di buono, insomma, ma giusto per spezzarti le gambe e ad ogni frase che tu dici, facci caso, lei inizia con “io invece… io così… io cosà.. a me è andata peggio…” perché lei troverà sempre il modo per sentirsi la vittima più vittima delle altre.
    GIà! Mille esempi nella mia testa!

  3. Ho conosciuto più uomini che donne così; visto che il vittimismo appartiene in ugual misura a uomini e donne non capisco il senso di prendersela con le donne. Posso concordare che il vittimismo viene incoraggiato nelle donne come tratto culturale, che non è bello, ma non mi pare che il tuo post parli di questo o di come eventualmente evitare che accada. Trovo che chi rivendica “la scorza dura” in opposizione a qualcun altro mi pare stia solo cercando di convincere prima di tutto se stesso. Se sei a posto con te stessa, non capisco il motivo per cui sei irritata da donne (e uomini suppongo) che da soli non ce la fanno e buttano giù il prossimo. Sappiamo tutti quanto possono essere fastidiosi, ma alla gente veramente sicura di se stessa, facci caso, di questi qui gli importa una sega. Loro non hanno “il privilegio” di romperti il ca**o, sei tu che gli dai questo potere nella tua vita, e in questo senso ti stai ponendo come vittima a tua volta. Chi è davvero forte non ha bisogno di rivendicare la sua forza mettendosi a paragone con qualcun altro. Fossi in te sospenderei il giudizio (per quanto è legittimo che i vittimisti non ti piacciano e ti infastidiscano e in quel caso allontanatene) e mi interrogherei sul motivo per cui queste fantomatiche donne ti influenzano e hanno così tanto peso nella tua vita da portarti a scrivere un post “contro” di loro.

  4. Questa storia è un po’ vecchia. Io credo che chi ha scritto abbia lo stesso problema delle donne che accusa di livore e vittimismo. Ognuna di noi è diversa, porta in sé storie differenti.
    Come diceva Pirandello: “Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io.”

    A presto.

  5. Da una parte sono d’accordo con alcune critiche. Personalmente, mi irrita chi si autocelebra, così come mi irrita chi pensa di poter ibsegnare qualcosa a qualcun altro (su quali basi?).
    Dall’altra parte invece sono d’accordo con te. Io, per esempio, odio i depressi.
    Non ci posso fare niente. Non li sopporto!!
    Non sopporto le persone che si arrotolano intorno a loro stesse, senza fare niente per nessuno, ma che pretendono che tu stia lì ad ascoltare la loro sfilza di problemi (che non proveranno mai a risolvere) perché se non lo fai sei brutto e cattivo.
    Io sono stata depressa (ma non l’ho mai fatto pesare a nessuno) e ho lottsto molto per uscirne (da sola!)…ed é vero, i vittimisti depressi tendono a dirti che tu non puoi farcela solo perché loro non vogliono farcela.
    Non vogliono ammettere che é un handicap solo loro, così lo generalizzano a tutti, anche a te che hai la sfortuna di stare loro accanto.
    Mi sono sentita dire di tutto…da che non mi sarei mai laureata nemmeno io da chi non dava un esame da anni…che il mio ragazzo mi faceva le corna da chi aveva appena scoperto di avere un intero branco di cervi sulla testa…che sarei stata sempre disoccupata da chi non distribuiva nemmeno più curriculum perché “tanto non serve a niente”…
    Nessuna di queste cose si é realizzata. Sono laureata, felicemente fidanzata (senza corna) e faccio anche un lavoro che mi piace!! Tutto ciò alla faccia di chi mi voleva triste e fallita solo perché erano tristi e faliti loro!!!
    Ormai ho smesso comunque!! Sei triste?? Hai bisogni di buttare la tua tristezza addosso a me per non sentirti l’unic* fallit* della situazione? Bene!! Trova un altro martire!!! Io non sono la badante morale di nessuno!!!

    Ovviamente ci sono depressi e depressi.
    Questa é solo la mia esperienza e ho voluto raccontarla.

    • Mi pare che nel post e qui si mettono insieme due tratti caratteriali differenti. Uno è “Il vittimismo” nel senso di “percepita debolezza” , senso di impotenza personale ed eventualmente in alcuni casi “perché tutte a me”. Questo è il tipo di vittimismo che viene culturalmente piu incoraggiato nelle donne. Dal mio punto di vista, rientra nel vittimismo anche la retorica della “lottatrice” sola contro il mondo: il mondo non è necessariamente il nostro carnefice, abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri e tutti siamo vulnerabili. La vittimizzazione è un argomento complesso e sI potrebbe aprire un bel dibattito costruttivo su questo tema.
      L’altro discorso è quello della distruttività delle persone che sentono il bisogno (dettato chiaramente da una loro problematicità interna) di diffondere il pessimismo cosmico, di demolire l’autostima altrui e di proiettare tutti i loro problemi all’esterno. Queste persone non sempre cadono nella categoria dei “vittimisti”. Spesso sono fin troppo sicure delle loro finte certezze e appunto disconfermano gli altri (“non ce la puoi fare perché io non ce l’ho fatta”)per confermare loro stessi. Qui il genere non c’entra proprio; con dispiacere mi tocca ammettere che gran parte degli uomini della mia vita ( a cominciare da mio padre!) fanno parte di questa categoria (esame di coscienza in progress).
      La combo delle due categorie messe assieme può risultare molto pesante.
      Rimane il fatto che per me l’autrice di questo post si pone come lo specchio riflesso di questa combo. Evidentemente il relazionarsi con queste persone scatena in lei una rabbia che è dettata dal fatto che forse inconsciamente ha anche lei paura di non farcela o magari nega quella parte di sé; e queste persone la mettono di fronte ad essa. Oppure no e si sente solo superiore (ma in questo caso anche lei disconferma gli altri per confermare se stessa), in ogni caso due domandine me le farei; non perché ci sia nulla di male in lei (tutti abbiamo delle difese) ma perché per essere felici è essenziale allontanare le persone che non ci piacciono, invece che lamentarcene ed elevarle a nemici (e mi ci metto anch’io eh) . E francamente continuo a non capire il senso del post a parte lo sfogo personale.

  6. Tanto per fare il discorso al contrario, io trovo invece insopportabili quelli che ti dicono “Muovi il Culo” appena esponi loro un problema. Secondo queste persone non c’è spazio nella vita per la sofferenza o il dubbio, questioni umane che per loro sono assolutamente irrilevanti e risolvibili con semplici ricette quali: andare in palestra, “non pensarci” , esci, scopa, bevi.
    Ecco, io mi sono spesso sentita frustrata da queste persone perché mi facevano sentire una cretina con ancora meno risorse. Poi ho iniziato a sentirmi incazzata con queste persone, perché non mi sentivo ascoltata e mi sentivo giudicata, ma la rabbia veniva sempre dal fatto che ero io profondamente a considerarmi una debole rispetto a loro che si ponevano come “risolti”. Adesso sto iniziando a capire che quelli di “Muovi il Culo” nella mia vita, talmente non riescono a concepire di convivere 5 minuti con i loro sentimenti “negativi” che non possono assolutamente accettarli nel prossimo. quindi cercano di proporre “soluzioni” – intese come strategie di distrazione e di evasione e di negazione dei tuoi problemi- per sollevare se stessi da questa ansia, che li rende incapaci di ascoltare e accogliere l’altro in modo “presente” senza dover fornire “soluzioni”. Adesso che la vedo in questa ottica, la loro opinione è molto meno rilevante nella mia vita e se posso evito di chiedere loro consigli e aprirmi con chiunque manifesti questo atteggiamento. Sto scoprendo che siamo 7 miliardi sul pianeta…

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