Su quelli che ti salvano e poi assumono il controllo della tua vita

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La prima volta che lui prese con sé il bambino ero stranamente fiduciosa. Ci eravamo separati da poco e ancora le nostre vite in qualche modo conciliavano. Poi tutto divenne un po’ più difficile. Io dovetti tornare a vivere con i miei e c’era mio padre, soprattutto, che al mio ex aveva dato il soprannome di “mascalzone”. Ne parlava in questi termini anche davanti a mio figlio. Il mascalzone dice questo, fa quest’altro, ma chi crede di essere il mascalzone, e poi reclutava il bambino per la sua guerra al testosterone e il bimbo faceva si con la testa mentre il babbo terminava il suo sermone con un “è vero che vuoi più bene al nonno?”.

Io e il mio ex c’eravamo lasciati perché non andavamo più d’accordo. In una discussione mi mollò uno schiaffo e per mio padre fu abbastanza per dire di lui che non avrebbe mai più potuto vedere il bambino. Non fino a quando eravamo sotto il suo tetto. È dura da digerire ma in realtà è proprio così. Il padre che dice di proteggerti applica su di te regole, veti, censure, basate sulla propria prospettiva priva di comprensione per la complessità. Io sapevo che il mio ex non avrebbe mai fatto del male al figlio. Io e lui ci eravamo trovati a sbraitare l’uno contro l’altra in determinate circostanze. Lui non era un violento e tanto per essere chiari direi che tra i due probabilmente ero più violenta io.

Alzavo la voce, rompevo oggetti, prendevo a pugni il muro. Mio padre d’altro canto era stato un grande maestro in queste cose e io mai avrei voluto vedere crescere quel figlio in mano sua. Allora chiamai il mio ex e dissi che bisognava fare un patto. Io avrei cercato lavoro ma nel frattempo lui avrebbe dovuto tenere il bambino in casa sua così con mio padre non c’era il rischio che si incontrassero durante uno dei momenti che babbo e figlio trascorrevano insieme. Mio padre praticamente mi buttò fuori casa e dato che secondo lui io non ci stavo proprio con la testa ordinò di fare causa a me e al mio ex per esigere l’affido esclusivo del nipote. Andai via di casa e cominciai a lavorare come sex worker, in gran segreto, per racimolare i soldi per riprendere mio figlio e trasferirmi. Mio padre perdette la causa perché io e il padre ci presentammo di comune accordo dichiarando che tra noi non c’erano problemi e il bambino sarebbe rimasto con entrambi in eguale misura.

Preferivo che mio figlio restasse da lui per via del mio lavoro. Così potevo lavorare alcuni giorni della settimana e riprendere il bambino dal venerdì al lunedì. Tutto è filato liscio fintanto che non fui costretta a dire al mio ex che vendevo servizi sessuali. Non perché fosse un moralista ma temeva che il bambino potesse essere condizionato dalla mia vita. D’altronde trascorreva con lui la maggior parte del tempo. Lo aiutava a crescere e poi a fare i compiti. Era lui che gli faceva da genitore quasi a tempo pieno. Era capitato che qualche week end io avevo dovuto lasciargli il bambino, per lavori che non potevo rifiutare.

Il mio ex chiese per quanto tempo, quanto tempo avrei dovuto/voluto fare quella vita. Risposi che mi serviva un po’ di tempo per mettere da parte i soldi perché non potevo tornare da mio padre. Lo sai, vero? Che da lui non posso tornare e tu già mantieni il bambino. Devo pensarci io, a me stessa, a costruire qualcosa per il nostro futuro, mio e del bambino.

Ho smesso cinque anni fa e ho messo su una piccola società con una ex collega. Un bar, carino, quasi vicino al centro storico della città. Vedo mio figlio molto più di prima e il mio ex continua ad essere il mio migliore amico. Ho perdonato mio padre, per quello che ha tentato di farci, e quando ha sentito che con il mio nuovo compagno avrei voluto fare un altro figlio, nonostante la mia non più giovane età, mi aveva detto che avrei fatto meglio a non separarmi, questa volta, perché non mi avrebbe lasciata in pace mentre “ti lasci portare via anche questo bambino”. Era in gara con i padri dei miei figli, che ora sono due, l’ultima è una bambina tenerissima che è l’amore del fratello. Mio figlio è cresciuto bene, ha preso il meglio da suo padre e ha questa sua maniera di risolvere i conflitti con una battuta e non puoi non stare bene quando è nei dintorni.

Racconto tutto ciò non per dire che la mia è la famiglia del mulino bianco, perché come in tutte le famiglie ci sono alti e bassi, ma sono orgogliosa delle mie scelte e di come insieme abbiamo risolto tante difficoltà. Volevo risolvere da sola i miei problemi e così ho fatto, orgogliosa di me stessa, forte abbastanza da dare altra forza a mio figlio e ancora piena di speranze per il futuro al punto da mettere al mondo un’altra figlia. La mia esperienza mi fa dire che i nonni non dovrebbero interferire con le decisioni dei genitori dei bambini. Eppure non finiscono mai di aver bisogno di vittimizzarti, serbare rancore contro l’ex anche se tu non hai paura di lui e ti sei assunta la tua parte di responsabilità, perché vittimizzarti, alimentare il loro rancore, gli serve per prendere il controllo della tua vita e dunque di quella di tuo figlio.

Non sempre è così, perché conosco situazioni difficili, di uomini violenti e donne che devono correre al riparo non per questioni economiche, non solo, almeno, ma anche per sfuggire alle violenze. Quando leggo di alcune decisioni che stanno prendendo quelli del governo però mi chiedo se non ci sia un nesso tra quello che è successo con mio padre e quello che succede con le istituzioni paternaliste. Perché non ci lasciano decidere quel che vogliamo fare, come vogliamo risolvere la nostra vita? Perché non vogliono lasciarci l’orgoglio di essere riuscite a rinascere per conto nostro? Dite: perché hanno bisogno di assumere il controllo delle nostre vite?

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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