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Perché è così difficile svelare le proprie debolezze?

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Battesimo, scuola, diploma, niente laurea perché ho interrotto gli studi per mettermi a lavorare, poi un matrimonio finito, niente figli, e dopo un po’ ho conosciuto una donna, profondamente ferita, che mi ha aiutato a guardare il mondo con altri occhi. Ne aveva viste tante, lei, e descriveva se stessa come una sorta di eroina sopravvissuta a tante e tali tragedie. Sicura di sé, senza mai mostrare insicurezza, disistima, indecisione. Parlava della sua vita come se tutto fosse stato risolto e ogni cosa rappresentasse un ulteriore momento di crescita. Poi, un bel giorno, quella donna, che in un momento difficile mi aveva aiutata, si suicida. E viene fuori che aveva una brutta depressione e che mi aveva detto solo mezze verità perché il suo problema più grande era quello di non riuscire a parlare delle proprie debolezze.

Neanch’io ero così felice di mostrarle ma con lei era stato tutto più semplice. Sapevo che mi capiva e mi dava risposte perfettamente logiche mostrando un enorme livello di empatia. Mi sono allora sentita molto male perché mi sono chiesta perché non mi abbia chiesto aiuto. Perché non si sia fidata. A cosa è valso passare tanto tempo insieme. Parlarci, mangiare, uscire, dormire insieme. Cos’ero stata io per lei? Un riflesso delle sue debolezze? Aiutava me perché non era in grado di aiutare se stessa? La sua morte mi ha distrutta. Come se di colpo mancasse un pilastro e le mie fondamenta fossero incapaci di sorreggere il peso della mia vita.

Nello stesso periodo anche il lavoro venne meno e dunque ero rimasta sola, priva di sostegno morale ed economico e non sapevo cosa fare per aggiustare il mio futuro. Cominciai a rubare. Un po’ di spesa nei piccoli negozi. Un pacco di pasta là, un pezzo di pane lì. Chiesi aiuto al mio ex marito e lui si mostrò restio, non disponibile, freddo e incattivito nei miei confronti. È vero che non c’eravamo lasciati benissimo, ma in fondo pensavo che gli fosse passata. Non era colpa mia, non era colpa di nessuno se tra me e lui era finita. Avessi avuto un’altra scelta non gli avrei chiesto niente, ma non potevo fare diversamente. Mi ospitò dapprima per qualche notte, prima sul divano, poi mi disse che potevo dormire con lui e che non mi avrebbe toccata. Non so se la mia fragilità può essere vista come una giustificazione, ma fatto sta che accettai le sue attenzioni, quasi che fossimo tornati sposati. Gli preparavo la cena, gli facevo il caffè al mattino, perché mi sentivo in obbligo, e nel frattempo non riuscivo a immaginarmi fuori da quel contesto. Avevo provato e non c’ero riuscita. Avevo fallito, senza dubbio.

Ho fatto sesso con quell’uomo per diverso tempo, in cambio di vitto e alloggio, e nel frattempo provavo a trovare lavoro senza riuscirci. Mi avessero accettata a fare cose immorali avrei fatto pure quelle, tutto pur di andarmene da lì. Ma niente, neanche una possibilità. Del mio ex marito quello che odiavo era la sua maniera ambigua di fingere passione. Una freddezza, una distanza, che mi lasciava priva di calore. Voleva me ma in fondo pensavo che non gli interessasse. E non intendo scaricargli alcuna colpa addebitandogli perfino il mio distacco. Comunque non l’amavo più, ma in fondo mi aveva reso difficile la possibilità di dirglielo, spiegargli che era finita e che a quel punto avrei fatto di tutto pur di andarmene dalla sua casa.

Sarebbe stato meglio per me che fosse chiaro lo scambio tra noi. Una finta moglie, sesso e attenzione in cambio di un compenso. Mi sarei sentita più libera, non vincolata, alla faccia di chi dice che una prostituta è schiava e invece la moglie è liberissima. Mi sentivo intrappolata, tanto quanto può sentirsi una mosca incastrata nella ragnatela tesa da chi ti dà un po’ d’aiuto e poi ti controlla e ti toglie la forza di vivere indipendentemente da lui. Non è forse questo che fanno quelli che dicono di volerti salvare? Da quel momento in poi tu gli appartieni, mannaggia ai “salvatori” di tutto il mondo, ché soddisfano il proprio ego fingendo cura nei confronti della donna che subordinano con “gentilezza”.

Ho cominciato da quel momento a infliggermi ferite. L’autolesionismo per me era un modo per svelare il mio dolore. Era una richiesta di aiuto rivolta anche a lui, per quanto sbagliato fosse, aspettandomi che si comportasse come una specie di genitore che a me mancava. Disse che avrei dovuto smetterla perché doveva svegliarsi tutte le mattine per lavorare. Aveva ragione. Non potevo incasinargli la testa. Allora dopo qualche settimana decisi di scappare, senza dirgli nulla, prendendo i pochi stracci che avevo e viaggiando con il primo treno in stazione. Arrivai in una regione distante dalla mia e chiamai una mia vecchia amica che stava proprio lì. Ancora qualche chilometro e arrivai da lei. Quando mi vide capì subito che stavo male. Aveva un amico che abitava fuori città. Gli servivano lavoranti per la terra e una piccola fabbrica. Piccola paga, alloggio modestissimo, ma per la prima volta in vita mia mi sentii libera.

Non mi sono più sposata ma convivo, oggi, con un collega di lavoro. Ci piacciono le stesse cose e anche lui ha un passato complicato. Stiamo mettendo assieme le forze, aggrappandoci l’un l’altro, per ricominciare. Da poco ho saputo che lui, prima di me, aveva una storia con un’altra che non parla affatto bene di lui. Dice che l’ha picchiata. Non so se crederle e allo stesso tempo penso a quante volte io abbia dato delle illuse a quelle che giustificano un uomo pensando che lei, la ex malmenata, era diversa e che perciò, forse, se l’era meritato. Non so neppure se chiederglielo, perché comunque questo incrinerebbe il rapporto. Lui capirebbe che ho dei dubbi e non mi fido e io starei lì a immaginare quando e quanto lui sia incline a cambiare atteggiamento.

Ho deciso perciò di non dirgli niente. Tengo questa cosa per me. Non ho paura e lui probabilmente sta usando questa chance per ricominciare un’altra vita. Forse diversa. Forse più adulta. Vorrei capire meglio qualcosa di me ma non ho molto tempo. Non so se vivo sommando un errore dopo l’altro. Muovendomi nella stessa trappola, con l’illusione di essere scappata, guarita, e in fondo ricreando sempre le stesse dinamiche. E’ che mi sento impotente e non so che fare. Ho giusto il tempo di scrivere questa storia per poi rileggermi, nero su bianco, e riconoscere, forse, qualcosa di me che non mi è chiara. Ma nel frattempo, ditemi, cosa fareste al posto mio?

Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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