Cominciare dalle parole

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di Ina Macina

Dopo le recenti ‘polemiche’, la parola ‘gender’ pare essere stata risemantizzata. Cos’era prima e a cosa rimanda ora?
Se si digita la parola su Google, il primo risultato riguarda non tanto un’esplicazione del gender come vox media, per così dire, ma rimanda immediatamente a delle precisazioni che è stato necessario avanzare proprio a seguito del clima teso che la sola parola ha impropriamente sollevato.

La seconda voce, che si riferisce a Wikipedia, invece, è come una luce nell’oscurità e rimanda con più appropriatezza agli studi di genere, recitando: ‘Gli studi di genere o gender studies, come vengono chiamati nel mondo anglosassone, rappresentano un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. A questo, per me, ha sempre rimandato la parola ‘gender’, una questione dinamica che ha fatto fiorire intorno a sé non tanto teorie (…) ma una corrente di studi interdisciplinari, portatori di saperi integrati, che tentano di problematizzare la discussione circa sessualità ed identità su un piano culturale e sociale.

Prima di scatenare un clima da caccia alle streghe (inesistenti), avendo avuto la curiosità di capire meglio a cosa si riferisse la sola parola ‘gender’ – con strumenti molto democratici e poco accademici come Wikipedia – si sarebbe evitato forse finanche di scomodare il Ministero dell’Istruzione che è giustamente dovuto intervenire per sentenziare che ‘la teoria del gender’ non esiste; esistono però, per esempio, gli studi di genere (tanto per rimanere molto in superficie).

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Per rimanere in tema di parole, ne tiro in ballo adesso una che spesso collima, altre volte collide, con ‘gender’, ovvero ‘femminismo’ (che a sua volte si divide, genera contrapposizioni – anche violente – al suo stesso interno, storicamente si muove a ondate, etc). Seguendo questa traccia verbale, nei giorni scorsi, ho trovato una strana parola: ‘FemiNazi’. Fermi tutti. Cos’è?
Sulla pagina della UNU – Institute on Globalization, Culture and Mobility – si trova un post scritto con molta perizia e serietà, con tanto di fonti citate e consultabili, circa queste due (brutte) parole:

‘I termini FemiNazi e Gal-Quaeda (G sta per gender; le successive ‘@’ sono una mia soluzione di traduzione, ndt) stanno guadagnando visibilità nel gergo corrente per indicare femminist@ che denunciano il sessismo quotidiano, la stereotipizzazione di genere e la discriminazione di genere. Cercano di sfuggire e zittire femminist@, delegittimando le loro rivendicazioni, molestandol@ verbalmente, in pubblico e in privato. Promuovono anche una fuorviante interpretazione del femminismo(i) e del progetto collettivo di parità di genere, che vengono visti come un attacco verso i diritti e la giustizia universali e oltre il genere di ciò che Michael Kimmel chiama ‘Uomini Bianchi Arrabbiati’.

Con un impressionante parallelismo con i discorsi di estrema destra, la diffusione a livello sociale di questa terminologia attraverso i media e le conversazioni quotidiane sono un chiaro esempio di un vocabolario di odio contro le donne, e più precisamente, di una violenza di genere contro donne e ragazze.

Data la precisa definizione del post della UNU a riguardo dei due termini, rimandiamo alle fonti citate per approfondimenti. È da notare come, a livello globale, esistano, per fortuna, dei dispositivi molto sensibili nel captare la diffusione di un linguaggio di violenza annidato nei due canali comunicativi (media e quotidianità), che fomenta una germinazione linguistica estremamente pericolosa e disonesta come l’associare a due fenomeni storici (Nazismo e Al Quaeda) il femminismo e ‘il progetto collettivo di parità di genere’ (splendida definizione dell’attivismo di genere, a cui si riconosce non solo il valore positivo di promotore della parità, ma anche la cifra ‘sociale’ ovvero collettiva).

Infine, interessante l’identificazione dell’ ‘Uomo Bianco Arrabbiato’, il cui identikit si profila in controluce anche osservando attentamente i dati di analisi come quella di Vox, basata sullo scrutinio di termini offensivi via Twitter, da cui emerge che la violenza digitale in Italia si organizza intorno a cinque gruppi ‘privilegiati’: donne, omosessuali, immigrati, diversamente abili ed ebrei.

Basta seguire le parole, ascoltarne il suono, capirle, farle riecheggiare nella memoria. Contestarle, anche. Magari, incuriosirsene e non crearne delle nuove solo per allontanare le parole dalla realtà; partecipare a una discussione che sia foriera di parole nuove, sempre più abili nel delineare l’identità di un fenomeno, o di segnarne l’infinita dinamicità.
In questo senso, è da segnalare l’iniziativa della sezione online dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, (OK, Open Knowledge, appunto), che ha appena inaugurato il corso ‘Linguaggio, identità di genere e lingua italiana’. Aperto e gratuito.

PS: il post UNU, come si legge sulla pagina stessa dell’Istituto, si inserisce all’interno della campagna di 16 giorni contro la violenza di genere, promossa attraverso i social media con l’intento di richiamare attenzione su varie tematiche legate alla violenza di genere. Iniziata il 25 novembre (giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne), si conclude oggi, Giornata Internazionale dei Diritti umani, a connettere simbolicamente le due iniziative.

 

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Comments

  1. L’ha ribloggato su inae ha commentato:
    Cominciare dalle parole
    Su Abbatto i Muri

  2. Tutto molto interessante su cui si dovrebbe aprire una discussione/ brain storming per le numerose associazioni/riflessioni che sollecita………

Trackbacks

  1. […] l’asterisco che vedete spesso su Soft Revolution, oppure la chiocciola (ragazz@, usato ad esempio qui) che creano un linguaggio neutro e quindi il più possibile inclusivo. Eventualmente si potrebbero […]

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