Percorso Rosa e antiviolenza: così lo stato condanna le donne a subire in silenzio!

autodeterminazioneHo scritto molte volte della deriva giustizialista, paternalista e sovradeterminante che riguarda le soluzioni istituzionali antiviolenza. Già all’epoca dell’approvazione della legge sul “femminicidio” si parlò del fatto che sarebbe stato impedito alle donne di ritirare una denuncia (l’irrevocabilità della querela). Si era perfino parlato di delazione anonima e quindi di denunce da parte di persone estranee che non erano le donne stesse che subivano violenza. Poi arrivò l’idea del Percorso Rosa, ricordando che al governo si occupa di queste cose il ministro dell’interno (Alfano) e la consulente per la violenza di genere (Rauti), con l’appoggio di una parte del Pd che da sempre spinge più sulla repressione che sulla prevenzione. Il percorso rosa altro non è che un percorso che porta le donne obbligatoriamente a denunciare senza che lo Stato però garantisca adeguata protezione o la possibilità per queste donne di trovare casa e lavoro per ricominciare altrove.

Si parte dal pronto soccorso dove la donna che ha subito violenza viene subito presa in carico dai tutori dell’ordine impedendo così alle donne la libertà di scegliere se denunciare o meno. Più volte ho scritto, così come ne hanno scritto le donne dei centri antiviolenza, che in questo modo si impedirà alle donne di andare a curarsi o semplicemente di raccontare quello che gli è successo. Così si favorisce l’omertà e le donne si lasceranno morire, rinunceranno all’assistenza sanitaria per paura di ritorsioni a seguito della denuncia. In tutti ciò i centri antiviolenza, che lasciano alle donne il diritto di scegliere se denunciare o meno, vengono considerati inutili appendici di una soluzione tutta all’interno delle istituzioni repressive e paternaliste.

Sembrerà strano ma queste prevedibili conseguenze arrivano dopo tanto urlare all’emergenza, alla necessità di leggi punitive, senza che sia stata curata la prevenzione o consultate le donne che di antiviolenza si occupano da anni. Il panico morale, la vittimizzazione a tutti i costi delle donne, la consegna del corpo delle donne alla tutela dello Stato. Tutte le posizioni femministe di chi, anche oggi, impone alle donne di ritenersi vittime anche se non lo sono o comunque impongono soluzioni che le donne non hanno scelto, e parlo delle teorie abolizioniste per le sex workers il cui destino, secondo alcune, dovrebbe essere consegnato a nuovi patriarchi che di quei corpi potranno poi fare quel che vogliono. Potranno impedirci di abortire, per esempio, come conseguenza delle lamentele sulla questione della Gestazione per Altri, perché se consegni gli uteri allo Stato, cosa fortemente auspicata da persone di destra, quello stesso Stato continuerà a giudicarsi incapaci di intendere e volere e dunque di decidere se abortire o meno, se vendere servizi sessuali o meno, se fare un figlio per altr* o meno.

Ci sono femministe che evocano, istigano, l’intervento delle istituzioni, riconsegnano il corpo (che è mio ma non è mio – dicono alcune) allo Stato, esattamente come ai tempi di Dio/Patria e Famiglia. E tutte le battaglie delle donne per affrancarci dal tutorato in forma obbligata, per autorappresentarci e esigere riconoscimento come soggetti autonomi vengono così in un solo colpo vanificate. Nulla accade mai per caso e nessuna (cattiva) mossa politica resta priva di conseguenze. Perciò spero davvero che alcune femministe si sveglino prima che la conta dei numeri delle donne morte, per assenza di strumenti adeguati utili a salvarsi da sole, aumenti e prima che le donne preferiscano il silenzio alle cure necessarie a emanciparsi da una condizione di ricatto violento.

Dunque, nulla da dire su questo? Leggeremo un appello delle Snoq? Temo di no.  Probabilmente applaudiranno all’iniziativa repressiva. E mentre osservate l’andazzo autoritario che riguarda le donne, la libertà di scelta, la libertà e basta, potete scegliere: seguite la corrente reazionaria o votate per il rispetto per l’autodeterminazione di ciascun@?

—>>>Segnalo comunicato e petizione lanciati dal Coordinamento dei Centri Antiviolenza

 

Comments

  1. E’ veramente paradossale. Per anni le femministe dei centri anti violenza (che non vanno assolutamente confuse con quelle di Snoq o quelle della differenza o le abolizioniste) hanno cercato di evitare toni emergenziali e vittimistici riguardo al problema strutturale della violenza maschile sulle donne, e sono state particolarmente attente a non dare alcuno spazio a una comunicazione emotiva ma richiamando sempre tutti alla razionalità e cercando di inquadrare la questione senza quelle demonizzazioni o manicheismi che portano a far vedere le donne come persone non autonome.
    E dopo tutto questo ora ci ritroviamo di fronte un Governo e uno Stato che con un taglio emergenziale e securitario non solo vuole mettere in secondo piano, se non escludere, l’esperienza e i saperi innovativi delle donne dei centri antiviolenza, le sole in grado di offrire cure, informazione e assistenza verso una uscita dalla violenza consapevole, ma non intende nemmeno fornire adeguati mezzi finanziari affinchè queste realtà continuino a esistere. Questo è il vero problema: esiste una sola metodologia, frutto di esperienza maturata dalle donne per le donne ovvero questa:
    http://www.direcontrolaviolenza.it/wp-content/uploads/2014/06/LizKelly-DefinizioneCentroAntiviolenza.pdf
    “Attenti a rispondere ai bisogni di donne e bambini/e, vittime della violenza maschile, e attivi e tenaci nel sollecitare le istituzioni a mettere al centro della loro agenda politica azioni contro la violenza, i Centri italiani, in tutti questi anni, hanno dibattuto su come creare servizi indipendenti e progettualità politiche utili par l’affermazione dei diritti delle donne…Non emergenza sociale da contrastare attraverso misure di sicurezza, la violenza maschile alle donne è fenomeno antico, tanto quanto la storia di un’umanità che ha centrato la propria base sull’affermazione di un unico genere, considerato fintamente neutro. Oggi la visibilità del fenomeno è strettamente legata all’aumentata e consapevole libertà delle donne e alla presenza dei Centri che lo rendono riconoscibile.”
    E probabilmente è per questo il patriarcato ha deciso che devono cessare di esistere.
    L’obiettivo dei centri antiviolenza oggi è resistere!

  2. Stia tranquilla che la prevenzione continuerà ad essere fatta. Purtroppo.
    Dico purtroppo perché tutti gli interventi di prevenzione basati sul credo che la violenza è strutturale (chissà poi che cosa significa) e culturale non sortiranno alcun effetto perché semplicemente non è vero (e l’indagine che lei ha pubblicato (https://abbattoimuri.wordpress.com/2015/11/28/nel-2015-una-donna-su-cinque-vittima-di-violenza-fisica-in-europa/ ) conferma che non c’è relazione tra patriarcati, culti della donna-comodino e violenza, altrimenti dovremmo dire che i patriarcati sono un fattore che sopprime le violenze, almeno in Italia.
    Fino a non molto tempo fa c’era pure chi voleva fare interventi di prevenzione contro gli omicidi delle donne. È un autentico spreco di denaro pubblico.
    Bisogna fermare queste autentiche sciocchezze.
    E noi invece continuiamo a vedere gente che sulla base delle teorie femministe continuano imperterrite ad andare nelle scuole a fare la lotta agli stereotipi sessuali e di genere che non produrranno alcunché e non capiscono che forse gli stereotipi è meglio che ce li teniamo.
    Anche lo Stato può fare prevenzione (e lo fa in alcuni casi) ma il problema è che quasi sicuramente verranno impiegate le teorie femministe e sono queste il vero problema.
    Se si vuole intervenire correttamente occorre basare le proprie azioni sull’evidenza scientifica, non sul compromesso politico (teorie femministe).

    • Cosa voglia dire “strutturale” lo può capire anche lei leggendo il documento del quale ho postato il link: “I Centri Antiviolenza: dalla violenza maschile sulle donne alla costruzione di libertà femminili”.
      Se non lo vuole capire non importa, perchè quello che conta è che lo dice la Convenzione di Istanbul “Riconoscendo la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere, e riconoscendo altresì che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.
      L’Italia e tutti gli Stati che hanno ratificato Convenzione dovranno riconoscere, come ha sempre fatto il pensiero femminista, che la violenza contro le donne è l’espressione di rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, la scuola, la stampa e la televsione, il web saranno chiamati ad assumersi l’impegno di cambiare il linguaggio e il pensiero sui ruoli e la rappresentazione di donne e di uomini con l’obiettivo di abbattere stereotipi e discriminazioni.
      Ma come ha recentemente denunciato Simona Lanzoni “Questo emendamento (codice rosa) non è in linea con la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne sottoscritta dall’Italia e giuridicamente vincolante dall’agosto 2014.”
      E noti che Simona Lanzoni è la vice presidente e responsabile dei programmi della fondazione Pangea Onlus e membro del GREVIO, gruppo di esperti sulle azioni contro le violenza sulle donne e la violenza domestica, del Consiglio d’Europa http://www.pangeaonlus.org/2014/03/10/gallery-simona-lanzoni-nominata-commendatore-della-repubblica-yb047udW43VrDW6RzZYkjN/index.html e quindi sa bene qual è la posta in gioco: l’autodeterminazione femminile, perchè le case rifugio sono ancora una “vera e propria sfida al potere assoluto, secolare e immutabile degli uomini e del loro dominio esercitato in famiglia, ritenuta pilastro e nucleo della società… la possibilità di sovvertire l’ordine preesistente, dato per scontato e assodato, immutabile: la natura patriarcale della struttura economica culturale e sociale.”
      Far deragliare le donne vittime di violenza su percorsi diversi da questo (ipotizzando addirittura l’impiego di personale maschile), non finanziare le case rifugio o voler interferire con la loro autonomia nell’azione di sostegno all’autodeterminazione femminile che va oltre la mera accoglienza ma è soprattutto progetto politico, è un chiaro segno della reazione maschilista e patriarcale, e va denunciato per quello che è: una complicità dello Stato nella violenza contro le donne e quindi una lesione dei diritti umani.

      • Cosa c è di sbagliato nell’impiegare personale maschile nella lotta contro la violenza sulle donne? Guarda,io avrei proprio bisogno di un uomo che mi facesse capire che non tutti gli uomini sono violenti : perché non cogliere questa ” occasione “?

        • Per Ste
          Provo a spiegarglielo io (ma posso sbagliare, quindi prenda il mio commento con le dovute cautele): da una parte si considera gli uomini dei patriarchi, se non direttamente responsabili, quantomeno dei conniventi (qualcuno ha efficacemente parlato di chiamate di correità maschili). Basta vedere cosa dice il documento postato da Brighid: poiché la violenza è un fenomeno strutturale, pervasivo e culturale e poiché ciò che succede ad una donna succede a tutte ne consegue che gli uomini o sono direttamente responsabili o sono complici (nel documento si esplicita chiaramente che le operatrici devono possedere dei requisiti giudicati essenziali tra cui una formazione femminista e il femminismo prevede questo, veda pp. 5). In secondo luogo il personale dei centri antiviolenza (almeno quelli che appartengono a direcontrolaviolenza) considera gli uomini degli esseri inferiori, non in grado di fornire aiuto alle vittime a cause di limitazioni ontologiche e/o culturali.
          Basta leggere sul perché occorre la relazione tra donne per capire quanto vado dicendo:

          “È la relazione che si instaura tra la donna che ascolta e la donna che si racconta il tramite che permette a quest’ultima di raggiungere un cambiamento, una conoscenza più consapevole di se stessa e delle proprie capacità. Non viene avviato un percorso di cambiamento di sé, ma di realizzazione di sé; viene facilitato ciò che, per la donna, è potenzialmente e realisticamente possibile perseguire. Alle donne non vengono offerte soluzioni precostituite, ma un sostegno specifico e informazioni adeguate, affinché possano trovare la soluzione adatta a sé e alla propria situazione” (http://www.direcontrolaviolenza.it/wp-content/uploads/2014/06/LizKelly-DefinizioneCentroAntiviolenza.pdf pp. 3).

          A parte le evidenti contraddizioni sul cambiamento (si permette ma non si avvia. E allora che si fa?) si vede ciò che un uomo non può fare con una donna.
          Ora, se questa è la peculiarità femminile datemi un pizzicotto: significa che ogni uomo che si occupa di crescita, educazione, cura e prevenzione non può in alcun modo aiutare una donna alla realizzazione di sé e aiutarla a effettuare cambiamenti. Non è in grado di dare sostegno (che sia un amico, un genitore o un professionista non importa); non è in grado di dare informazioni adeguate (saranno i limiti intellettivi degli uomini, cioè, se una donna maltrattata va in un ospedale si sa già che il medico, essendo di sesso maschile, non può dare alla paziente le informazioni di cui ha bisogno).
          Se queste sono le posizioni, e la realtà non si discute, sarebbe ora di rivedere al ribasso le ambizioni educative per le prossime generazioni di entrambi i generi.

  3. Per Brighid

    Il contenuto del posto era indirizzato a chi aveva scritto il post dal momento che aveva parlato di prevenzione, non a lei. Comunque non importa.
    Ho letto l’articolo che ha postato ma non dice nulla su che cosa significa violenza “strutturale”. Dall’articolo che ha inserito, a meno che non mi sia sfuggito qualcosa, non si discute che cosa è la violenza strutturale (non c’è alcun paragrafo apposito ma molti su come lavorano i centri anti violenza). Si fa atto di fede che sia così e si riporta la Convenzione di Istanbul che però non spiega bene che cosa sia. In altre parole, si parla di qualcosa su cui non si hanno parole per descriverlo (e lei infatti mi ha riportato ciò che dice la Convenzione, non la definizione data nel testo).
    Ora questo approccio molto elementare e superficiale va benissimo per l’attivista femminista o paritaria che si serve delle teorie femministe e di genere che si china supinamente di fronte al principio di autorità (“se l’ha riconosciuto la Convezione di Istanbul deve essere vero!”) ma non va bene per chi vuole studiare in modo approfondito il fenomeno della violenza domestica al fine di proporre degli interventi efficaci e non accetta le definizioni solo perché l’ha detto qualcuno, per quanto importante sia (e questo è ironico, considerato che per molte femministe l’autorità è da combattere).
    Bisogna smetterla di parlare di stereotipi di genere, è meglio che ce li teniamo e insegniamo altro ai nostri bambini.
    Bisogna che i centri antiviolenza accettino che molte donne tendono a scegliersi i partner violenti così come mostrano i risultati della ricerca. Sarà più utile per loro e per le vittime.
    Bisogna che i centri studino le ricerche scientifiche sugli uomini violenti per capire che il sessismo e la disuguaglianza dei sessi centra pochissimo con le condotte violente degli uomini (e guardi che ci sono moltissime ricerche al riguardo).
    Bisogna che venga studiata la violenza delle donne (e i dati ci sono da almeno 35 anni!) perché solo così si potrà avere un quadro chiaro di che cosa accade in famiglia e mettere a punto interventi veramente efficaci.

    • Mi astengo dal commentare circa la Convenzione di Instanbul e circa la violenza strutturale di cui non so nulla . Su una cosa sono però tristemente d’accordo: molte donne tendono a scegliersi partner violenti. Io stessa sono passata da un padre violento ( Ho commentato poco fa,credo il mio commento ora sia in moderazione) ad un marito (diversamente)violento. Nel frattempo un amico violento. Ora sono Single,ma la paura è di scegliere nuovamente l’uomo sbagliato. Che cos’ che mi “proietta” vs questo tipo di uomo? Perché non riusciamo tutti a lavorare in questo senso?

  4. L’ha ribloggato su Femicidio.

  5. Da bambina subivo le violenze fisiche di mio padre verso mia madre, e il relativo accesso al Pronto Soccorso. I commenti di mia madre : ” Ma è evidente che queste persone non conoscono tuo padre,volevano lo denunciassi.Ma ti rendi conto?” . E io pensavo che avevano ragione loro,che lei doveva denunciarlo. Forse faceva un po’ parte del mio carattere di sognatrice bambina,ma fantasticavo su come sarebbe stato bello far sparire mio padre dalla vita mia e di mia madre con una semplice denuncia. Poi è arrivata la legge per cui la denuncia procedeva di Ufficio. Mia madre, non sapendone nulla, era tornata in Pronto Soccorso dopo violenza da parte di mio padre e , convintissima mio padre avesse tutte le ragioni nel picchiarla , non ha avuto problemi nel dire chiaramente come erano andate le cose. Scattata la denuncia d’Ufficio verso mio padre, mia madre ha smesso di andare in Pronto Soccorso. Le violenze sono continuate. Ho chiesto a mia madre se voleva la portassi in Pronto Soccorso, o a fare una visita Ortopedica ogni qual volta la vedevo in posizioni antalgiche. Lei ha sempre risposto che bene o male le ossa si aggiustano . Non so se provo più rabbia verso di lei o verso di lui.

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