#Londra: L’importanza di spazi e voci autonome. Parla la fondatrice della Sex Work Solidarity Society

Senza titolo

di Laura Renvoize.

da StrikeMagazine (cartaceo), Novembre-Dicembre 2015, edizione 14.

Traduzione di Gabriele.

L’importanza di spazi e voci autonome. Parla la fondatrice della Sex Work Solidarity Society.

L’idea di frequentare Goldsmiths (Università di Londra) mi intimoriva. Vengo da un paese di minatori del nord-est dell’Inghilterra, nessun membro della mia famiglia ha frequentato l’università prima di me. Non sapevo molto sui tipi di persone che frequentano Goldsmiths e immaginavo che provenissero perlopiù dal ceto medio, che avessero ricevuto un’istruzione migliore della mia e fossero sicuramente più ricche. Perché era Londra, e Londra per me è sempre stata “il posto coi soldi”. Per certi versi avevo assolutamente ragione. I corridoi universitari, anche quelli di un’università celebre per le sue politiche adicali e “diverse” come Goldsmiths, sono pieni di voci forti e privilegiate. 

Durante tutto il primo anno di Università – facevo un corso introduttivo nel Dipartimento di Antropologia – cercai di starmene per conto mio. Ero spaventata all’idea di fare amicizia con persone che sentivo provenire dall’estremo opposto dello spettro sociale. Fu un anno di solitudine, il cui senso di isolamento era aumentato dalla mia scelta di praticare il sex work. Le poche volte che non mentivo sulla mia professione vedevo quei tentativi di amicizia trasformarsi in pettegolezzi, voci di corridoio e situazioni spiacevoli. Ero sempre più distante da chi mi stave accanto: più che la mia classe sociale e la mia sessualità, a rendermi diversa e “altra” era proprio quell’attività lavorativa che sentivo più adatta a me. Per la gente il sex work è un lavoro sporco. Le persone si sentono libere di criticarlo più di qualsiasi altra forma di sesso consensuale e scambio economico, eppure non si prendono quasi mai la briga di parlare con chi lo svolge in prima persona.

Frequentando vari gruppi studenteschi, alla fine trovai il mio giro di amicizie. Ci misi un po’, ma scoprii che esistevano ancora spazi radicali in Goldsmiths e in alcune altre Università, spazi spesso nascosti e celati nello sforzo per sopravvivere ai tagli e alle strategie di marketizzazione neoliberista.

Ma il senso di vuoto permaneva anche con le persone attive in politiche di sinistra radicale. Comprensione e sostegno sono importanti, ma non valgono come l’esperienza diretta. Non si può avere lo stesso tipo di supporto o alleanza da persone che non hanno toccata con mano le stesse difficoltà – o almeno difficoltà simili. Così cominciai a pensare a un gruppo universitario per persone come me, che non sapevano se potersi fidare degli altri, che si sentivano isolat* e avevano bisogno di uno spazio per raccontarsi, per organizzare e farsi conoscere. Lo pensavo come un luogo per curarsi e imparare. Sapevo che dovevano esserci molt* sex workers in Goldsmiths, soprattutto a causa della recente crisi dei costi abitativi e all’inasprimento delle spese quotidiane. Forti di questa consapevolezza e col chiaro obiettivo di dare spazio alla solidarietà e alla presa di coscienza, io e Alice abbiamo fondato la Sex Workers Solidarity Society.

Negli ultimi mesi abbiamo visto crescere l’interesse dei media per il tema del sex work studentesco, a seguito della pubblicazione di alcune statistiche sull’argomento. L’Università di Swansea ha condotto uno studio, chiamato il The Student Sex Work Project, in cui sono stat* intervistat* oltre 6.000 studenti attraverso il database dell’Unione Nazionale degli Studenti in Galles. I risultati dicono che il 4,8% dei partecipanti al sondaggio ha svolto un lavoro sessuale, chi in un modo chi nell’altro, e che 1 studente/essa su 5 ha considerato la scelta del sex work come attività lavorativa. Oggi più che mai le Università sono intese come realtà imprenditoriali ad ampio raggio e persone provenienti da qualsiasi realtà sociale si sentono oppresse dalla necessità di studiare e lavorare per sopravvivere. Il sostegno pratico ed economico rivolto agli/lle studenti/esse è scarso e questa mancanza diventa quanto mai evidente nel caso degli studenti che scelgono l’industria sessuale. La ricerca ha rilevato che il 5% di questi sono identificabili come uomini, mentre il 3,8% come donne; e i dati non tengono conto dei molti individui non binari.

Lo stereotipo della studentessa sex worker ‘giovane, carina, ammiccante, squattrinata’ fa torto a molti individui LGBTQ+ e sex workers uomini che hanno bisogno di uguale sostegno. Le persone LGBTQ+ e in più sex worker tendon ad avvertire un senso di ancora maggiore alterità, perché si sentono parte di una minoranza all’interno di un gruppo professionale già stigmatizzato di per sé. Si genera così un senso di solitudine, di isolamento e di mancanza di sostegno che può facilmente condurre a problemi di ordine psicologico e a comportamenti sconsiderati e pericolosi.

La Goldsmiths Sex Work Solidarity Society si rivolge a tutti gli individui attivi nel sex work. Vogliamo che tutt* si sentano benvenut* e trovino uno spazio in cui poter parlare e sentirsi sé stess*. Organizzare, fare campagne e dare sostegno non è mai stato così importante per i/le sex workers, soprattutto ora che la criminalizzazione dei clienti è diventata un modus operandi comune in Europa. Unendoci e impegnandoci possiamo combattere insieme per un maggiore riconoscimento, decostruire lo stigma morale, ottenere migliori condizioni lavorative e maggione sicurezza. Vogliamo conquistare la possibilità di affermare la nostra narrazione per quanto riguarda nostro lavoro.

Non esiste un’unica ragione per cui qualcun* sceglie il lavoro sessuale a fronte di altre possibilità di carriera: ogni singola scelta è una scelta individuale. La mia scelta personale di diventare una sex worker fu dettata da molte ragioni diverse, ma soprattutto dal fatto che i miei problemi di salute mentale mi rendevano impraticabili le attività più diffuse, quelle chiamate “tradizionali”. A questo si sono aggiunte le difficoltà di combinare lavoro e studio universitario a tempo, che mi portarono a prendere in considerazione le attività a orario flessibile come le uniche praticabili. La flessibilità mi offre infatti un ampio raggio di libertà, a cui purtroppo si oppone l’atteggiamento del governo e delle istituzioni che si sentono in diritto di stabilire i precisi parametri secondo cui a me e ad altr* è permesso lavorare. Che lo Stato si impicci nel nostro lavoro e nelle nostre modalità di organizzazione, attraverso la criminalizzazione dei bordelli e dei luoghi in cui poter lavorare insieme in sicurezza, è oltremodo autoritario e pericoloso. Al momento attuale, per costituire un bordello illegale bastano due sex workers che vivano nella stessa casa e questo è semplicemente assurdo.

Non ci è data possibilità di vivere insieme e proteggerci gli uni le altre: così facendo il governo si intromette e ci sottrae il controllo sulle condizioni necessarie per lavorare in sicurezza. Le rigide leggi sulla pornografia, profondamente sessiste, definiscono “oscena” l’eiaculazione femminile e, insieme a vari altri provvedimenti, delegittimano la nostra capacità di agire ed esprimere noi stess* e la nostra sessualità, senza parlare del piacere che possiamo provare quando giriamo film o svolgiamo un lavoro sessuale.

Il sex work è una scelta nostra e, a prescindere dai gusti e dalle opinioni della gente, dovremmo essere in grado di svolgere questa attività in un ambiente sicuro e dotati dei mezzi per rafforzare l’autonomia dei nostri corpi. I modelli di legalizzazione portano a un maggiore coinvolgimento governativo e a politiche di controllo dei nostri corpi da parte degli enti politici, mentre la decriminalizzazione ci offre i mezzi per organizzarci e gestirci autonomamente, due aspetti fondamentali per noi e ancor di più per quant* si sentono marginalizzati già all’interno dell’industria sessuale e, in generale, della società.

È necessaria a una maggiore presa di coscienza delle Università nei confronti delle attività di studenti e studentesse, nonché dei modi in cui possiamo essere aiutat* e sostenut*. Servono riferimenti più precisi a servizi per la salute sessuale e maggiore personale in grado di parlare oggettivamente degli aspetti salienti del sex work. Una delle mie peggiori esperienze universitarie, nata proprio dalla mia scelta di lavorare nell’industria durante il percorso di studi, è stata il rifiuto di molt* professori/esse a parlare di sex work al di fuori della dicotomia criminale-vittima. Affermare che alcune persone, che potrebbero pure essere presenti in aula, sono vittime sul solo assunto che chi parla sa – a quanto pare – cos’è meglio per noi tutt*, perché così ci vuole la società paternalistica, è di per sé un atto di violenza. Le persone che fanno una scelta autonoma meritano mezzi di rappresentazione universitaria migliori, su ogni livello. Meritano aiuto in materia di servizi sanitari, meritano spazi in cui essere sé stess* e sapere di poter frequentare le lezioni senza sentirsi accusat* di essere vittime o di esercitare e rafforzare un sistema di violenza. Gli/le insegnanti e le altre figure di autorità devono cominciare a trattere i/le sex workers con più rispetto e dignità.

Servono più gruppi come quello creato in Goldsmiths da me e Alice. Serve più organizzazione dal basso come mezzo per aiutarci gli uni le altre attraverso la condivisione di esperienze, discussione sui servizi sanitari e consigli su come trovare un’altra attività qualora un* di noi non voglia più lavorare nell’industria. Nell’epoca dell’austerity forzata e anti-funzionale, noi tutt* dobbiamo, a prescindere dal lavoro che svolgiamo, unirci e difendere i nostri diritti. Data l’impossibilità di raduno nei luoghi di lavoro “tradizionali”, ci è ora evidente quanto sia impellente il bisogno di rivendicare la nostra autonomia. Ogni sex worker ha bisogni diversi, esattamente come qualsiasi altr* lavoratore/trice; abbiamo tutt* problemi differente, ma dobbiamo essere in capaci di sostenerci a vicenda. Se siete sex worker e studenti/sse universitari*, create gruppi per le persone come noi; spiegate alla gente la necessità della decriminalizzazione per la nostra sicurezza e non lasciate che nessun* vi faccia vergognare delle scelte che voi stess* avete fatto sul vostro corpo e sul vostro lavoro!

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