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Sinead O’Connor: I corpi delle donne tra rivoluzione, libertà e malattia

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di Ina Macina

Precisazione: l’articolo è stato scritto all’indomani della pubblicazione di un post su Facebook di Sinead O’Connor, il 29 novembre 2015, in cui la cantante annunciava di essere isolata in un albergo, sotto falso nome, e in overdose. Dopo aver ripercorso gli ultimi avvenimenti della sua vita personale (un’operazione chirurgica e la scoperta di una grave malattia del figlio), l’artista si  è lamentata alacremente di essere stata abbandonata da tutti e specie nel momento del bisogno, non risparmiando nessuno nel suo accorato j’accuse.

Il post è stato poi seguito da un altro – scritto dall’ospedale il 30 novembre – in cui i toni si facevano ancora più polemici; la O’Connor ha rimproverato ancora una volta tutti per essere accorsi in ospedale, ma solo mentre lei non era cosciente e senza che poi queste stesse persone rispondessero alle sue chiamate. La parola più evocata è ‘ipocrisia’.

Il 2 dicembre 2015 ho cercato il profilo di Sinead per riportarlo nell’articolo, ma non esiste più.

Avvertendo chi legge che non è più possibile risalire al testo della cantante (quindi non solo la lettura si basa su un patto di fiducia, ma sarà un atto particolarmente ‘allusivo’, non esistendo più il testo originale a cui mi riferivo), intendo anche informarl@ che rispetterò la volontà di chi lo ha cancellato (presumibilmente la cantante stessa) non pubblicandolo pur avendolo integralmente (ovviamente lo avevo salvato per rileggerlo con calma).

Spero, dunque, che le riflessioni che seguono, pur costruite su una matrice che non è più possibile consultare, possano conservare la validità argomentativa ed essere spunto per ulteriori considerazioni.

I corpi delle donne tra rivoluzione, libertà e malattia

Ieri notte si è diffusa la notizia che la cantante irlandese Sinead O’Connor fosse in overdose. Si indicava in un post sul profilo Facebook della stessa O’Connor la fonte della notizia, che secondo la stampa italiana era stato subito rimosso.

Non era vero. Il comunicato c’è ancora adesso (17:27 del 30 novembre 2015). Comunque, allertata, ho sperato fin da subito che ci fosse ancora, perché volevo leggere direttamente le parole di un’artista che a me piace tantissimo, in un momento così drammatico per la sua vita, senza i soliti ed imprecisi contorni di molti media.

Le parole della O’Connor sono deliranti e piene di dolore. Come spesso mi succede negli ultimi tempi quando una notizia mi colpisce, non me ne faccio immediatamente una opinione, ma inizio a pormi delle domande intorno a delle parole chiave. In questo caso, le prime che ho individuato sono: ‘crudeltà’, nomi riferiti a parentela varia (marito, figli, etc) riconducibili dunque a ‘famiglia’, ‘costrizione’, ‘punizione’, ‘operazione chirurgica’, ‘distruzione’, ‘custodia’, ‘tradimenti’, ‘morte’, ‘feccia’, ‘merito’, ‘abbandono’, ‘madre’, ‘donna’, ‘invisibile’; il post si apre con un’allusione a ciò che ci si aspetta una donna debba sopportare mentre tra le ultime battute si legge: ‘Non fate mai, mai più una cosa del genere a una donna. Che questa sia la vostra lezione’. Oltre il tono velatamente narcisistico di chi vuole fare del proprio suicidio una punizione per gli altri, il discorso sembra avere un forte orientamento di genere e femminista, gravitando praticamente dall’inizio alla fine intorno all’identità di donna e madre, intorno al corpo. E ai suoi dolori.

Non voglio certo sezionare il dolore di una persona per estrapolare teorie; per questo, ho voluto tener a mente anche il particolare percorso di Sinead O’Connor che certo non è stato estraneo a un attivismo deciso e a volte estremo e che ha preso le mosse da un contesto preciso.

Come è noto, infatti, Sinead si è a lungo battuta su molti fronti, in maniera anche contraddittoria. È noto che soffre di vari disturbi. È nota la sua vita turbolenta.

Ecco, io penso che a volte le rivoluzioni passino attraverso delle persone che non sempre (re)agiscono in maniera lineare, pulita, e a volte neanche sana. A volte la rivoluzione, per far saltare in aria un tappo, mentre si muove verso un obiettivo, si muove contro le sue stesse forze di propulsione.

L’Irlanda di molta vita della O’Connor, con le sue atmosfere super repressive, ha generato al suo interno forze contrastive al sistema molto particolari, magari senza un senso spiccato della diplomazia. E forse non si tratta neanche di cambiamento, ma di resistenza, di opposizione, di temperie di rinnovamento. Ecco che è venuta fuori una che ha usato se stessa come mezzo di comunicazione e azione, e, per esempio, un giorno si è rasata i capelli a zero. Un simbolo, certo. Solo un simbolo. Un simbolo di una bellezza fuori norma e fuori scala.

Oggi, il suo dolore, nato da una sensazione fisica di carne lacerata, passa attraverso un’operazione chirurgica (l’isterectomia), e, per estensione, attraverso la malattia di uno dei suoi figli. Per stargli affianco, si legge in rete, ha annullato il suo tour. In questo grido di dolore, emerge una terribile autocolpevolizzazione per la malattia del figlio, parlandone come un riflesso delle sue ‘ovaie schiattate’. Usa anche un termine preciso quando parla della sua gravidanza, ‘womb’, la pancia della donna incinta, la sua – presentata alla stregua di un ambiente insano dove affianco alla vita che ospitava si sarebbe sviluppata anche la malattia.

Screen Shot 2015-12-03 at 12.04.20 PM

Si sente in colpa, ma allo stesso tempo ingiustamente colpevolizzata. Retaggio di una certa dinamica basata su merito-punizione-premio? ‘Sono una madre e una persona talmente sfasciata e orribile che sono rimasta sola’. Certo, c’è dell’infantilismo qua e là, ma non seguono esattamente lo stesso ragionamento i bambini maltrattati

– magari dagli stessi genitori – che a un certo punto patteggiano col proprio dolore, dicendosi che in fondo se lo devono essere meritato?

Ma questa madre imperfetta non nasce forse da una donna che ha sofferto nel corpo e nell’anima, afflitta (e parliamo solo di quanto noto pubblicamente) da fibromialgia, praticamente un dolore diffuso in tutto il corpo e che è associato a disturbi della personalità (di cui, anche, soffre)?

I terribili casi di parricidio spingono a chiedersi se l’aver tolto preventivamente la custodia a un genitore instabile, avrebbe potuto salvare una vita. È uguale la percezione di uno scenario simile – togliere la custodia dei figli o delle figlie – tanto se si parla di madre quanto di padre?

Perché se si parla di madri i toni sono molto più carichi? Perché è così violenta l’idea di togliere un figlio o una figlia a una madre? Perché si è costruita attorno alla maternità un’idea di inviolabilità o perché è più facile che le donne – in generale – vivano una situazione di vulnerabilità (economica, o fisica, o fatta di solitudine), e nel momento in cui vengono colpite nella maternità non sopportano più niente? Ma è eticamente giusto strappare un@ figli@ a un genitore? Io non sono una psicologa e non voglio salire in cattedra in ambiti che non mi competono, ma penso che il disagio, nelle persone, operi nel tempo e la società (a partire dalla famiglia), ne sia spesso complice.

Infatti la cantante urla praticamente contro tutti e soprattutto si sente distrutta per l’allontanamento dei figli (di cui vede complici i padri).

Contestata da molti, lei stessa gran contestatrice di sé (ora vilipendia un’alta carica cattolica, ora si ordina sacerdote), la donna dalla dolcissima voce e dal temperamento indomabile, quella che ha cantato con i grandi, quella che ha intonato una splendida ‘War’ nonostante i fischi di spregio, sta vivendo una tragedia personale sui cui tutti avranno da ridire.

Ieri sera mi hanno molto impressionato i titoli riguardo la vicenda della stampa, che recitavano: ‘Sinead O’Connor: ‘Mi uccido’ – Autorità irlendesi: soccorsa, sta bene’ che a me è suonato tanto come uno sbrigativo: ‘Non vi preoccupate, la matta sta bene, è una delle sue’. Quante donne sono state bollate come matte per legittimare una deresponsabilizzazione nei loro confronti, da parte della società e della loro stessa famiglia? Ma questo è come ho recepito io la faccenda e quello che io penso a riguardo.

Siamo debitori alla ‘grande ribelle’, e pur sempre artista, di pezzi bellissimi. Da essere umano, mi rendo conto che la notorietà non mette al riparo da alcuni problemi, anzi a volte li enfatizza. Paradossalmente, però, in questi momenti di dolore ci viene rivelato il volto più genuinamente umano dei grandi, con tutta la loro fragilità. E io non posso che sentirmi vicina a questa donna che soffre e interrogarmi su punti che riguardano veramente tutti.

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Comments

  1. L’ha ribloggato su pepp8.

  2. L’ha ribloggato su ina.

  3. purtroppo è un mondo che si accorge di te e dei tuoi problemi solo quando è tutto finito…se poi sei tra le persone “conosciute” questa cosa è ancora più evidente…agli occhi di qualche discografico il suicidio non riuscito di Sinead O’connor è molto probabilmente un fallimento economico visto che con la sua morte avrebbe portato carriole di soldi nelle casse di qualche Major…e così che è successo per Kurt Cobain, per Janis Joplin, Jim Morrison, Jimi Hendrix, Brian Jones, Amy Winehouse…eccecc…il rock costruisce il rock distrugge…
    è questo molto probabilmente non è il “wonderful world ” di Luis Armstrong.

    • autodistruggersi non ha assolutamente nulla di rivoluzionario, oltre ad essere un gesto di puro egoismo lascia solo dolore e sofferenza in quelli che rimangono. La Connor ha una grandissima voce e la seguo da sempre, dispiace che come per Amy Winehouse non sia stata aiutata (esistono farmaci e medici in gamba), dispiace che si speculi alla fine su tutto…e sono certo che se fosse morta avremmo trovato qualche compilation nei negozi pronta nel giro di una settimana. il rock è sempre stato così, geniale, distruttivo e maledettamente trasgressivo. Costruiscono i vivi, non il ricordo dei morti, e a me mancano molto tutti i cd che avrebbe potuto incidere Amy.

    • Il rock non costruisce e sopratutto non distrugge niente. E’ il mercato a farlo.

  4. la mia non era una critica “musicale” e il “costruisce” e “distrugge” era solo un modo di identificare un sistema che specula e lucra su certe cose…d’altra parte sono da sempre un rockettaro convinto.
    Sul discorso di “autoditruggersi” non mi ci addentro nemmeno perchè non basterebbe certamente un post su un blog per farlo…anche se “l’autodistruzione di un artista” a volte (e purtroppo per le conseguenze) ha creato dei geni che difficilmente rivedremo sulla terra…
    Jan Curtis per esempio era uno di questi ma se ne potrebbero contare decine, forse perchè anche il travaglio interiore amplifica le sensazioni e la creatività e non solo nella musica….ma questa è un’altra storia.

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