Accuse di stupro per il pornoattore James Deen. Ma non scordiamoci del garantismo e della critica culturale

James Deen e Stoya ad una prima a Venezia

James Deen e Stoya ad una prima a Venezia

di Gabriele

Il mondo del porno americano ѐ al centro di una nuova tempesta. La notizia, benché recente, ha già raggiunto un notevole livello di attenzione mediatica: il celebre pornoattore James Deen ѐ stato accusato dall’attrice ed ex compagna Stoya di violenza sessuale, crimine che l’uomo avrebbe commesso durante il periodo della loro relazione. La donna ha reso nota la vicenda con un tweet, datato lo scorso 28 novembre, in cui affermava: ‘James Deen mi teneva giù e mi scopava mentre io dicevo di no, fermati e la mia parola di sicurezza.’ A seguito delle dichiarazioni di Stoya altre attrici hanno espresso solidarietà all’accusante, tra cui Tori Lux – che ha raccontato di essere stata schiaffeggiata da Deen a seguito di un rifiuto – e Joanna Angel – che lo ha definito ‘la persona peggiore che abbia mai incontrato’. Per tutta risposta, l’uomo ha dichiarato false le accuse e ha ribadito di essere consapevole dei limiti del consenso tanto nel suo lavoro quanto nella vita privata.

stoya

La vicenda è ovviamente complessa. Si tratta di un’accusa formulata meno di una settimana fa su un social network, senza ancora traccia di indagine o verifica. Eppure le schiere di paladini e paladine del FinePenaMai non si sono fatte scappare l’occasione. Da insulti personali ad auguri di ogni male possibile, la reazione pubblica non manca di ricordarci quanto siano fragili i confini di quel garantismo che dovrebbe essere alla base di uno stato di diritto. Alle opinioni si sono rapidamente aggiunti i fatti: il sito thefrisky.com ha cancellato la rubrica di consigli sessuali gestita da Deen e la compagnia di produzione pornografica Kink lo ha liquidato sia come performer che come produttore. Inoltre, alcune persone hanno messo in atto uno strenuo kinkshaming dicendo che l’attore è sospetto per il semplice fatto che girava abitualmente scene di sesso violento. Come a voler fare un regalo a chi non vede l’ora di scagliarsi contro il porno e le sessualità giudicate anormali.

UntitledA questi toni di linciaggio ha prontamente risposto il coro di quanti ritengono l’accusa di Stoya infondata sull’assunto che una lavoratrice del sesso non può essere vittima di stupro. Termini e commenti di un maschilismo imbarazzante che mettono in luce quanto la voce delle sex workers sia delegittimata sulla base di stereotipi orrendi. Da queste posizioni vergognose e sessiste è necessario prendere la distanza più radicale. Ma la risposta di thefrisky.com, che licenzia Deen recitando in maiuscolo ‘I BELIEVE WOMEN’, non è una buona risposta: tra il non credere mai alle donne (specie se sex workers) e il credere loro a prescindere non c’è grande differenza, e rispondere alle discriminazioni con un giustizialismo accusatorio e violento non porta molto lontano.

Questo clima di fuoco tradisce la rabbia rivolta contro l’accusato James Deen. Ma se la rabbia è un sentimento comprensibile da parte di chi è coinvolto direttamente, diventa spia d’allarme quando impugnato da chi nella faccenda non c’entra affatto. Spia che rivela un pericolo duplice. Da un lato si mette in croce l’individuo facendolo un mostro, dichiarandolo colpevole senza prove e, se con prove, mai più redimibile; dall’altro, si sottrae il discorso a qualunque dimensione critica, facendolo scadere nel pettegolezzo. Pur evitando di sottrarre la cronaca alla pubblica discussione, è importante chiedersi cosa vada discusso. Una prima risposta è: non il fatto individuale. A stabilire la colpevolezza o l’innocenza di Deen sarà un sistema giudiziario che, con fiducia, accerterà le evidenze del caso.

La discussione dovrebbe invece concentrarsi sugli aspetti culturali e sociali della vicenda, senza scadere nel voyeurismo a metà tra il forcaiolo e lo scandalistico, che rischia invece di minarne la base. La scorsa primavera, quando l’esito per il processo della Fortezza da Basso (FI) scatenò una reazione simile, la blogger femminista Eretica pubblicò sul blog Abbatto I Muri articoli volti a mettere in questione gli assunti della sentenza, mantenendo però un silenzio eloquente sulla sentenza in sé. La critica mise in luce l’inaccettabile sessismo insito nella delegittimazione della voce di una ragazza sulla base della sua bisessualità e della sua libertà sessuale, senza però accusa sbrigativa ai danni di chiunque. Per quanto riguarda il caso Deen, una via potrebbe essere la riflessione sulla visione sociale dello stupro nel caso dei/lle sex workers, o su come credere a una violenza quando le uniche prove sono le parole di una persona contro quella di un’altra. È tuttavia indispensabile partire dal rifiuto di ogni gogna mediatica e di ogni accanimento sugli individui, perché i fatti individuali sono complessi e non sempre generalizzabili. Le ragioni di una violenza sono molteplici e mai riconducibili a uno schema generale soltanto.

Nulla di questo è una difesa di James Deen, quanto piuttosto una difesa delle sue possibilità di difesa e una dichiarazione di garantismo senza se e senza ma. Perché non si difendono i diritti delle donne e delle sex workers senza difendere i diritti degli individui, e non si difendono i diritti degli individui un po’ sì e un po’ no. Con le parole di una cara amica, dobbiamo essere garantisti anche quando il sangue ribolle. Soprattutto quando ribolle.

Postilla

Qualcuno dirà che il gesto di Kink o di thefrisky.com era un gesto dimostrativo: volevano ribadire che non si fa sesso, nessun tipo di sesso, senza combattere la violenza. Risponderò tuttavia che anche la mia critica al loro gesto è un gesto dimostrativo: voglio ribadire che non si combatte la violenza senza difendere in primis l’individuo e i suoi diritti. Tra cui il diritto a un processo regolare, a una difesa, e la presunzione di innocenza fino a prova contraria.

[Questo è un pezzo che sarà pubblicato su una testata nazionale. Grazie a Gabriele per aver autorizzato la pubblicazione]

Comments

  1. nel post sta scritto
    …….è importante chiedersi cosa vada discusso. Una prima risposta è: non il fatto individuale. A stabilire la colpevolezza o l’innocenza di Deen sarà un sistema giudiziario che, con fiducia, accerterà le evidenze del caso…….

    a leggerlo sembrerebbe una Fortezza di principi …..mah!

  2. Andrea Torti says:

    Incredibile quanto lo svolgere una professione legata al sesso autorizzi il prossimo a fare o sposare qualunque congettura sulla vita privata di chi la pratica.
    E un po’ lo stesso meccanismo che osserviamo ogni volta che un attore ricopre un ruolo “pruriginoso” (gay, lesbica, trans…): subito si sprecano le illazioni maliziose sulla sessualità dell’artista… però se lo stesso attore interpreta, ad esempio, un serial killer, nessuno si chiede se tenga i resti congelati di qualche vittima nello sgabuzzino di casa.

  3. Eric Lauder says:

    Avendo qualche esperienza indiretta con quel mondo (una mia ex, porno attrice, M2F) mi chiedo come sia possibile che un pornoattore che fa scene veramente hard possa aver voglia, nel suo tempo libero, di stuprare qualcun* – di solito i pornoattori tendono ad esprimere nella vita privata una sessualità significativamente differente da quella espressa sugli schermi.
    Sul serio: sarebbe come dire che una tizia che lavora in un call center è sospettata di fare stalking telefonico come “hobby” nel suo tempo libero…

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