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Se anche ti dicono che non sei niente: tu vai avanti e vivi!

12272802_10153804384259525_1036027834_nA volte mi sorprende il fatto che io sia ancora viva. Pensavo di non poter mai superare i venti o i trenta anni e invece sono ancora qui. Sopravvissuta alle stronzate di mia madre e al brutto carattere di mio padre. Alla bulimia, l’autolesionismo, l’amore per il mio sangue caldo che fluiva rapido dalle ferite auto inflitte. Alla prigione volontaria, all’incapacità di leggere gli eventi in modo equilibrato e razionale. Sono rimasta a lungo intrappolata in luoghi della mente claustrofobici che mi toglievano il respiro. Sono rimasta lì finché non è arrivata lei che mi ha semplicemente detto di spogliarmi, mostrarle il mio corpo e sentire la sensazione di una mano che accarezza la mia pelle. Siamo rimaste insieme poco più di tre mesi e poi le ho rivelato la natura dei miei sentimenti. Nei suoi confronti provavo gratitudine, affetto, amicizia, ma non l’amavo. Mi ero invece innamorata di un tale che non conosceva i miei disagi e il mio passato. Mi offrì una via d’uscita che in realtà era un modo per rientrare nella mia fase autolesionista. Ho scelto di seguire le sue indicazioni, di farmi violentare dai suoi ricatti, di baciarlo mentre mi sputava merda e di leccargli il pene mentre mi pisciava addosso. Cercate di capire, sto andando per metafore e grazie a una metafora trovai un altro modo per andare altrove. Sentivo il corpo morto e i pensieri autonomi si facevano sempre più rari.

Trovai una stanza vicino una specie di rifugio per senzatetto. La mia povertà non mi permetteva altro che questo. Rimasi lì per mesi a condividere la fame, la sete, la voglia di rinascere e allo stesso tempo il bisogno di rendere opaco tutto quello che mi aveva riguardato. Non so quanti pompini ho fatto in cambio di una birra, un pasto, una coperta, un po’ di droga. Per continuare a vivere dovevo un po’ morire e in questo stato di coma vigile mi trascinai giù lungo una via parecchio trafficata. A soccorrermi ci fu una donna, una puttana di strada che mi offrì un letto, un tetto, una carezza, senza chiedere nulla in cambio. Mi tenne lì come fossi una figlia perduta, tornata da un lungo viaggio, e in effetti anch’io pensavo di aver viaggiato troppo e il mio corpo esigeva di fermarsi a curare le ferite. Rinunciai a bere, a farmi di qualsiasi cosa e cominciai a ritagliarmi un angolo di serenità in quella casa a me sempre meno estranea. Lei gestiva il suo lavoro e io tentavo solo di sopravvivere. Quando tornò il respiro, ricominciai a sentire la mia pelle e la scelsi come madre. Parlo di lei, della puttana. L’ho amata come si può amare una persona generosa, che ti offre le radici alle quali puoi aggrapparti in ogni caso. Superai quella fase in cui ero perduta, cosciente di tutto quello che facevo ma senza volontà precisa di vomitare il marcio e rigenerarmi.

Dissi a me stessa che forse era il caso di tornare dai miei genitori. Mi avevano sempre disprezzata ma mi sentivo un po’ più forte. Volevo dirgli che ero riuscita a uscirne. Mamma, papà, ce l’ho fatta. Ora sto meglio. Sento che posso ricominciare. Quando arrivai in città mia madre non volle rispondermi al telefono e mio padre disse che non aveva più una figlia. Pensai che per campare dovevo ricominciare a battere in quel clima ostile, perché è assai diverso quando il mestiere lo scegli tu e quando invece è la dipendenza, la morte interiore, che ti fa praticare gesti e emettere suoni, una brutta imitazione di un gemito per una vagina che non provava orgasmi da chissà quanto tempo. Bussai comunque alla loro porta. Dovevano guardarmi in faccia e dirmi il loro disprezzo. Dovevo guardarli negli occhi per dirgli che potevano andare a farsi fottere. Mi ospitò mio fratello, sopravvissuto anche lui alla famiglia ma più tenace e forte rispetto a quanto non sia mai stata io.

Mi procurò un lavoro, faticoso, brutto, ma pur sempre un lavoro. Nei giorni che passavano era come se dalla mia pelle scivolasse tanta polvere, come se la vita cacciasse via la morte. Come se riprendessi colore, con i tessuti finalmente sensibili agli abbracci, di mia nipote, di mia cognata che è una creatura dolce che mi ha dato tanto. Sono diventata la copia di tante normalissime donne che negli anni ho visto senza vederle per davvero. Non ne scorgevo il coraggio, la tenacia, quel che ci vuole per svegliarsi ogni mattina e assumersi la responsabilità della propria esistenza e di chi ti sta vicino. Mi sono sposata un anno fa e aspetto un bambino. Così volevo dirvelo perché se tu ti senti persa, finita, morta, da qualche parte è possibile che tu possa trovare una via d’uscita. Non necessariamente la mia, perché siamo tutte molto diverse, ma pur sempre una via d’uscita. Se sei arrivata allo stadio della mera sopravvivenza scorgerai un salvagente che ti permetterà di non annegare. Aggrappati ad esso, nuota più che puoi, respira a fondo e ricordati che essere fragili non è una colpa e non hai nulla di cui vergognarti. Per quanto la tua famiglia potrà dire il contrario vedi di fregartene e vivi. Maledizione, vivi.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata!

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