Lo scandalo riguardo al legittimo uso della forza

Ragazzi, vorrei fare un po’ di chiarezza riguardo un paio di cose.

Il pretesto è l’ennesimo post feisbucchiano in cui si grida allo scandalo per l’utilizzo della celere durante uno sgombero d’un liceo occupato.

E quindi, , proseguiamo.

Allora, la prima parola è consapevolezza: nel senso che bisogna sempre avere ben chiaro cosa si sta facendo, come lo si sta facendo, in che contesto si agisce e contro chi e che cosa si agisce. Soprattutto, bisogna essere consapevoli di ciò che queste azioni comportano.
Come qualcuno ha già ben detto prima di me, solo chi è male informato si indigna.

Da qui, a cascata:

– lo stato, parole di Max Weber, è l’unico attore che detiene il monopolio della forza, della quale può fare legittimo uso. Poi, parafrasando Charles Tilly, si può aggiungere che ogni stato si è formato tramite atti di forza – per loro natura violenti – e che, quindi, la violenza è un aspetto proprio di ogni forma statale, anche quelle più democratiche. Le forze dell’ordine non sono nient’altro che il mezzo attraverso il quale lo stato si difende dai suoi cittadini, mantenendo l’ordine e l’equilibrio.

– Le parole diritto e legittimo sarebbero da bandire dal vocabolario, perché non si può usare un metro di classificazione basato su regole statali per qualificare un atto di contestazione alle stesse.
Se violi la legge, si può quindi dedurre, non stai compiendo un’azione legittima e, di conseguenza, lo stato – lui sì – è legittimato – dalle sue stesse leggi – a redarguirti. Generalmente dandoti una scarica di legnate che te le ricordi, così impari ad alzare la testa, stronz*!
Sui diritti il discorso è più complicato, ma possiamo provare con una domanda retorica: che diritti sono, se per essere tali qualcuno deve stabilire per legge che lo sono?
Mi vengono in mentre i matrimoni tra persone di identico sesso, o il diritto alla casa.
Che diritto è un diritto che non è tale finché non lo è per legge?
Un diritto, se tale, lo è sempre, indipendentemente dal fatto che qualcuno lo conceda o meno.
I diritti non si concedono, esistono. Quindi, conseguentemente, è pleonastico definire qualcosa un diritto. A meno che non si voglia fare un discorso legalitario, però qui si cade in un paradosso: non puoi occupare ed invocare la legge allo stesso tempo, perché sarebbe come mangiare una mela e lamentarsi del fatto che le mele ci facciano schifo – non so se rendo -.

Quindi, avendo stabilito – spero spiegato, una minima – che l’occupare stabili pubblici o privati è un’infrazione della legge – e che, per questo motivo, non è azione legittima – di che cosa ci si scandalizza se lo stato manda la sua guardia personale a risolvere la questione?
Io mi stupisco di più quando una manifestazione non viene caricata, piuttosto che il contrario.
Perché – e il G8 di Genova, a chiunque sia in grado di guardarlo con occhio critico, questa cosa l’ha insegnata e pure bene – se alzi la testa, se contesti l’istituzione, l’unico modo che questa conosce per rimetterti a posto è bastonarti.
Ogni tipo di ordine statale si basa su forme di terrore e minacce, più o meno bianche, più o meno velate, più o meno violente.
Un’altra frase di Charles Tilly – che definisce lo stato un’associazione simile al racket, nata con l’unico scopo di delinquere – è che il cittadino paga allo stato le tasse per proteggersi da se stesso e, se ci pensate, è così: di fronte alla minaccia della coercizione fisica, vengono versati emolumenti (per il mantenimento della classe politica, fondamentalmente – ciao medioevo, non sei mai andato via! -). Di conseguenza non è atto spontaneo, ma conseguenza di una minaccia.

Quindi, tornando allo stupore, è necessario sapere da che parte si sta.
E’ necessario sapere che, se ti manganellano, fondamentalmente hanno ragione. Fosse anche solo per il fatto che la legge la fanno loro, quindi c’è poco da star lì a discutere, gridare allo scandalo. E’ la prassi, prassi che viene perpetrata da quando sono nati gli stati, quindi da sempre.

Questo non vuol dire che bisogna stare zitti e subire. Questo vuol dire che bisogna sapere a cosa si va incontro, sapere cosa si rischia.
Forse, ancora prima di tutto ciò, bisogna sapere per cosa si sta combattendo e insieme a chi si sta combattendo.
Non c’è spazio – nel mio mondo ideale non c’è mai spazio – per la moderazione, per prendere tempo, per continuare a non scegliere da che parte stare.
O di qua, o di là. O si chiedono i diritti allo stato, la protezione della legge – la stessa che ti manganella in manifestazione e derubrica l’omicidio di Carlo Giuliani come legittima difesa (il primo che parla dell’estintore, giuro, ne compro uno e cristosanto) – o si contesta lo stato con azioni non legittime.

Poi, può essere considerata giusta una cosa non legittima?
Io dico di sì.
Fosse anche solo per il fatto che l’amore tra due simili è una cosa giusta, e solo la legge d’uno stato retrogrado, ignorante può non considerarla legittima.

Detto questo, passo e chiudo.
Ascoltatevi la canzone, se volete.

Vostro,

Inchiostro.

  • Potete trovare i post di Inchiostro nella categoria L’InchiostratoQUI la sua biografia.
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Comments

  1. Mah, lo stato è legittimato dai suoi cittadini ad essere l’unico soggetto che può usare la violenza. Si difende dai cittadini, ma difende anche i cittadini da altri cittadini, legittimamente. Il problema è quando abusa di questo potere, non il potere in sé. Poiché se non ce l’avesse lo stato ce lo avrebbero tutti i cittadini, e non è detto che sia meglio, anzi, è storicamente dimostrato che le società meno violente sono quelle statali.

    Sui diritti, ti sbagli. I diritti non esistono in natura, sono categorie concettuali che hanno senso solo in un sistema giuridico. Nessuno impedisce agli omosessuali di stare insieme, ma il matrimonio è un’istituzione giuridica, e in quanto tale passa attraverso la legge.

    La legge si può cambiare, e si può anche farlo dopo averla infranta. Le azioni politiche servono a questo.

  2. Ottima analisi.
    Mi permetto di aggiungere che la deriva per cui determinati rapporti di forza non vengono più percepiti dall’opinione pubblica per quello che sono, e di conseguenza ci si indigna, è causata in buona misura dall’istituzionalizzazione che gli ormai ex corpi intermedi della società (partiti, sindacati) un tempo delegati a rappresentare gli interessi di classe, hanno subito nel corso della storia repubblicana.
    Mi riferisco nello specifico al PCI, alla CGIL e in misura minore al Partito radicale che probabilmente è stato l’incubatore dei diritti messi a valore dal capitale.

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