Puta (puttana)

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di Satya Vinaver

(testo originale QUI. Traduzione di M’ària Jezabel Muscau. Revisione di Martina)

La strada è uno spazio per gli uomini e me lo dicono chiaramente le violenze che vivo ogni giorno quando abbandono lo spazio che mi è stato designato: la casa.

Mi hanno insegnato a vivere con paura, a chiudere le gambe, a non usare gonne troppo corte, scollature troppo vistose.

Prima di uscire di casa, automaticamente, considero quanta luce c’è, quanti aggressori incontrerò per strada che potrebbero interpretare negativamente la mia pelle scoperta. Mi domando in che modo, oggi, mi potrebbero violentare e come potrei difendermi.

Nelle menti omologate dei/delle machist*, la mia pelle scoperta può essere un richiamo alla violenza, ad azionare quel tal meccanismo di potere o protocollo di repressione nei loro stessi confronti, qualora sfuggano al ruolo imposto. È da quando sono nati che viene ripetuto loro che chi esce dall’ordine prestabilito deve essere violentato per creare paura e farl* rientrare nell’ordine.

La mia fissazione è la disobbedienza. Preferisco vivere nel rischio costante e rompere con l’ordine dello spazio pubblico (spazio destinato al privilegio di chi è portatore di caratteristiche maschili) e lo spazio privato (spazio interno, generalmente domestico, dove i membri ritenuti inferiori dal sistema patriarcale, portatori di caratteristiche femminili, fanno il lavoro servile deciso dai membri ritenuti superiori). Preferisco ribaltare ciò che è politicamente corretto (me ne frego), inventare miei parametri, non seguendo nessun ordine e scopare schivando lo sguardo patriarcale.

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Sono una puttana perché infastidisco la gente eterosessuale, perché terrorizzo i/le militant* di questo regime di merda (e mi riempie di gioia). Sono puttana perché ho la figa, un dildo, l’ano e tutto appartiene a questo corpo ermafrodita che mi costruisco giorno per giorno.

Sono puttana perché il regolamento della mia scuola dice che essere puttane è sbagliato, che il modo di vestire riflette la qualità della persona che sei (e in questo regime preferisco non avere nessuna qualità, non sono il prodotto del supermercato, carne che si vende impacchettata. Preferisco essere lo scarto che si butta nella spazzatura perché non integra- piena di colori e diversa (strana), minacciosa, rara, puttana, pazza. Perché è dalla discarica, dalla precarietà che voglio partire con la mia gioiosa vendetta).

Sono una puttana sanguinante perché se mostro il mio sangue (soprattutto quello proveniente dalla mia vagina, la parte più sporca) mi cacciano dalla scuola, perché se sono una puttana, decisamente, mi cacciano dalla scuola, ma per fortuna mi sono infiltrata con particolare cautela, il tanto che basta per poter tornare indietro dopo aver appreso quello di cui ho bisogno.

Essere puttana significa sapere in anticipo che mi violenteranno in svariati modi, in un constante (fallito) intento di correggermi e normalizzarmi.

Ho imparato a vivere il mio corpo in maniera frammentata, una geografia colonizzata dallo sguardo patriarcale. Mi sono così squartata/divisa e ricostruita con pezzi di pelle altrui costruendomi, così, una corazza mostruosa, un’arma metamorfica.

Se mi dicessero ‘’questo pezzetto di carne è la tua figa, questi altri sono le tue tette e sono sacri, appartengono all’ordine patriarcale e stanno qui per servirlo, sicché i figli sani dell’eteropatriarcato verranno a punirti se disobbedirai all’ordine delle sante carni frammentate’’, io li farei tacere, ché la mia carne è mia solo mia e di nessun altro. Né il maschio più violento, né lo sguardo più intrusivo potranno godere di questo privilegio che gli strapperò violentemente con il mio viso da bestia e la mia lingua affilata, puttana.

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Molte volte, questi ridicoli intenti di correggermi, consistono in sguardi di disapprovazione, apprensivi, disgustati, intrusivi, accusatori. Molte altre volte mi vengono rivolte espressioni inorridite, preoccupate, profondamente confuse, risate nervose, tutto permeato dalla paura provocata dalla mia mostruosità, dalla mia disobbedienza.

Poche volte ricevo un sorriso entusiasta e complice, occhi che brillano, una pazza che viene e si spoglia con me e condivide un po’ del suo nettare da strega.

Nelle mie avventure da puttana esibizionista ricevo di tutto e do di tutto: tutta la mia figa bagnata, divertimento e risate compiaciute.

Questa esibizione (ritratta nelle foto) è avvenuta in centro un venerdì popolato di gente diversa, rari uomini a dirla tutta, molti sguardi disapprovanti, altri sorpresi, curiosi, complici, persone che mi vedevano da lontano e decidevano di passarmi davanti senza voltarsi a guardarmi (perché la figa non si deve guardare, la figa è la SANTA FIGA) e molti altri sguardi indecifrabili.

La mia azione è stata quella di sedermi tra le gambe di una scultura raffigurante una madre con in braccio la sua creatura (interessante coincidenza, puttana-madre), io sono vestita di nero, con pantaloni bianchi con la scritta ‘’puttana’’ con lettere rosse, con le cosce aperte il più possibile, guardando negli occhi i/le passant* per un paio di ore.

Qui presento alcune fotografie dove si vedono alcuni sguardi che rispondevano alla mia provocazione:

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Fotógrafas: Lola Espinoza, Ceci Pérez.

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