Nel 2015 una donna su cinque vittima di violenza fisica in Europa

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Di Emmanuèle Peyret e BIG — 24 novembre 2015

Articolo originale qui.

Il 25 novembre si festeggia la Giornata mondiale della lotta contro le violenze alle donne, organizzata dalle Nazioni Unite.

Per alcuni il 25 novembre è la festa di Santa Caterina, una ricorrenza ormai desueta per le donne che a 25 anni non hanno ancora trovato marito. Per altri, invece, à la Giornata mondiale della lotta contro le violenze alle donne, organizzata dalle Nazioni Unite a seguito di una risoluzione del dicembre 1999. Lo scopo è quello di promuovere i diritti delle donne e, soprattutto, di sensibilizzare il pubblico, di informarlo della condizione femminile, e di riaffermare la necessità di una battaglia imprescindibile.

I dati lo dimostrano ampiamente: la forma più comune di violenza fisica è quella ad opera del proprio partner. In base ad una media mondiale, almeno una donna su tre verrà picchiata, o fatta oggetto di violenza sessuale o di altro tipo nel corso della propria vita.

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Secondo le informazioni della Banca mondiale, per le donne di età compresa tra i 15 e i 44 anni lo stupro e la violenza domestica rappresentano un rischio più concreto che non il cancro, gli incidenti stradali, la guerra e la malaria messi insieme, giacché una donna su cinque sarà vittima di stupro o di tentativi di stupro nel corso della propria vita.

I dati sono agghiaccianti: nella sola Francia, in tutti gli ambiti, in campagna come in città, una donna muore ogni tre giorni a causa delle percosse ricevute dal proprio compagno. Ecco perché questa Giornata del 25 novembre “è realmente necessaria”, sottolinea Elisabeth Morin-Chartier, deputata europea e presidente della European Union of Women (EUX). “E’ necessario spiegare, alle donne come agli uomini, ai medici come ai pazienti, ai bambini come agli adulti, ai datori di lavoro come agli impiegati, ciò che costituisce violenza. E’ essenziale informare, far sentire la propria voce, e proteggere le donne che hanno denunciato gli abusi.”

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Una serie inquietante di violenze. Secondo un’inchiesta dell’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione Europea, condotta su un campione di 42000 donne e pubblicata l’anno scorso, una donna europea su cinque ha subito violenza fisica o sessuale, e quasi una su due è stata esposta a violenza psicologica. In testa a questa serie di violenze figurano i Paesi Bassi, la Svezia, la Romania, e la Francia. In quest’ultima, una donna su quattro ha dichiarato di essere stata vittima di violenza fisica, raggiungendo così una percentuale nazionale del 26% rispetto alla media europea del 22%. Il tasso di violenza è anche più alto in Lettonia e Danimarca, dove raggiunge il 32%; sebbene i paesi del nord Europa siano più avanzati in termini di parità tra uomo e donna, i dati peggiori provengono proprio da essi. “La causa principale è l’alcool,” commenta Elisabeth Morin-Chartier, “Ma bisogna anche considerare che le donne di quei paesi sono più consce dei propri diritti. Poiché sono meno restie a far sentire la propria voce di quanto le donne facciano altrove, esse si sentono anche maggiormente legittimate nel denunciare gli abusi subiti.”

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Da ciò si può intuire come i dati sulla violenza contenuti nell’inchiesta siano in realtà molto inferiori alla reale portata del problema. Le donne hanno spesso paura di sporgere denuncia a causa delle possibili conseguenze: di qui la necessità di fare informazione, di diffondere testimonianze, di offrire sostegno.

Ma prima di tutto è necessario ricordare cosa costituisce violenza. Questo l’elenco di Elisabeth Morin-Chartier: “Spintonare, schiaffeggiare, tirare per i capelli, prendere a pugni, o procurare ustioni con le sigarette”. Ed aggiunge: “Vi è inoltre il disprezzo prolungato nel tempo, con frasi come “non vali niente, non combinerai mai nulla nella vita”; oppure comportamenti vessatori, come sottrarre a una donna le chiavi della macchina, impedirle di vedere la propria famiglia, ricattarla, sopraffarla con atteggiamenti possessivi e tagliarle i fondi.” Bisogna anche saper riconoscere i segnali che indicano inequivocabilmente casi di violenza, segnali come la depressione, difficoltà a dormire, ansia e crisi di panico; ed è altresì importante rendersi conto di essere stati sottoposti ad isolamento coercitivo, lontano dai propri cari. E’ questa, infatti, la via crucis che le vittime di violenza domestica devono percorrere, e che spesso coinvolge anche i figli: nel 2014, nella sola Francia, 35 bambini e 134 donne sono deceduti a causa di violenze all’interno della coppia. Il principale problema dell’Europa, continua la deputata, “è la mancanza di informazione e di coinvolgimento a tutti i livelli, incluso quelli sociale e politico.”

Dal 2008 la crisi economica si ripercuote in maniera particolarmente aspra sulle donne, che vivono spesso in condizioni precarie, con lavori part-time e palesi disparità di salario; essa contribuisce di conseguenza a rendere un gran numero di donne maggiormente indifese: “Stiamo attraversando una fase regressiva nella storia delle donne, giacché la loro posizione nella società è strettamente correlata al loro livello d’istruzione ed alla trasformazione delle loro conoscenze in un apporto alla vita economica.”

Il Trattato d’Istanbul. E’ pertanto necessario, ripete Elisabeth Morin-Chartier, che vi siano maggiori iniziative a livello nazionale, e soprattutto, che tutti i paesi europei ratifichino per prima cosa la convenzione del Consiglio d’Europa sulla violenza contro le donne e sulla violenza domestica. Il trattato è stato firmato a Istanbul nel 2011, e tra i 13 paesi che hanno finalmente deciso di prestare soccorso alle vittime figurano l’Austria, la Danimarca, la Svezia, l’Italia, il Portogallo e la Francia, che ha aderito nel luglio 2014.

Il trattato è indispensabile, spiega la deputata: “Le donne hanno bisogno dell’aiuto della giustizia. Quando tutta l’Europa lo firmerà, si potrà iniziare a creare a livello europeo un sistema di protezione legale coerente che sia realmente efficace.” In termini più generali, conclude Elisabeth Morin-Chartier, “vi è l’assoluta necessità di trasferire una questione di natura privata alla sfera pubblica.”

Traduzione: Eddie

Arrangiamento grafiche: Manu

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Comments

  1. Eric Lauder says:

    Elisabeth Morin-Chartier è una delle SWERF che hanno votato a favore della risoluzione Honeyball nel febbraio 2014, quella che propone il modlelo svedese per tutta Europa.
    http://thehoneyballbuzz.com/women-in-power-2/a-z-of-female-members/l-m/elisabeth-morin-chartier/
    Seriamente: qualcuno crede davvero che il 52% delle donne danesi sia stata sottoposta a violenza fisica significativa o violenza sessuale? Non si può combattere la violenza domestica gonfiando le cifre in questa maniera.

  2. Eric Lauder says:

    Vorrei essere ancora più esplicito: se si crede davvero che il 52% delle danesi sia stata vittima di abusi significativi, credo si debbano trarne le logiche conseguenze. Si consideri infatti che:
    A) il 20% degli uomini non si sposa affatto.
    B) il 3% degli uomini è gay, almeno altrettanti sono bisex e quindi non necessariamente vivono con una donna.
    Combinando le varie percentuali viene fuori che circa il 70% delle relazioni eterosessuali è abusiva e significa violenza sulle donne.
    Se simili percentuali fossero vere stiamo parlando di un’emergenza umanitaria catastrofica, che richiede soluzioni immediate e decise.
    Se il 70% degli uomini in relazioni etero è abusivo, non si possono aspettare grossi risultati dall’educazione affettiva: prima di tutto richiede anni prima di dispiegare appieno i suoi risultati, e pure se la percentuale di abusi venisse alla fine dimezzata saremmo sempre ad un assolutamente inaccettabile 35%, e ci vorrebbero molti anni. E’ invece ovvio che si deve quantomeno scendere sotto il 10% ovverosia ridurre di almeno 7 volte il livello attuale di abusi.
    Se simili percentuali fossero vere la soluzione logica sarebbe scoraggiare con tutti i mezzi possibili qualsiasi convivenza eterosessuale. L’inversione dell’onere della prova e la carcerazione preventiva di tutti gli uomini accusati potrebbero essere logici e funzionali allo scopo. Stando a quello che dice Morin-Chartier l’alcool è un grosso problema: vietare di bere alcolici agli uomini che convivono con una donna potrebbe essere un’altra parte della soluzione.
    Resta però l’interrogativo principale: perché tali sondaggi vengono condotti solo sulle donne e non anche sugli uomini, utilizzando i medesimi parametri? Siamo sicur* che non verrebbe fuori che magari anche il 30% o 40% o perché no pure 50% sono anch’essi “abusati”?
    Secondo i più recenti sondaggi CDC, su entrambi i sessi, circa violenza domestica e stupro, utilizzando definizioni estese, il risultato è proprio questo…
    Sono pronte le donne europee ad accettare l’idea che una donna su tre (od anche di più) abusa del compagno?
    Perché, se non hanno niente da temere, si evitano sistematicamente tali indagini?
    Come uomo vittima di violenza domestica femminile (vera: mi sono preso una coltellata) sarei molto curioso di vedere i risultati di una simile inchiesta.

    • Per Eric Lauder.
      Guarda che tali risultati sono normali quando si fanno le indagini sulla violenza contro le donne (pensa all’ISTAT) perché si tende sempre a privilegiare la prevalenza rispetto all’incidenza.
      È chiaro che se comunichi il dato della prevalenza il dato si riflette sulla percezione dei lettori i quali crederanno in un paese dove la violenza è molto più pervasiva di quanto sia in realtà.
      A titolo di esempio: l’indagine ha riguardato donne dai 18 ai 74 anni. Usare dati sulla prevalenza vuol dire mettere insieme sia una donna di 20 che subisce violenze ripetute dal partner attuale, sia una donna di 70 anni che magari ha subito violenza due sole volte 40 anni fa. L’ultimo caso non incide per nulla sulla situazione attuale ma gonfia il risultato finale e rinforza nel pubblico la percezione che la violenza domestica sia un fenomeno molto più diffuso di quanto sia in realtà.
      Nei fatti però emerge che a livello generale solo il 7-8% delle donne ha subito una forma di violenza fisica negli ultimi 12 mesi il che significa, ricordiamocelo, che il 92-93% degli uomini non ha commesso violenze fisiche.
      Quindi il dato segnalato da laglasnost è errato.
      Nel 2015 una percentuale di donne compresa tra il 7-8% ha subito violenza fisica dal partner, il che significa che 92-93% dei partner non ha commesso violenza fisica.
      Se infine osservi l’Italia vedrai che in quanto a frequenza siamo messi molto bene e questo ci conferma quello che si conosce già da tempo: che la cultura non è legata alla violenza dal momento che Paesi visti da molti aderenti alle teorie di genere come faro per la parità di genere fanno molto peggio di noi. In conclusione, il legame tra patriarcato o cultura patriarcale e violenza sulle donne è stato per l’ennesima volta smentito da quest’indagine.
      Se si facesse un’analoga indagine sugli uomini si scoprirebbero tassi di prevalenza e di incidenza più o meno simili (e tali indagini vengono pubblicate da almeno 30 anni, vedi il libro di Straus, Gelles e Steinmez del 1980) ma questo sarebbe un problema per le paritarie (notoriamente aderenti alle teorie femministe) perché minerebbe tutto l’impianto teorico-religioso che afferma che la violenza è strutturale e soprattutto culturale.
      Rilevare che le donne sono violente quanto o più degli uomini obbligherebbe a ripensare alle cause della violenza, richiamando fattori che chi legge il mondo con le teorie femministe è solito reagire con molta ostilità solo al sentirli nominare (conflitti di coppia, abuso di sostanze, disturbi della personalità, ecc.). Allo stesso tempo chi ricorre alle teorie femministe si ritroverebbe a dover considerare che anche le donne infiggono violenze agli uomini per motivi culturali (cultura matriarcale) e questo non può essere accettato.
      Tutto ciò si riflette sui progetti di prevenzione o contrasto perché si utilizzano interventi che non servono a nulla (come ad esempio la caccia agli stereotipi di genere e il loro abbattimento) ma hanno il vantaggio di far percepire alle paritarie che il nemico è più forte che mai e sono sulla buona strada (“c’è ancora tanto da fare”, “le resistenze culturali sono enormi e il problema è strutturale”).

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