Sono drogata, con dipendenza da psicofarmaci

Lei scrive:

Ciao Eretica. Salto i soliti convenevoli perché ho bisogno di raccontare la mia storia. Non so cosa mi prende stasera ma ho una sorta d’urgenza. Ti informo già da subito che ho preso una boccetta intera di Minias (Lormetazepam) e quindi mi scuso per gli eventuali errori da fattanza.
Non voglio tediarti con la storia della mia vita (crisi di panico, disturbi alimentari etc)) ma ti chiedo per favore di ascoltarmi. E di pubblicarmi. Non ho paura.

Ho passato negli studi degli psicanalisti tutta la mia vita, durante l’adolescenza sono diventati psichiatri.

Mi hanno reso dipendente da sostanze (senza nessun esame bada bene, come dei pusher) per poi dirmi che non ero in grado di gestirle (benvenute benzodiazepine!).

Non mi nascondo, ho rubato e rubo ancora le ricette in bianco dagli studi medici.
All’epoca ero convinta di averne bisogno.
Mi sono sentita usata come una cavia, ma subivo il fascino del camice bianco (uomo o donna che fosse, non c’entrava nulla il sesso, io non ero normale e loro potevano aggiustarmi, capisci?), così ho continuato a fare come dicevano loro, salvo prendere benzodianze di nascosto, magari abbinate a vodka nei momenti più bui.

Nel frattempo ho avuto diverse overdose da minias (da lì la decisione di togliermi le benzodiazepine come zoloft prozac etc).

La loro soluzione, a quel punto, è stata farmi entrare in un gruppo di terapia. Non volevo saperne. Nonostante il loro tentativo di farmi sentire in colpa, nonostante il bastone, la carota, e i giochetti mentali sulla responsabilità personale e il libero arbitrio che erano i loro cavalli di battaglia, non cedevo.
Allora è arrivato il ricatto. A te sembrerà una cavolata, ma i medici che ti seguono da anni diventano un forte punto di riferimento. Senza di loro, e senza la consapevolezza di adesso, mi sentivo perduta.

Ho accettato ed è stato un disastro. Io mi stavo disintossicando dalle benzodiazepine ed ero circondata da gente che parlava con disinvoltura del medico compiacente che procurava loro la scorta di tavor. Oppure il tizio che si iniettava aria nella coscia per pura noia.

Praticamente era come chiudere in una distilleria un alcolista anonimo. Sono durata tre mesi, poi un giorno ho salutato tutti, e mi sono diretta in viale XXXXXXX, dove ti danno tutto senza prescrizione. Sono andata per la terza volta in overdose, a casa mia.
Il mio ragazzo mi ha lavata e infilato il pigiama, prima che arrivassero.

Ho saputo in seguito che mia mamma ha telefonato disperatamente alla mia dottoressa di riferimento perché mi dirottassero all’ospedale XXXXXXX, dove ero seguita (tieni conto che la mia mamma credeva tanto nei medici). A quanto pare le ha risposto seccata che un ospedale valeva l’altro, e che non rientravo più nel progetto della terapia di gruppo del day hospital. Questo era uno studio che seguiva un modello inglese e che pareva avesse prodotto ottimi risultati (“indirizzato a individui con disturbi della personalità”).

Chiaro che una come me rovinasse la media e dovesse essere eliminata. O meglio. Abbandonata. La mia psichiatra…mi sto dilungando già abbastanza, ma è stata una perdita atroce, una bella mazzata capire cosa significavo realmente per lei.

In seguito a tutto questo ho perso ogni freno inibitore. L’unica cosa che non volevo era pensare.

Mi hanno fatto un TSO. Vorrei che ci fosse il modo di rendere tramite la parola scritta il silenzio terrificante che dovrebbe seguire questa affermazione.

Un infermiere mi ha tirato una ginocchiata sullo sterno, mi hanno praticato un’iniezione (nelle mie orecchie il mio urlo “mamma! mamma!mammaaaaaah) e mi sono svegliata con le cinghie mani e piedi.

Ho chiesto di essere liberata. Ho cercato di alzarmi così mi hanno legata di nuovo e hanno praticato altre iniezioni sul mio corpo inerme. Questo all’ospedale XXXXXXX.

Sono venuti a visitarmi dei medici. “Tu non dovresti essere qui.” E chi mi ci ha messo?! Ho cercato di trattenere la rabbia, ma ho chiuso il piede di un medico nella porta perché non volevo vederlo. Ops. Mi ha guardata come uno scarafaggio. Condividevo la stanza con donne che avevano minacciato neonati con una pistola. O forse hanno minacciato con la pistola chi voleva portarglieli via. Molto più plausibile.

Le infermiere mi sbeffeggiavano. Dovevo lavarmi di fronte a loro. Il peggiore era quello che mi aveva picchiata, quando mi incontrava fischiettava.
A quel punto un altro infermiere più giovane, gentile, mi ha consigliato di mangiare quello schifo che chiamanavano cibo, di sorridere di più e di curarmi maggiormente. “Altrimenti rimani qui”.

E infatti sono uscita. Tante scuse, “quelle come lei non dovrebbero finire qui dentro”. Nessuno dovrebbe.

La prima cosa che ho fatto appena uscita è stata scolarmi due boccette di minias.
Fare shopping natalizio per tutte le persone che amavo e in seguito, solo in seguito, riflettere su me stessa.
Non avete capito un cazzo di me, paternalisti violenti, arroganti nascosti dietro un camice.

Non ho mai rischiato di morire come allora.

Non mi fidavo più degli psichiatri, pusher col complesso del dio, ma ho scoperto che ci sono psichiatri che esercitano prima di tutto psicanalisi.
Sono due anni che ho scoperto quest’uomo.

Lo adoro? Sì, ma non con la stessa enfasi di quando ero più giovane. Assomiglia a Babbo Natale.

E non è che vada tutta rose e fiori la mia vita, da quando mi segue lui.
Ma Babbo Natale non si considera un camice bianco col complesso del dio.

Parliamo tanto del mio spettro autistico (l’esercito di cazzoni frequentati in precedenza non aveva mai individuato quello che pare sia un grosso problema della mia personalità, probabilmente non lo trovavano abbastanza interessante). I miei problemi di comunicazione, quanto ne parliamo io e Babbo Natale!

Sai cosa mi ha detto una volta?

:”Noi dobbiamo capire come tirare fuori la vera R. Senza Minias, perché se quando prendi il Minias viene fuori, significa che c’è già. Poi, se ogni tanto vuoi farti uno spritz col goccetto di Minias capirai che me ne frega.”

Questa frase così semplice e banale, a me, sempre guidata dal senso di colpa inculcato dai camici bianchi importanti e pubblicati, è stata una novità assoluta. Ha cambiato totalmente la mia visione degli psicofarmaci e in generale della droga.

Quando ero coi dottoroni il Minias e le benzodiazepine erano la LORO CURA. Decisa da loro, e se a dirlo erano loro, era un obbligo. L’obbligo di chi è diverso e ne ha bisogno. Una medicina per chi è diverso. DIVERSO. “NE HAI BISOGNO.”

“E io…si vede che sono fallata, sono diversa, ti credo.”

Adesso la musica com’è cambiata? Ho sempre il mio spettro acustico che mi segue, ho sempre crisi di panico! Sì.

Ma se prima il Minias e le benzodiazepine erano le mie medicine per guarire (pffffff), ora riesco a vederle per quello che sono.

Una droga.

Una droga e nulla più.

Un anestetico.

Che pratico e assumo alle mie condizioni.

E non so se prima o poi riuscirò a sentirmi me stessa, senza panico e disturbi alimentari e di comunicazione, anche senza il Minias e compagnia bella.

Ma mi fa sentire libera il pensiero che questa è solo una droga.

Io sono una ragazza depressa con un milione di problemi. Sono solo una delle tante.

Non ho bisogno del Minias perché sono speciale e sono malata.

Io non sono malata.

Tu volevi che prendessi una medicina.

Io invece mi drogo.

Perché malato sarai tu.

(Un bacio Eretica. Non so cosa mi sia preso…ho sentito fortissimo il desiderio di raccontare la parte più dolorosa della mia vita. (…) tutti devono sapere, troppi parlano con superficialità di psichiatria e di droghe. Ho finito il momento di catarsi. Grazie di esserci)

Comments

  1. Ti scrivo per dirti che ti capisco, che ti abbraccio … che non devi mollare mai, la tua presa di coscienza è come una catarsi ed è stato bello leggerti. Siamo noi che decidiamo, mai più nessuno deve decidere di noi , dei nostri corpi, delle nostre menti delle nostre droghe… Siamo ragazze depresse, siamo persone che si portano un dolore dentro. Qualcuna in segreto, qualcuna urlando… siamo in lotta con noi stesse e con il mondo, ma ti assicuro che non siamo sole… Tu non sei sola, perchè io sento che ti sono vicina mentre leggo le tue parole piene di vita, risuonanti di lotta e di forza d’animo… Coraggio ,amica, avrai tutti i problemi di comunicazione che dici, ma a me sei arrivata dritta nell’anima.

  2. Grazie. Ho subito di recente un tso. Il terzo della mia vita. So cosa vuol dire essere legate a un letto a forza ed essere riempita di ogni psicofarmaco che dei 10 giorni che sono stata lì ne ricordo forse gli ultimi due.

    Un grande abbraccio. Non me la sento più di cercare babbo natale. Ma forse in futuro..

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