Le leggi tedesche sulla prostituzione e perché non hanno niente a che vedere con la proposta di Amnesty International

Questa è la prima parte di due che parlano di leggi sull’industria del sesso in Germania e del trafficking. Articolo in lingua originale QUI, tradotto da Sara. QUI la traduzione in italiano della seconda parte. Buona lettura!

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Teoricamente legale: Le leggi tedesche sulla prostituzione e perché non hanno niente a che vedere con la proposta di Amnesty International sul lavoro nell’industria del sesso.

Prima parte su due di un’analisi sul lavoro nell’industria del sesso in Germania

Un* sex worker negozia il prezzo con un* cliente in una zona turistica di Berlino. Berlino è una delle tre città tedesche senza zone limitate per la prostituzione. C. Sascha Kohlmann, 2012, Flickr

Un* sex worker negozia il prezzo con un* cliente in una zona turistica di Berlino. Berlino è una delle tre città tedesche senza zone limitate per la prostituzione. C. Sascha Kohlmann, 2012, Flickr

 

di Katherine Koster (Sex Workers Outreach Project)

La Germania (e i Paesi Bassi) sono stati fatti entrare con irruenza nel caos sulla nuova proposta di Amnesty sui/sulle sex worker. Secondo il Time Magazine, “a seguito della legalizzazione da parte della Germania della prostituzione nel 2002, un rapporto della polizia afferma che è diventato più difficile individuare i magnaccia violenti.” L’Observer Reporter dichiara: “Sia la Germania che i Paesi Bassi hanno depenalizzato la prostituzione all’inizio della scorsa decade ma nessuno dei due paesi ha visto un calo del traffico di esseri umani, anzi, il numero è addirittura aumentato, così come è aumentata la violenza verso le/i prostitut*”. CNBC scrive che “i paesi che hanno depenalizzato o deregolamentato il commercio del sesso, come Germania e Paesi Bassi… hanno visto una crescita vertiginosa di case chiuse legali e un aumento del traffico sessuale”. E l’Irish Times aggiunge: “La depenalizzazione della prostituzione in Germania nel 2002 ha creato “mega bordelli” non monitorati, rendendo così il traffico sessuale più facile…”

Nonostante venga continuamente citato come esempio dai media all’estero, ancora non si riesce a far luce sul commercio del sesso in Germania, e ciò mi ha spinto a indagare più da vicino questo fenomeno tedesco. Prima di inoltrarci nella realtà del traffico e delle condizioni lavorative del commercio del sesso tedesco, è opportuno fornire il contesto entro il quale la Germania gestisce legalmente il lavoro sessuale.

Per cominciare, è stata veramente “legalizzata la prostituzione nel 2002”? E ancora, qual è stata la variabile accusata di essere l’inizio da cui tutto è degenerato?

Prima di tutto, il commercio del sesso in Germania non era “illegale” prima del 2002: la regolamentazione era per lo più limitata a leggi sulle zone permesse, sull’impatto della contrattazione, sul beneficio per il pubblico e terzi. Le case chiuse erano un punto nebuloso, ma erano generalmente tollerate, ovvero si potevano affittare stanze per la prostituzione, ma ogni fronzolo era proibito: dai preservativi agli asciugamani o alla pubblicità. La prostituzione, però, era classificata come “immorale” e ciò giustificava l’esclusione de* lavorator* del sesso dai servizi pubblici, dall’assicurazione sanitaria e dalle leggi sui diritti dei lavoratori.

La riforma del 2002, che i giornalisti prendono come riferimento è la “Legge che regola la situazione giuridica de* prostitut*”, il ProstG, che ha rimosso il linguaggio morale dalla maggior parte delle leggi della Repubblica Federale di Germania, ma non da tutte. La riforma è stata duramente contestata, ma alla fine sono riusciti a passare una legge federale edulcorata, di tre paragrafi, che lascia molto alla discrezione di ogni stato federato tedesco.

ProstG ha rimosso il linguaggio morale e le leggi penali contro la pubblicizzazione della prostituzione per chi ha più di 21 anni (precedentemente chiamato “lenocinio”), ha creato il riconoscimento unilaterale dei contratti tra sex worker e cliente (quindi la persona che offre prestazioni sessuali può querelare il cliente se non paga ma il cliente non può querelare in caso di mancata prestazione) e ha limitato il riconoscimento legale dei contratti tra sex worker e datore di lavoro (nonostante quanto normalmente sostenuto, il datore di lavoro non può dire alle/ai sex worker cosa fare e con chi farlo). Forse la parte più importante della legge è quella in cui si assicura l’accesso ai sussidi di disoccupazione: come afferma Sonja Dolinsek, professoressa all’università Humboldt, infatti, “la Germania è uno stato basato sul welfare e, se si pagano le tasse, si guadagnano dei diritti come ad esempio i sussidi di disoccupazione e la sicurezza sociale; ma prima della decisione del 2003, questo non valeva per la categoria del* sex worker. Potevano essere esclus* dalle assicurazioni sanitarie per legge, perciò si trattava di una discriminazione in quanto, da un punto di vista legale, erano obbligat* a pagare le tasse ma non godevano degli stessi diritti di chi paga le tasse”.

 

Mappa di Düsseldorf. “Sperrgebiet”, ovvero aree in cui qualunque forma di lavoro sessuale è proibita. Fonte: https://www.duesseldorf.de/ordnungsamt/bilder/sperrbezirk.jpg

Mappa di Düsseldorf. “Sperrgebiet”, ovvero aree in cui qualunque forma di lavoro sessuale è proibita. Fonte:
https://www.duesseldorf.de/ordnungsamt/bilder/sperrbezirk.jpg

 

Dopo il 2002: “Legale, ma illegale nella maggior parte della Germania”

La legge del 2002 non è riuscita a imporre federalmente ordini su zone permesse, registrazione, antinfortunistica e poteri della polizia, il che ha delegato un’importante parte della giurisdizione agli stati federati tedeschi: in definitiva, soprattutto negli stati più conservatori del sud, non sono mai state rimosse le leggi locali sfruttando proprio quell’”immoralità della prostituzione” che la legge federale del 2002 ha teoricamente abolito.

Anche se il commercio del sesso era, tecnicamente, già legale prima del 2002, molte città e stati hanno costituito delle “Sperrgebiet” ovvero zone libere dalla prostituzione proibendo, di fatto, la prostituzione, soprattutto la prostituzione di strada, in gran parte della Germania. ProstG ha permesso alla Germania e ai sui stati di mantenere o, addirittura, istituire nuove aree di limitazione. Dolinsek afferma che il sistema “è a cascata: c’è una legge federale che permette agli stati di promulgare leggi. Quindi lo stato dice ‘non vogliamo la prostituzione in aree con meno di 30.000 o meno di 50.000 abitanti’. Quindi le città più grandi decidono le zone della città in cui ci si può prostituire”.

La prostituzione nelle aree limitate è perseguibile penalmente: “le prime due volte si prende una multa dai 100 ai 200 euro, la terza volta, o se non si può pagare la multa, si va in prigione”. Al giorno d’oggi, si stima che la prostituzione, o almeno quella di strada, sia legale solamente in 230 città tedesche su 2.064 città e 11.253 comunità e in quelle 230 sia legale solamente in piccole Zone di Tolleranza. Secondo Sex Work AT, circa il 98% dell’area geografica della Germania e più del 90% tra città e paesi siano aree limitate e più di due terzi dei residenti vivono in una città dove il commercio del sesso è proibito.

 

 

La prostituzione completamente “legale”, quindi, è un’eccezione in Germania: Berlino è una delle sole tre città tedesche senza aree limitate. In altre città, il lavoro sessuale in strada si può praticare solo in pochi isolati (Amburgo, Augusta e Dortmund). Altrove è completamente proibito (Düsseldorf). Il lavoro sessuale svolto all’interno è solitamente proibito in centro città o nella maggior parte della città il che significa, in città come Monaco, Francoforte e Dresda, che i/le sex worker possono essere multat* o arrestat* se visitano i/le clienti o se operano nelle loro case. A Monaco, dove il commercio del sesso è permesso solo nel 3% della città, i/le sex worker affermano che la polizia organizza regolarmente operazioni sotto copertura per indurre i/le sex worker a entrare in zone proibite.

Un altro aspetto immutato dalla ProstG ma che aumenta la Sperrbezirk, l’area limitata, è quello delle leggi della polizia statale che, anche in città liberali come Berlino, danno alla polizia la libertà di entrare ovunque si sospetti si commercializzi sesso, includendo così anche le case dei/delle sex worker. Per quanto riguarda la registrazione, è volontaria, in teoria. Però, come dice Dolinsek, in città conservatrici come Monaco, “se una casa chiusa assume sex worker non registrat*, la polizia continuerà a fare irruzione in quella casa portandola infine al fallimento”.

In aggiunta, anche dopo la ProstG, il linguaggio morale è ancora intrinseco in alcune sezioni del codice federale tedesco. “Molte leggi estranee all’argomento ancora utilizzano un linguaggio del XIX secolo come ad esempio “Gewerbsunzucht”, dissolutezza commerciale,” aggiunge Dolinsek. “Un migrante potrebbe essere deportato se contravvenisse alle leggi sul lavoro del sesso; un dipendente pubblico potrebbe essere licenziato, perché la prostituzione è associata a criminalità e corruzione”.

La posizione di Amnesty sul lavoro del sesso, la Germania e la depenalizzazione

Come continuano a sostenere i difensori del lavoro del sesso, la legalizzazione non corrisponde alla depenalizzazione. Secondo Amnesty, depenalizzazione “significa che i/le sex worker non infrangono più la legge svolgendo attività legate al sesso”. Al contrario, legalizzazione significa che “lo stato promulga leggi e norme specifiche che regolano formalmente il lavoro del sesso”.

In Germania, legalizzazione spesso significa criminalizzare l’adescamento in strada e il lavoro del sesso di non nativi, alimentando così gli abusi da parte della polizia, e significa anche creare restrizioni che colpevolizzano i/le sex worker per il fatto di lavorare collettivamente o dalla propria casa.

Così come dimostra il sistema di regolamentazione tedesco, “questo può portare a un sistema su due livelli in cui molt* sex worker operano al di fuori di queste regole e sono ancora criminalizzat*, spesso si tratta di sex worker più marginalizzat*, ovvero sex worker di strada …” e in Germania, i/le sex worker stranier*… ma di questo parlerò nella seconda parte.

Ovviamente, tutti i paesi hanno un qualche tipo di regolamentazione e Amnesty non sostiene che ci debbano essere paesi che non ce l’hanno. Ma ci sono alcuni paesi che proprio depenalizzano i/le sex worker, come la Nuova Zelanda, per esempio, che depenalizza l’adescamento in strada e le case chiuse di proprietà collettiva utilizzate da meno di 4 sex worker, richiede la licenza agli/alle operator* ma la quota da pagare è minima e permette alle città di stabilire le leggi per le zone consentite per le case chiuse, ma non possono proibirle completamente.

In sostanza, il sistema di regolamentazione tedesco è liberale, in teoria, ma è molto distante, quanto lo è geograficamente, dal modello neozelandese, e su un altro pianeta rispetto al modello di depenalizzazione richiesto da Amnesty e, proprio per questo, irrilevante nell’analisi della posizione di Amnesty.

Leggi anche:

Sulla Germania:

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La Legge Tedesca sulla Prostituzione: Bugie e Verità
Intervista a Sonia, sex worker in Germania
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Sul perché non mi offendo se mi danno della puttana – ovvero ascoltare, prima di sentenziare, non sarebbe poi così male!
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Su sex work, Amnesty, decriminalizzazione

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Comments

  1. articolo decisamente esauriente, complimenti

  2. Eric Lauder says:

    Ottimo pezzo, molto esaustivo.
    Ci aggiungerei solo che le abolizioniste (leggi: CATW) hanno ridefinito il termine “human trafficking” in modo da renderlo assai più vasto e privo di significato: una sex worker che immigra illegalmente o semi-legalmente DI SUA SPONTANEA VOLONTA’ e con mezzi propri è “human trafficking for sex” e conteggiata come tale. Ma non solo: persino una che NON è affatto immigrata viene conteggiata come “human trafficking” se è arrestata per prostituzione! Controllare qui
    http://www.truth-out.org/news/item/27036-want-the-truth-about-new-york-s-human-trafficking-courts-ask-a-sex-worker

Trackbacks

  1. […] e le città possono adottare delle loro politiche personali per regolamentarla (per approfondimento qui). L’unico punto a suo favore è che i sex worker pagano le tasse e godono dell’insieme […]

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