Per l’uomo che ha massacrato la fidanzata: fine pena, mai!

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Da giorni si discute – anche sulla pagina fb di Abbatto i Muri –  dello sconto di pena dato a un tale che ha massacrato di botte la sua fidanzata lasciandola in fin di vita e poi costretta su una sedia a rotelle. Gli avevano dato vent’anni di pena e invece ne sconterà “solo” 16. I familiari della ragazza non sono proprio felici di questa soluzione e questo è più che comprensibile per chi ha fatto crescere una figlia per poi vederla massacrare da un uomo violento.

Fino a che la discussione resta di interesse delle persone direttamente coinvolte è tutto più che comprensibile ma quando si sottopone la notizia, con fare allarmistico, così come hanno fatto molti media e alcune femministe, per dire che ciò vuol dire che la giustizia prende sottogamba la violenza sulle donne, giacché l’interesse mostrato dovrebbe essere pari a molti anni di galera in più, quando sui social network vedete un passaparola continuo in cui donne e uomini istigano al linciaggio virtuale, ad aumentare il desiderio di pene più severe, di condanne a morte, roghi e di forche, quel che vedrete non è ne più e ne meno che la stessa cosa che accadeva molti secoli fa, quando la giustizia veniva consegnata in mano ai “cittadini” e la pena veniva decisa dalle vittime e dai suoi familiari.

In alcuni paesi avviene pressappoco questo. La parte offesa chiede al tribunale soddisfazione e risarcimento. Potrebbe desiderare il taglio di una mano, di una gamba, o anche la pena di morte. Nei paesi occidentali, in cui la pena di morte vige ancora, attorno al rito che riguarda quella vendetta pubblica si realizza un circo mediatico e sociale per cui potete assistere alla lotta tra le fazioni come catarsi che funge da sedativo per imporre il fatto che ad uccidere quell’uomo non è il singolo cittadino ma lo Stato.

La pioggia di insulti ricevuti dal tizio che ha massacrato la fidanzata sono fatti della stessa rabbia, dello stesso sentimento che precede una lapidazione e poco c’entra con la giustizia in quanto tale. Allora mi piacerebbe fare due ragionamenti distinti, per quanto siano connessi tra di loro.

Il primo riguarda la validità della soluzione carceraria quando parliamo di violenza sulle donne. Capisco che parlare di disumanità non suscita pena alcuna in chi non vuole altro che la morte sociale e fisica di chi finisce in carcere, ma c’è chi ancora crede nel fatto che non si possano trattare i detenuti senza aver rispetto dei loro diritti umani. Perciò se ci sono norme che riconoscono attenuanti e sconti di pena perché la persona rinchiusa in galera ha scontato, secondo i tribunali e i giudici, la sua pena, di quelle norme non possiamo sbarazzarci quando ci fa comodo. Ma lungi da me restare allineata a chi chiede il rispetto delle leggi, per alcuni ingiuste, dello Stato. Il punto è che per ogni richiesta di aggravio di pena vedrete un ministro del governo che si ergerà sul popolo, in senso paternalista, per dire che lui tutelerà le parti deboli della società, donne incluse, sottraendo a noi la possibilità di autogestire i nostri corpi, che diventano corpi di Stato, e la nostra salvezza.

E come intende tutelarle? Senza mai ascoltare i soggetti nominati – ed è noto a tutti come, ad esempio, il governo abbia votato leggi sulle donne senza tenere conto del parere delle donne – e senza fare mai riferimento alla prevenzione. Senza investire nella prevenzione, nei servizi antiviolenza, nei luoghi di ascolto delle persone maltrattanti. Quel che vedete in atto è il fallimento di un intento legislativo che non fa altro che legittimare chi rinchiude in galera qualcuno per poi restituirlo alla folla di gente incazzata quando la pena è finita. Cos’è cambiato nel frattempo? Niente. Cosa succede in carcere? Che tipo di lavoro viene svolto per recuperare e poi reinserire un detenuto? Nessuno. Che tipo di risarcimento ha ottenuto la vittima? Non si capisce.

Il secondo punto riguarda la contraddizione in termini di chi da un lato lamenta l’eccessiva influenza da parte delle istituzioni repressive sul lavoro che dovrebbe essere fatto da soggetti che si occupano di donne e violenza e dall’altro, usando la pancia invece che la testa, invoca più galera per chi viene anche solo denunciato. Esigono la carcerazione preventiva, il carcere duro e che dura a lungo. Nel caso di cui parliamo non si capisce cosa vogliano. Alimentano toni emergenziali pur sapendo che l’emergenzialità non fa affatto bene e non ne conseguono decisioni istituzionali utili per noi. Seguono la scia giustizialista e manettara per attrarre consenso da parte di chi mette in scena il proprio dolore o seguono semplicemente il proprio istinto forcaiolo? È marketing manettaro che si adegua ai tempi d’oggi in cui perfino alcune femministe, che dovrebbero essere assai più libertarie, seguono la scivolosa deriva autoritaria?

Cosa vogliamo fare a quest’uomo? Lo usiamo come punta spilli? Legittimiamo chi si sente in diritto di commettere reati contro quello che ha scontato la sua pena? Ingiuriare una persona che ha commesso un crimine non può essere la cosa giusta da fare. Un crimine non annulla l’altro e non c’è giustificazione che tenga perché voi tutti, ovvero coloro che puntano il dito accusatore e lanciano pietre, non avete alcuna ragione di essere arrabbiati. Le uniche persone in diritto di provare rabbia sono i familiari della vittima e la vittima stessa.

Ma, per l’appunto, cosa si chiede a questo punto? Che il tizio crepi in galera? Che la giustizia diventi esercizio di vendetta? Che dimentichiamo quanto sia importante il lavoro di prevenzione che è culturale e per niente autoritario? Troppe sono le volte che ho visto alcune femministe esibire la voglia di censura, di vendetta, di forca, e i motivi sono sempre gli stessi, espressi in coro, giacché si tratta senza dubbio di isteria collettiva.

E tutto ciò esula dal caso in particolare. Semplicemente si usa la vittima di turno per galvanizzare le persone che restano entro il cerchio del bene alla sconfitta del male. Si concede a chi diventa virtualmente “violent@” di esserlo ancora di più perché dalla parte delle “vittime” e dunque dalla parte del giusto. La vittima diventa un pretesto per raccontare l’affanno di dover risolvere singoli casi di violenza, in nome di tutte quelle che vengono ammazzate, picchiate, stuprate e che non hanno avuto giustizia o l’hanno avuta ma mai abbastanza.

Il tono usato c’entra poco con la logica e ancora meno con la ragione. Di tratta di chi esorta altri e altre a usare la legge del taglione o a usare i tribunali come cecchini per veder realizzata la vendetta che dovrà saziare tutti e tutte.

Capite che se la discussione si ferma alla repressione quel che si chiede ai governi e ai ministri, e di questo vi assumerete la responsabilità, è di imporre altre e maggiori pene in relazioni ai delitti che riteniamo più meritevoli di attenzione? Capite che così si sottrae attenzione al lavoro preventivo, agli investimenti che bisognerebbe fare nella cultura? Cosa volete allora? Che si crei una ronda giustiziera che ammazza tutte le persone che escono di galera senza il nostro consenso? Ditemi voi, perché io, al momento, ho più paura di questo clima forcaiolo e della gente pronta al linciaggio che potrebbe ammazzare godendo di varie giustificazioni morali piuttosto che di un femminicida che esce di galera alla fine della pena.

—>>>segnalo, di Judith Butler, il saggio “Sulla Crudeltà” [che potete leggere a partire da QUI]. “Si può lottare per l’abolizione della pena di morte, senza con ciò reiterarne l’intrinseco sadismo, l’intrinseca crudeltà – mediante l’incarcerazione, ad esempio, e anche l’incarcerazione a vita?”

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Comments

  1. Ti ringrazio per aver scritto questo coraggioso articolo, che condivido. L’istinto giustizialista che serpeggia come un virus nei social network, che rende orda indistinta gli individui, è un rombo preoccupante e minaccioso. Tanto piú diventa importante chi aiuta a riflettere, soprattutto se attivo in quei medesimi canali.

  2. Condivido sia il tuo puntare il dito contro il giustizialismo da web/bar e sia la riflessione su come si faccia ben poco sia per prevenire educando(e basta vedere cosa accade coi teorici del gender per rendersi conto di come stiamo messi…) e sia per dare al carcere qualche strumento in più per migliorare i detenuti. Certo va detto anche che non tutti i detenuti sono uguali e probabilmente alcuni non li recuperesti nemmeno con trapianto di cervello. Altra considerazione più generale è invece quella per cui non esiste(e forse non esisterà mai) una giustizia giusta. Ed a metterci il carico è questa lunga storia di innocenti condannati o colpevoli salvati, di reati che poi non lo sono più o di una sfilza di escamotage per cui spesso la certezza della pena è un qualcosa di aleatorio.

  3. 16 anni vuol dire, che tra buona condotta e sconti di pena vari ed eventuali, questo tra 8 anni e’ fuori in libertà vigilata. Errico

  4. Intervento completamente sballato e privo di logica. Purtroppo.

  5. Qualche mese fa parlavo, sulla mia pagina facebook, di una canzonetta di Palazzeschi, “L’assolto”. Ne riportavo – youtube ci aiuta – l’interpretazione di Gassman. Argomento: un uomo arrestato, processato e poi assolto. Solo dopo un po’ sappiamo perché: l’accusa era di omicidio. Assoluzione con formula piena – eppure la vita dell’assolto è la vita di chi deve confrontarsi sempre con una cittadinanza che diffida di lui o lo tratta da colpevole.
    “Assolto!” Può sembrar poco / … e può sembrar di molto. / Guardatemi bene in viso: / ho ucciso?” chiude in rima baciata – mica a caso, una rima vieta come poche – il nostro Palazzeschi. In cento anni siamo rimasti uguali: quando vogliamo, l’accusato è sempre colpevole; quando vogliamo, il condannato non cesserà mai di essere tale. Tanto varrebbe la condanna a morte per ogni illecito amministrativo.

  6. “E tutto ciò esula dal caso in particolare. Semplicemente si usa la vittima di turno per galvanizzare le persone che restano entro il cerchio del bene alla sconfitta del male. Si concede a chi diventa virtualmente “violent@” di esserlo ancora di più perché dalla parte delle “vittime” e dunque dalla parte del giusto. La vittima diventa un pretesto per raccontare l’affanno di dover risolvere singoli casi di violenza, in nome di tutte quelle che vengono ammazzate, picchiate, stuprate e che non hanno avuto giustizia o l’hanno avuta ma mai abbastanza”

    E’ il primordiale e socialmente spontaneo meccanismo del capro espiatorio, ben descritto dal compianto René Girard.

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