Infermiere e gay: ti lasceranno lavorare con i bambini?

Lui scrive:

Cara Eretica,

proverò a dirti qual è la mia storia, senza aggiungere fronzoli o inventare nulla. Ho 37 anni, sono un infermiere e fino a poco tempo fa lavoravo nel reparto di pediatria dell’ospedale di una piccola città. Dico fino a poco tempo fa perché mi hanno trasferito  e ora curo le persone anziane. A me piaceva molto lavorare con i bambini, farli ridere, renderli, almeno un po’, felici. Dare supporto ai genitori, essere presente per quel che potevo. Poi una madre ha scoperto che sono bisessuale, anzi, lei ha pensato che sono proprio gay perché un giorno, in cortile, mi ha visto parlare con un ragazzo che mi piace e ci siamo scambiati un innocente bacio sulla guancia. Tanto è bastato per farla indignare e dirlo ad altri genitori. I maschi non si baciano sulla guancia a meno di non essere gay. Tutto fila, no?

Associare gay a pedofilo è già un attimo, e immagino la signora si sia lamentata con qualcuno, anche se non ho prove, né conferme e non posso provare proprio niente. Solo che il mio trasferimento, senza un gran preavviso, io non posso che associarlo a quello sguardo. Lo sguardo di una donna che ha pensato che il figlio fosse in pericolo. Non bastava il fatto che avevo dovuto subire lo scetticismo di madri o padri, a dirmi che badare ai bambini è un po’ da femmine o che un uomo non fa mai le cose per bene così come le fa una donna. Tra pregiudizi e stereotipi mi sono fatto avanti e ho dimostrato di essere professionale, bravo e affidabile. Ero riuscito a conquistare la fiducia di molti adulti perché i bambini mi adoravano. Poi arriva questo trasferimento.

Mi dicono che di là serve personale competente perché gli anziani hanno bisogno di essere trattati con particolare tatto, e non ci sono tante persone brave come me. In effetti trasferiscono me e qualche altro collega, un uomo e due donne. Non sono il solo ad aver pensato ad una punizione. Ciascuno dei colleghi stava bene dove aveva lavorato fino a quel momento e non si rassegnavano all’idea di aver dovuto cambiare mansione, di dover adeguarsi a tutto ciò che il nuovo reparto richiedeva. Ai vecchi a quanto pare non importa se tu sei gay o etero. Chi manda un gay a badare alle persone anziane e in fin di vita deve pensare che quel gay in quel contesto è inoffensivo e non conta il fatto che tu abbia sviluppato precise competenze che così vengono sprecate. Bisogna ricominciare da capo, senza lamentarsi.

Se chiedi perché non mi sono rivolto ad una associazione o non ho scritto ad un giornale è perché, appunto, non ho le prove, il trasferimento sembra una cosa ordinaria fatta di burocrazia e avvicendamenti tra colleghi e poi, a dir la verità, non mi piace molto essere al centro dell’attenzione. Perciò scrivo a te solo per raccontare alla community di Abbatto i Muri quello che mi è successo. Qualcuno mi ha detto che è un po’ triste che io sia scontento, ma a me sembra un demansionamento, anche se guadagno la stessa paga. Perché nel reparto in cui mi trovo ora devo raccogliere feci e urina, devo cercare vene per le flebo, devi tirare su o abbassare il letto, devo consegnare i farmaci, misurare la pressione, prendere la temperatura. Non c’è interazione, non so come rendere felici quelle persone che negli occhi hanno solo la paura o la voglia di morire.

Forse sono un po’ superficiale ed egoista. Forse non dovrei pensarla in questo modo. La cura spetta a tutti e anche i vecchi hanno bisogno di attenzione. Con i bambini c’è grande gratificazione. Sono rumorosi, offrono una prospettiva diversa per ogni cosa e quando lavoravo lì entravo al lavoro sorridente e me ne andavo ancora più sorridente. E non c’entrava il fatto che i bambini stessero bene perché tra loro c’erano anche bambini affetti da gravissime malattie. Il fatto è che c’era interazione umana. Vabbè, smetto di lamentarmi. D’altronde qualcuno potrebbe chiedermi: di cosa ti lamenti? Un lavoro ce l’hai, quindi che altro vuoi? Niente. Non voglio proprio niente. Ma volevo parlarne con qualcuno senza sentirmi dare del visionario. A volte basta questo a farti guardare al presente senza viverlo come una deprivazione. Oramai è fatta, sono qui e ci resto. E ora vado a sentire il respiro dei miei pazienti, perché qui un dato è certo: se smettono di respirare sono morti, e io piango un po’ di più.

Un abbraccio

Alfredo

Comments

  1. Non ti colpevolizzare: c’è chi non ama lavorare con i bambini e, per esempio, preferisce lavorare con gli anziani – è una cosa soggettiva.
    Purtroppo l’ ‘inattacabilità’ che pur si crea in certe situazioni rende le persone infelici e invisibili vittime di ingiustizie.
    Loro ti hanno detto che le tue competenze ti hanno portato a essere trasferito; magari hai avuto modo di distinguerti nel lavoro perché eri felice in QUELLE condizioni. Mi domando perché l’elemento umano sia sempre più ignorato sul posto di lavoro, perché l’opinione del lavoratore (e quindi la sua vita, diciamo anche la sua felicità) sia così irrilevante. E non ti sentire in colpa solo per il fatto che lavori e il lavoro è ormai un lusso, idea che ha reso il lavoro stesso praticamente un ricatto (per chi ce l’ha).
    Persisti, un abbraccio.

  2. Un abbraccio Alfredo, a te e a tutti gli infermieri che si fanno in quattro

  3. Secondo me non sei egoista, ma solo vittima di un’ingiustizia. E’ una cosa davvero brutta, però senza nulla togliere alla tua frustrazione, sono certa che la grande umanità che hai dimostrato di avere nel tuo lavoro potrà essere una risorsa preziosissima per chi, come dici, sembra solo aspettare di morire. Anche loro credo abbiano bisogno di interagire e si sentono soli…Anche se non hanno l’energia dei bambini magari per esternarlo. In bocca al lupo e quando ne avrai la possibilità, prova a trovare un contesto lavorativo che ti somigli di più! E’ comunque bello leggere di persone che fanno con passione il loro lavoro.

  4. Sto cercando medici e altro personale sanitario Lgbt dichiarato per un progetto nazionale sulla relazione medico-paziente Lgbt !
    Contattatemi…
    D’altra parte, nell’ospedale del ragazzo con centinaia di persone che ci lavorano, cosa sarebbe successo se medici ed altro personale sanitario avesse fatto Coming Out?
    Basta piangerci addosso!
    E’ responsabilità di chi non fa Coming Out se esiste la discriminazione!

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