Amnesty, Alejandra Gil e la decriminalizzazione del sex work: cronaca di una strumentalizzazione annunciata

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di Edoardo McKenna

Il 22 ottobre la scrittrice e blogger abolizionista Kat Barnyard ha pubblicato sul quotidiano britannico The Guardian un aspro attacco[1] alle nuove politiche sulla prostituzione che Amnesty International ha approvato nel corso dello “International Council Meeting” tenutosi a Dublino lo scorso agosto, e che verranno presentate in forma definitiva entro la fine di ottobre. Sulla base di esse, Amnesty eserciterà pressioni sui governi dei vari stati affinché tutti gli aspetti del commercio sessuale consensuale, incluso l’acquisto di prestazioni e la gestione di case di tolleranza, vengano pienamente decriminalizzati nelle rispettive legislazioni.

L’autrice condanna il fatto che nella preparazione del testo finale Amnesty si sia avvalsa della collaborazione della Global Network of Sex Work Projects (NSWP), un’organizzazione impegnata a favore dei diritti dei sex worker: la vice-presidente, Alejandra Gil Cuervo, è infatti stata condannata lo scorso marzo dal governo messicano a quindici anni di reclusione per tratta di esseri umani finalizzata alla prostituzione. Altrettanto deprecabile, a suo dire, è che la medesima organizzazione abbia co-presieduto UNAids, il gruppo consultivo per l’Aids e il lavoro sessuale che ha approntato un allegato esplicitamente menzionato nel documento di Amnesty; Alejandra Gil, infine, non avrebbe mai dovuto essere inclusa tra gli esperti consultati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per formulare le proprie raccomandazioni.[2] L’accaduto, chiosa Barnyard nel suo blog[3], rappresenta un vero e proprio scandalo dei diritti umani, né si comprende come ciò si sia potuto permettere, giacché non è mai stato un mistero che la NSWP e la sua vice-presidente promuovano “il riconoscimento delle attività di magnaccia e tenutario come lavoro ordinario” [Trad. del red.]. Il coinvolgimento della donna nello sfruttamento della prostituzione evidenzierebbe dunque i reali interessi che si celano dietro a simili campagne: l’invitabile conclusione suggerita dalla scrittrice è pertanto la necessità di rivedere tutte le politiche di Amnesty ispirate da lei e dal suo gruppo, al fine di sostituirle con altre che sanzionino esplicitamente clienti e protettori.

In realtà, l’argomento in questione è molto più complesso, come ha giustamente sottolineato il segretario generale di Amnesty Salil Shetty.[4] Il voler ridurre l’elaborato approccio della NSWP alla mera consacrazione legale di magnaccia e tenutari rappresenta una semplificazione ai limiti della diffamazione, soprattutto se si considera che in passato la NSWP ha ampiamente illustrato le proprie posizioni in alcuni documenti programmatici. Per ironia della sorte, la Barnyard stessa, nel suo blog[5] linkato all’articolo, cita due di questi[6] a sostegno delle proprie accuse, senza tuttavia prendersi la briga di contestualizzarli più approfonditamente; se lo avesse fatto, avrebbe scoperto che il loro contenuto offre una prospettiva assai differente dalle sue interpretazioni.

La NSWP si oppone alla legalizzazione della prostituzione, ovvero all’introduzione da parte dello stato di leggi che regolino e controllino il suo esercizio. Esse includono spesso restrizioni alla frequenza e all’ubicazione delle attività dei sex worker, e comportano generalmente un incremento della sorveglianza da parte della polizia, nonché multe, retate, perquisizioni e azioni penali nei confronti dei sex worker e dei centri di loro attività che non siano in regola. Quello che ne deriva è una dicotomia di status tra sex worker legali e non che va a tutto svantaggio della seconda categoria: le condizioni in cui si trovano ad operare li rendono infatti maggiormente esposti ad abusi, sfruttamento e violazioni dei loro diritti, ne limitano la libertà personale, e ne perpetuano di fatto la stigmatizzazione sociale.

La NSWP respinge altresì qualunque forma di ‘parziale decriminalizzazione’ simile a quella propugnata da Banyard e da altri attivisti. La presenza di sanzioni penali nei confronti dei clienti e di parti terze (manager, autisti, locatori e albergatori che affittano proprietà o stanze ai sex worker, e chiunque sembri favorirne il lavoro) contribuisce infatti a protrarre la stigmatizzazione dei sex worker, e li espone ad una serie di conseguenze indirette che ne limitano l’accesso ai servizi o alla giustizia.

Molti abolizionisti si sono ad esempio espressi a favore dell’utilizzo dei preservativi in sede giudiziaria come prova atta a identificare i protettori; ciò che ne consegue all’atto pratico, tuttavia, viene abbondantemente esemplificato dal caso della Corea del Sud, in cui vige la criminalizzazione di clienti e gestori. Il timore che i preservativi possano essere successivamente utilizzati come prova a loro carico spinge molte case di tolleranza e centri massaggi a sospenderne la distribuzione; diverse ricerche hanno pertanto rilevato come l’introduzione di tale legge abbia comportato un incremento esponenziale dei casi di infezioni sessualmente trasmesse, tra cui l’Aids. La detenzione di preservativi da parte dei sex worker, inoltre, è stata spesso sfruttata in paesi privi di specifiche leggi anti-prostituzione per permettere alla polizia di identificarli come ‘terzi’ e procedere contro di essi; l’ovvia conseguenza, ancora una volta, è che molti di loro hanno cessato di farne uso per evitare grane con le forze dell’ordine, esponendosi di fatto a maggiori rischi di contagio.

In India, d’altro canto, sussistono norme atte a colpire i manager, che in cambio di una percentuale si incaricano di procacciare clienti per strada e di condurli agli incontri con i sex worker in luoghi di lavoro sicuri; il risultato è che molti sex worker sono stati costretti a svolgere tale mansione in prima persona, subendo attacchi e a molestie dai quali, come sottolinea il collettivo di sex worker indiani VAMP, i loro manager non li possono neppure più proteggere.

Persino leggi collaterali contro terzi possono presentare risvolti inaspettati. Secondo la legge norvegese i locatori che percepiscono affitti da sex worker sono penalmente perseguibili, e con l’azione nota come ’’Operazione Senzatetto’ la polizia nazionale ha intimato a quanti erano sospettati di rientrare nella categoria di sbarazzarsi dei propri affittuari; sebbene non fossero oggetto di una legge specifica che li criminalizzasse, i sex worker si sono così ritrovati in mezzo a una strada. L’impatto negativo che tale misura ha avuto sulla loro salute personale, sul loro potere contrattuale, e sulla loro capacità di richiedere sesso protetto rappresenta una chiara violazione dei loro diritti umani; tale considerazione è ulteriormente esacerbata dal fatto che per la polizia norvegese sia stato sufficiente sospettare che un soggetto fosse un sex worker, e ventilare la minaccia di un’azione legale contro i loro locatari, per poter conseguire un simile risultato.

In un contesto di parziale decriminalizzazione neppure i rapporti umani dei sex worker sono esenti da rischi; il consociativismo a cui molti di essi fanno ricorso, ad esempio, può facilmente essere etichettato come coinvolgente ‘parti terze’, ed essere quindi penalmente perseguibile. Nel 2009 una donna britannica, peraltro malata di cancro, è stata portata in tribunale per aver esercitato con un’amica; sebbene l’accordo non prevedesse scambio di denaro, e fosse finalizzato alla reciproca protezione dalla violenza che avevano già patito in passato, il pubblico ministero lo ha ritenuto ragione sufficiente per incriminare la donna ai sensi della legge britannica sulle case di tolleranza.

Lo stesso principio può anche essere esteso anche ai legami familiari: la Legge per la Prevenzione delle Tratte Immorali, in vigore in India, persegue come ‘parti terze’ i figli adulti dei sex worker qualora essi continuino a convivere con il genitore o ne derivino sostentamento economico, come avviene qualora essi desiderino completare la propria istruzione.

Risulta pertanto evidente che un regime di parziale decriminalizzazione non implica soltanto la consapevole (e colpevole) eliminazione pratica della distinzione teorica tra sex worker e parti terze: esso mina l’incolumità dei sex worker, ne riduce la libertà personale ed il potere contrattuale. In seconda istanza, infine, esso indebolisce notevolmente la lotta contro malattie come l’Aids, ponendosi dunque in aperto contrasto con le migliori prassi di sanità pubblica e con la raccomandazione 200 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

Ciò che la NSWP ed altri come loro propugnano è piuttosto la completa decriminalizzazione della prostituzione, ovvero la totale rimozione di qualunque forma di oppressione legale del settore.

I principi da loro sostenuti sono stati enunciati chiaramente, e possono essere riassunti come segue:

1) Riconoscimento del lavoro sessuale come lavoro tout court;

2) Opposizione a qualunque forma di criminalizzazione od oppressione legale del lavoro sessuale dei sex worker, dei clienti, delle parti terze, delle loro famiglie, dei loro partner, e delle loro amicizie;

3) Sostegno all’auto-organizzazione e determinazione dei sex worker.

Questo non significa ovviamente che non vi debba essere alcuna forma di regolamentazione: molti attivisti contestualizzano anzi tale processo all’interno di una più ampia strategia di riforme anti-criminalizzazione, che garantiscano i diritti umani e lavorativi dei sex worker, e li proteggano concretamente dai rischi derivanti dal loro ambito lavorativo.

Tale aspetto è tutt’altro che secondario, giacché in molti casi i provvedimenti amministrativi che gli stati sviluppano in merito all’ordine pubblico e alla sicurezza possono ripercuotersi sui sex worker assai più pesantemente del diritto penale: misure relative al pudore pubblico, al codice d’abbigliamento, e al vagabondaggio sono tutte state utilizzate in passato per criminalizzarne, o comunque limitarne, l’attività. Altre leggi, come l’obbligo per i sex worker e i centri in cui essi lavorano di esporre pubblicamente un’apposita licenza, o la designazione di specifiche zone urbane destinate ad essi, hanno spesso sofferto di un’interpretazione distorta che ha sortito effetti negativi imprevisti: nella fattispecie, hanno favorito il loro sfruttamento, e li hanno relegati nelle periferie mettendo a repentaglio la loro incolumità personale.

Anche direttive apparentemente innocue, come quelle inerenti alla sanità pubblica, si sono spesso ritorte contro di essi in un modo o nell’altro. Particolarmente illuminante in tal senso è il 100% Condom Use Programmes (CUP), un’iniziativa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Inaugurato nel 1991 in Tailandia, il programma è presente in tutti i paesi, indipendentemente dal fatto che il lavoro sessuale sia in essi criminalizzato o meno; esso prevede che le perquisizioni e i raid della polizia vengano risparmiati a quelle case di tolleranza che impongono un uso rigoroso dei preservativi al loro interno. Da un lato, la posizione di potere che le varie forze dell’ordine si sono ritrovate ad occupare ha spalancato le porte a soprusi di vario genere; dall’altro, la pratica generalizzata di consegnare i preservativi direttamente ai tenutari affinché li distribuiscano ai clienti ha ridotto il controllo dei sex worker sul loro uso in privato, e li ha esposti a ricatti sul posto di lavoro. Non deve dunque sorprendere che questi ultimi abbiano partecipato in forma assai limitata allo sviluppo del progetto, o che abbiano offerto resistenza ai test obbligatori per l’Aids ed altre malattie sessualmente trasmesse che in alcuni paesi si associano ad esso.

Le pene che derivano dall’infrangere le suddette leggi collaterali sono tutt’altro che trascurabili, ed includono restrizioni alla libertà di movimento, multe, lunghi periodi di incarcerazione (anche in conseguenza del mancato pagamento delle sanzioni pecuniarie), nonché la schedatura, esami medici coatti, e la riabilitazione forzosa degli imputati. Una volta scontata la pena, la stigmatizzazione sociale derivante dalla loro fedina penale impedisce in molti casi ai sex worker di ottenere un lavoro indipendente dal settore sessuale, e ne riduce l’accesso all’istruzione e alla giustizia.

E’ per tutte queste ragioni che la NSWP sostiene, a fianco della completa decriminalizzazione, anche la depenalizzazione, ovvero la eliminazione e l’emendamento di tutte quelle norme amministrative e di ordine pubblico che possano essere impiegate per colpire o svantaggiare i sex worker. Ricerche condotte in Nuova Zelanda, dove la loro ricetta è stata applicata ed il lavoro sessuale è stato pienamente decriminalizzato, hanno infatti dimostrato che i sex worker sono in grado di esercitare maggiore controllo sulla propria vita: essi dispongono di maggior potere contrattuale con i loro manager, usufruiscono liberamente della legislazione sul lavoro atta a proteggerli, e possono persino determinare quali clienti accettare o meno.[7]

L’analisi di Kat Barnyard, tuttavia, ha faziosamente ignorato tutte le sfumature che permeano questa visione: essa si è limitata a gettare in pasto ai suoi lettori una caratterizzazione semplicistica e di rapido consumo, che potesse agevolmente suscitare scandalo e indignazione.

Ancora più preoccupante, trattandosi di una pubblicazione importante come The Guardian, è la leggerezza con cui la giornalista ha liquidato l’arresto della ex vice-presidente della NSWP Alejandra Gil Cuervo; un’accurata comprensione della vicenda è essenziale, poiché Barnyard l’ha sapientemente sfruttata al fine di privare di qualunque credibilità le idee sostenute dalla donna e dal suo gruppo.

La ricostruzione dell’accaduto si presenta complessa, né viene certamente facilitata dal fatto che le uniche fonti esterne incluse nell’ articolo dell’autrice siano tre diverse versioni del suo blog personale[8]; un’attenta esamina di questi ultimi, oltretutto, rivela che la sua conoscenza dei fatti si basa essenzialmente su due brevi comunicati.[9]

Le uniche testate che abbiano in qualche misura discusso l’arresto in questione sono tutte messicane; molte di esse sono esclusivamente online, e di dubbia attendibilità. In diversi casi[10], inoltre, esse si limitano a rimpallarsi gli stessi articoli, come quello citato da Barnyard a firma di Paula Escalada Medrano.[11] Essa è effettivamente corrispondente messicana di Efe, l’importante agenzia stampa internazionale di lingua spagnola; curiosamente, però, sul sito ufficiale della medesima non è possibile rinvenire alcun articolo sulla questione, né nella versione latino-americana[12], né in quella internazionale in inglese.[13]

E’ solo grazie a due quotidiani un po’ più autorevoli, El Universal e Excelsior, che è possibile farsi un’idea più chiara. Il 7 di febbraio 2005 la sex worker Alejandra Gil Cuervo istituisce la fondazione Asociación en Pro Apoyo a Servidores (APROASE), finalizzata alla promozione della decriminalizzazione del lavoro sessuale e alla crescita personale degli operatori del settore. Tra il 2009 ed il 2012 l’organizzazione viene coinvolta o consultata in numerosi programmi del governo messicano, come la Prevenzione Focalizzata della Trasmissione dell’Aids, la campagna di Prevenzione del Virus del Papilloma umano, ed il Foro per la Prevenzione e Debellazione della Violenza contro le Donne; per ognuna di queste operazioni, la APROASE ottiene consistenti fondi federali, che parrebbero ammontare ad un totale di circa 55.000 Euro.[14]

Nell’agosto 2013 Rosi Orozco, ex-deputata e presidente dell’organizzazione Unidos Contro la Trata, accusa pubblicamente Alejandra Gil di gestire una rete di traffico e sfruttamento delle prostitute.[15] Il 14 febbraio 2014, durante una massiccia operazione della polizia messicana contro il traffico di prostitute, Alejandra finisce nuovamente nell’occhio del ciclone: tre giovani donne, Karen, Bertha e Madai Morales, accusano lei e suo figlio Omar Sayún di aver utilizzato per anni l’organizzazione APROASE come copertura, e di averle costrette assieme ad altre 40 donne a prostituirsi quotidianamente nella famigerata Avenida Sullivan di Città del Messico. Oltre a rimproverare loro di non aver fatto nulla per difenderle dalle violenze dei loro protettori, pur essendone a conoscenza, le donne imputano a lei e a Omar di aver tratto dal loro sfruttamento un guadagno di circa 500 euro al giorno.[16] Sia la donna che il figlio vengono posti in stato d’arresto, e l’inchiesta che ne segue contesta loro di essere stati a capo di una rete di sfruttamento coinvolgente almeno 200 donne, con un introito quotidiano di circa 16000 Euro.[17] Il fatto che Alejandra avesse in precedenza provveduto alle spese legali per la difesa di Saúl Herrera Soriano, sospettato di reclutare con l’inganno ragazze dello stato di Tlaxcala y Puebla per costringerle a prostituirsi nella capitale, viene infine utilizzato per accusarla di connivenza; in marzo 2015 Alejandra viene quindi condannata a 15 anni di reclusione.[18]

A dispetto delle apparenze, il caso è assai meno lineare di quanto si possa credere. Il 23 maggio 2013, ad esempio, Alejandra Gil viene invitata a partecipare in veste di consulente alle discussioni della Commissione Senatoriale contro il Traffico di Persone sulla nuova legge in procinto di essere varata[19]; durante questi incontri, la vice-presidente di APROASE richiede accoratamente la modifica degli articoli 10 e 41, che prevedono rispettivamente l’incarcerazione di chiunque sia collegato a una vittima di traffico (anche a sua insaputa), e sanzioni penali di varia natura per protettori, adescatori, trasportatori e albergatori.[20] Sebbene alcune testate abbiano voluto leggere a posteriori le sue richieste come motivate dai propri interessi di trafficante, esse sono assolutamente in linea con il programma della NSWP[21] e le convinzioni di molti altri attivisti[22]; inoltre, esse trovano ampio riscontro nel rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti del 2014 sul traffico di esseri umani in Messico, in cui si afferma che ‘alcuni funzionari pubblici non fanno abbastanza distinzione tra i reati di tratta di stranieri, prostituzione e traffico di esseri umani” [Trad. del red.].[23] Già nel 2007, del resto, la NWSP aveva espresso in una nota all’UNAids la propria opposizione alla pratica di associare indiscriminatamente il lavoro sessuale e il traffico di essere umani; a dispetto delle facili illazioni di Barnyard[24] sugli scopi reconditi dell’associazione, le loro motivazioni vennero formulate in maniera coerente ed ufficiale.[25] E’ dunque quantomeno lecito chiedersi se il medesimo principio non abbia in qualche modo influito sulla condanna di Alejandra Gil, soprattutto visto che la donna aveva già in passato denunciato improprie operazioni di polizia ai danni di NSWP nel contesto della lotta al traffico di esseri umani.[26]

A complicare ulteriormente le cose vi sono le ripercussioni che l’affaire Gil ha avuto sul mondo politico messicano: nelle mani dell’ex-deputata Rosi Orozco l’arresto si è infatti trasformato in un’eccellente arma contro il governo, e specialmente contro la senatrice Adriana Dávila Fernández, presidente della summenzionata Commissione senatoriale contro il Traffico di Persone. La senatrice, per parte sua, ha negato qualsiasi legame con la Gil che non sia di natura istituzionale[27], ed ha respinto gli attacchi al mittente dipingendo Orozco come un personaggio ambiguo legato al mondo del traffico di stupefacenti, pieno di rancore per vecchie questioni di fondi federali, e desideroso di rimpiazzarla sul seggio senatoriale.[28]

Da ultimo, vi sono diversi elementi contestuali di difficile interpretazione. Se è vero che Alejandra Gil era a capo di una rete di 200 donne, non si comprende come mai soltanto Karen, Bertha e Madai abbiano sporto denuncia contro di lei. Non si comprende neppure perché Bertha, che ha dichiarato di essere stata sfruttata da Gil tra il 1990 e il 2005[29], abbia aspettato quasi dieci anni prima di muovere le proprie accuse. Né si comprende perché le consultazioni tra Gil e Dávila Fernández siano state registrate, e da chi, o perché le registrazioni si limitino apparentemente a sette minuti.[30] Né, da ultimo, si comprende come mai svariate associazioni per i diritti umani[31] si ostinino a condannare l’arresto di Alejandra, ed abbiano addirittura promosso una petizione per il suo rilascio, se la posizione della donna è davvero così compromessa.

E’ inoltre sorprendente osservare come Bertha e Karen siano le stesse persone che hanno segnalato agli inquirenti Saúl Herrera Soriano, il presunto trafficante di donne per mezzo del quale Alejandra è stata definitivamente incastrata. Infine, è doveroso rilevare che sia Karen che Madai sono attualmente a capo della Fundación Reintegra, che con l’aperto sostegno di Rosi Orozco si oppone strenuamente alle riforme propugnate dalla senatrice Dávila Fernández.[32]

In ultima analisi, tuttavia, ciò che risulta veramente incomprensibile è l’importanza che Kat Barnyard continua ad attribuire all’intera vicenda. Anche se le accuse contro Gil fossero totalmente fondate, esse non inficiano minimamente l’approccio alternativo perorato da Amnesty International nel dialogo sulla prostituzione. La NSWP è soltanto una delle numerose associazioni di categoria consultate nello sviluppo delle nuove politiche: il voler attribuire interessi reconditi all’operato di tutte loro, come Barnyard pare sottintendere in virtù di quanto accaduto in Messico, va oltre qualunque partigianeria, e rasenta il ridicolo della disonestà intellettuale.

 

[1] www.theguardian.com/commentisfree/2015/oct/22/pimp-amnesty-prostitution-policy-sex-trade-decriminalise-brothel-keepers
[2] apps.who.int/iris/bitstream/10665/77745/1/9789241504744_eng.pdf?ua=1
[3] www.faber.co.uk/blog/a-human-rights-scandal-by-kat-banyard/
[4] www.theguardian.com/world/2015/aug/11/amnesty-approves-policy-to-decriminalise-sex-trade
[5] www.faber.co.uk/blog/a-human-rights-scandal-by-kat-banyard/
[6] www.nswp.org/sites/nswp.org/files/Sex%20Work%20&%20The%20Law.pdf
www.nswp.org/news-story/if-my-boss-criminalised-i-cant-keep-condoms-me-work-nswp-launches-third-parties-briefing
[7] www.otago.ac.nz/christchurch/otago018607.pdf
[8] tasmaniantimes.com/index.php?/article/a-human-rights-scandal-by-kat-banyard/
www.butterfliesandwheels.org/2015/in-addition-to-her-daily-pimping-duties/
www.faber.co.uk/blog/a-human-rights-scandal-by-kat-banyard/
[9] www.sinembargo.mx/22-02-2014/912026
www.excelsior.com.mx/comunidad/2015/03/13/1013303
[10] www.20minutos.com.mx/noticia/12031/0/alejandra-gil/defensora-prostitutas/explotadora-sexual-noche/
www.elconfidencial.com/ultima-hora-en-vivo/2014-02-22/alejandra-gil-defensora-de-prostitutas-de-dia-y-explotadora-sexual-de-noche_181034/
bis.mx/nacional/mexico/noticias/2015/10/20/210663/alejandra-gil-quotla-madame-de-sullivan-quot-defensora-de-prostitutas-de-dia-y-explotadora-sexual-de-noche
caracol.com.co/radio/2014/02/22/internacional/1393036980_093854.html
noticias.terra.com/crimenes/alejandra-gil-defensora-de-prostitutas-de-dia-y-explotadora-sexual-de-noche,3400806386454410VgnCLD2000000ec6eb0aRCRD.html
www.elconfidencial.com/ultima-hora-en-vivo/2014-02-22/alejandra-gil-defensora-de-prostitutas-de-dia-y-explotadora-sexual-de-noche_181034/
[11] mx.linkedin.com/pub/paula-escalada-medrano/44/9b6/672
[12] www.efe.com/efe/america/2
[13] www.efe.com/efe/english/4
[14] www.excelsior.com.mx/comunidad/2014/02/20/944789
www.sdpnoticias.com/nacional/2014/02/18/alejandra-gil-detenida-por-trata-de-personas-recibio-subsidio-del-gobierno-federal
[15] www.excelsior.com.mx/comunidad/2014/02/20/944789
[16] www.excelsior.com.mx/comunidad/2014/02/21/944908
[17] noticias.terra.com.mx/mexico/df/alejandra-gil-madrota-de-sullivan-ganaba-300-mil-al-dia,4492195641244410VgnVCM5000009ccceb0aRCRD.html
noticias.terra.com.mx/mexico/df/alejandra-gil-madrota-de-sullivan-ganaba-300-mil-al-dia,4492195641244410VgnVCM5000009ccceb0aRCRD.html
[18] www.animalpolitico.com/2015/03/dan-15-anos-de-prision-a-mujer-que-controlaba-trata-de-personas-en-sullivan-y-la-merced/
[19] www.diputados.gob.mx/LeyesBiblio/pdf/LGPSEDMTP.pdf
[20] www.milenio.com/politica/Senado-recibio-madama-experta-antitrata_0_248375185.html
[21] www.nswp.org/sites/nswp.org/files/Sex%20Work%20&%20The%20Law.pdf
[22] aristeguinoticias.com/1905/mexico/que-dice-la-ley-contra-la-trata-de-personas/
[23] www.state.gov/j/tip/rls/tiprpt/countries/2014/226777.htm
[24] www.faber.co.uk/blog/a-human-rights-scandal-by-kat-banyard/
[25] www.nswp.org/sites/nswp.org/files/gwg-letter-to-peter-piot-september-2007-1.pdf
[26] www.milenio.com/politica/Senado-recibio-madama-experta-antitrata_0_248375185.html
[27] www.agendatlaxcala.com/index.php?nota=descarta-adriana-davila-vinculos-con-madrota-alejandra-gil-dice-lleva-a%C3%B1os-infiltrada
[28] sipse.com/mexico/madrota-sullivan-legisladoras-rosy-orozco-adriana-davila-77115.html
[29] www.excelsior.com.mx/comunidad/2014/02/21/944908
[30] www.milenio.com/politica/Senado-recibio-madama-experta-antitrata_0_248375185.html
[31] www.aidsalliance.org/about/news/203-statement-on-the-arrest-of-alejandra-gil
www.icaso.org/announcements/sign-on-to-condemn-the-treatment-of-alejandra-gil-and-her-son-omar-sayun-gil-under-mexicos-new-anti-trafficking-law
[32] www.jornada.unam.mx/2013/11/17/politica/012n1pol
www.excelsior.com.mx/comunidad/2014/02/21/944908

Comments

  1. Da prendere, stampare e strofinare in faccia alle abolizioniste. Mille grazie all’autore che ha fatto questa ricerca documentata.

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