La depressa consapevole: difficile riconnettersi con se stessi

Rieccomi a scrivervi. Sono Azzurra e spero non vi siate dimenticati di me. Ho sempre il terrore che mi si dimentichi perché ci sono giorni in cui non comunico con nessuno. Lo faccio a malapena con me stessa e quella che è una solitudine interiore diventa solitudine sociale. Non per responsabilità degli altri. Sono io che se non condivido quello che mi passa per la testa, se non riesco a uscire e a parlare con il mondo come potrei aspettarmi che il mondo tenti di raggiungermi se non glielo permetto?

Per giorni quasi muta. Non sono riuscita a dire o fare niente. Non sono riuscita a mantenere questo minimo impegno preso con me stessa, scrivere di me, ogni tanto, su questo blog, per mettere il naso fuori da questa finestra virtuale e provare in qualche modo a respirare. Mio figlio è dalla nonna. Il mio compagno l’altro giorno mi ha detto che se non faccio lo shampoo mi mette sotto la doccia con la forza. Ma lui non è così. Non mi forzerebbe mai, ed è per colpa mia che si sente così impotente. A volte spero che mi mandi a quel paese, così può smettere di preoccuparsi e lottare per farmi rinascere, almeno si rifà una vita degna di questo nome.

Io no, non sono in grado di lasciarlo, e non perché ne sono dipendente ma perché lo amo, a modo mio lo amo. So che non è sano un amore dettato dal bisogno, dalla dipendenza, dalla sete di carezze e poi arriva lui a dirmi che senza di me non può stare, che mi ama e che lui spera che un giorno io stia meglio e insieme potremo tornare a vivere sul serio, insieme e non lui per conto suo. Non ti lascio, dice, coraggio, e mi telefona al mattino per assicurarsi che io mi svegli e faccia colazione, perché fosse per me dimenticherei perfino di respirare, a volte.

Questo post lo voglio dedicare alle persone che restano vicine alle altre persone depresse, non per malintesa dedizione e spirito di sacrificio, non perché sono novelli missionari, ma per determinazione, tenacia, amore, a volte anche ironia. Sono persone riuscite, piene di talento, capaci di discernere e scelgono un pezzo di vita che per quanto possa comportare mille dubbi e preoccupazioni però per loro merita di essere vissuta. Il mio compagno non resta attaccato a me dalla mattina alla sera. Lui fa mille cose, esce, in qualche modo non rinuncia mai, studia, coltiva interessi, mi racconta com’è il mondo là fuori, perché sono una stronza egoista, certo, come lo sono tutte le persone che hanno bisogno di altre, ma so che lui non si fa trascinare giù, e quanta forza ci vuole per questo, e io non potrei trascinarlo a fondo con me.

C’è lui che dice che se io rinuncerò definitivamente a lottare, se mi rassegnerò, lui piangerà, gli dispiacerà, ma continuerà comunque a vivere e questo va bene, si, a me sta bene che sia così. Vedete? Parlarvene mi fa già male o forse bene, non lo so. A volte è un modo compiaciuto di descrivermi, come se in qualche modo io definissi un’estetica della depressione che mi calza giusta e mi consola. Però è anche come rimestare dentro la mia merda. I miei bisogni, i miei disagi, le mie dipendenze e il fatto che mi sento di peso, anche se faccio di tutto per attenuare questa sensazione, e il punto è che a volte c’è chi mi giudica una codarda, perché è più semplice vivere che anestetizzarsi con farmaci, cibo, silenzi e agorafobia. Più facile. Lo so. Non dovete dirlo a me.

Vedo il mio compagno alzarsi presto per andare a lavorare, si spacca la schiena per tutto il giorno e trova il tempo per chiamarmi, poi torna e cucina, si fa il bucato, doccia, mangia, a volte esce, torna, mi accarezza, mi abbraccia mentre dormo, perché tra le cose alle quali non può rinunciare c’è il mio calore. E io penso che in fondo devo esistere giusto per quel momento in cui lui ha bisogno di sentirmi accanto, di misurarmi la temperatura con la pelle, perché è quella cosa lì che, forse, gli impedisce di sentirsi disorientato, solo, o troppo stanco, così come avrebbe diritto di sentirsi.

Codarda, si, perché il mio è un capriccio, così mi ha detto una volta un pezzo della mia famiglia. Capriccio, e devo porvi fine, devo tirare su il culo e smetterla di piagnucolare. E in realtà io non piagnucolo, anzi, piango di rado e il mio compagno dice che se almeno riuscissi a dire, urlare, piangere, forse mi sentirei meglio, a volte. Chi lo sa. Il coraggio è di chi resta dentro la propria vita vivendola senza timore, in piedi dopo una caduta, perché se hai delle responsabilità devi smettere di non vivere e devi tirare su le maniche e prenderti la tua buona dose di responsabilità. E io lo so, maledizione, tutto questo lo so bene. Lo dico a me stessa mille volte al giorno e poi mi blocco, non ho più l’energia, non sento il cuore battere, ho l’impressione che il sangue non circoli più e sto così male.

Perché non so descrivere la pesantezza di questa mia prigione e il fatto che per quanto il mio sentire sia claustrofobico comunque non so uscire fuori. Non lo so fare. Allora evito di parlare con chiunque, per sopravvivere, perché non sopporterei di essere tirata fuori dalla mia posa sonnecchiante, da tossica che non riesce a vivere felice neppure con le droghe legalizzate. Non lo sopporterei perché inizia il panico e l’unico modo per farlo smettere è dormire, a lungo, molto a lungo, per giorni, mesi, forse anni.

Con questa cosa atroce hanno a che fare le persone che si prendono cura di quelle/i come me. E non si può volergliene se si stancano, se fuggono dalla cripta buia nella quale ti sei rifugiata, perché a tutto c’è un limite. Così io sto a osservare quell’uomo e penso che prima o poi si stancherà di me. Ed è come se io facessi di tutto per farlo scappare. Perché non me lo merito. Perché se lui non c’è avrò la scusa buona per arrendermi davvero. D’altro canto non posso mettermi in testa di guarire per lui, perché bisogna volerlo per se stesse, così dice la psichiatra, perché se lo faccio per lui la mia volontà si perde in poco tempo, non dura, non rimane qui con me. Allora ecco un altro alibi. farlo per me stessa vuol dire che ce la farò o è un’altra scusa che userò per restare nell’immobilità?

Ecco, questo è quello che mi passa per la mente oggi. Un botto di autocommiserazione, mi sento patetica e piuttosto vittimista, pur tentando di darmi l’aria di una donna dai nobili principi che tutto sistema perfino dalla propria tomba. La verità è che non sistemo proprio niente. Ecco. Questa è la verità e io devo conviverci. E forse questa è la strada, non lo so, incazzarmi con me stessa e tirare fuori tanta rabbia, per obbligarmi a remare, a muovere i miei muscoli. Uscire fuori, almeno. Domani, si, domani esco. Lo dico da quattro anni. Ma domani, forse, per qualche minuto, senza esagerare, mi affaccerò al mondo esterno. E se riesco lo racconterò. Se non riesco, per favore, non ditemi che non mantengo le promesse. Il mio percorso è lastricato di promesse mancate. Domani. Senza impegno.

Azzurra

—>>>Per leggere il diario di Azzurra segui la categoria La Depressione Consapevole

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