Io, sex worker, sono stata picchiata solo da mia madre

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Ho litigato con mia madre, almeno 18 anni fa, e finalmente fui io a dargliele di santa ragione. Forse c’è chi immagina le botte tra donne come qualcosa di eccitante per i maschi dei dintorni. In realtà non c’è nulla di eccitante ma spuntano lividi, esattamente come quelli che venivano fuori sulla mia carne dopo che mia madre mi dava un pugno o mi lanciava un oggetto pesante, e come quelli che aveva mia madre quando ho finito di darle una lezione. Lei mi picchiava regolarmente da troppi anni. Da piccola perché ero troppo piccola. Da grande perché non ero grande così come avrebbe desiderato lei. Ci sono state volte in cui ho pensato di scappare, quand’ero ancora troppo giovane, e poi ci sono state volte in cui ho pensato di rispondere alle botte, non so come, sicuramente per legittima difesa. Avevo troppa paura, non riuscivo neanche a reagire, finché le mani non presero una direzione indipendente e io mi ritrovai a urlarle contro tutto il mio disprezzo.

Lo so che lei non aveva avuto vita facile, ma non spettava a me capirla, crescerla, confortarla e soprattutto non spettava a me farmi picchiare per farla sfogare. Non c’è una sola ragione valida quando qualcuno ti picchia, ed era quello che lei mi diceva. Forse lo pensava ma restava pur sempre una teoria. Quando picchiava me si dissociava dalla figura di madre che aveva predisposto di difendermi da tutto il mondo. Diceva che era per il mio bene, si, per il mio bene un cazzo. Perciò io risposi con le botte alle botte e quando vidi lei rannicchiata sul pavimento, con le braccia in croce, per difendersi dai colpi, vidi me stessa e dissi solo che sarei andata via e lei non avrebbe più dovuto cercarmi, mai. Così iniziò il mio lento peregrinare. Non riuscii a diplomarmi ma avevo in mente di andare all’estero per imparare qualche lingua. Giurai a me stessa che avrei recuperato e che prima o poi avrei superato l’esame di maturità. Invece mi affezionai al posto in cui iniziai a lavorare. Non ebbi difficoltà a imparare la lingua e dopo più o meno un anno cominciai a cercare un lavoro in cui la conoscenza della lingua poteva farmi guadagnare un po’ di più. Trovai lavoro come cameriera, poi come bar woman, e nel frattempo conoscevo un gruppo di coinquiline con le quali finii per condividere un appartamento. Erano sempre serate piene di sorprese. Con loro non si poteva mai sapere. Poi un bel giorno mi invitarono ad una festa in cui chiedevano la partecipazione di ragazze, accompagnatrici, donne intelligenti e affascinanti adatte a fare un po’ di conversazione. Avrei guadagnato quanto un mese di stipendio, e tutto sommato sembrava molto facile.

Pensavo di annoiarmi e di non essere all’altezza, invece le mie amiche mi consigliarono cosa indossare e come truccarmi e quel che venne fuori fu una nuova me. Disinibita, sicura, disinvolta, senza pudore. Una gran zoccola, insomma, secondo i parametri di mia madre. Quella sera non feci nulla che non volessi fare. D’altronde non era una festa di quel tipo, dove ti spogli e ti unisci all’orgia. Era una festa e basta con qualche attrazione per fare sentire felici un po’ di ospiti. Mi ritrovai seduta sul divano con un tale, distinto, anziano, che riuscì a parlarmi dopo decine di sguardi nella mia direzione. Mi disse che veniva dal mio stesso paese e che da anni oramai viveva lì e aveva messo su una piccola impresa. Mi chiese se per caso cercassi un lavoro un po’ più remunerativo e mi spiegò che avrei potuto essere quella con cui avrebbe scopato di tanto in tanto e nel frattempo avrei dovuto fare un po’ di tutto nell’azienda. Dissi di no, ed ero convinta di quella risposta.

Quando più tardi un uomo mi offrì molti soldi per fare sesso con me la mia sicurezza cominciò a vacillare. Andai da una delle mie amiche a chiedere come funzionava. Potevo fidarmi? Non è rischioso? Mi dissero che avrei dovuto dargli appuntamento in un hotel poco distante. Lì ci sarebbe stata una tizia che era più o meno quella che si accertava che tutte fossero sicure. Al minimo problema basta che fai uno squillo, dissero, e però si assicurarono che io fossi certa di quel che facevo. Una mi disse che avrei potuto semplicemente ripetere l’esperienza delle serate platoniche senza risvolti sessuali. Mi avrebbero pagato ugualmente e sarei stata al sicuro, con loro. Io però ero curiosa, volevo sperimentare e comunque chi o cosa avrebbe potuto farmi più male rispetto a quello che mi aveva fatto mia madre?

Arrivai in hotel poco prima di lui. Il tempo di sistemarmi in camera per poi accoglierlo con un po’ di pudore. Lui era perfetto. Sovrappeso, con gli occhiali, non molto alto, gentile, aveva un bel sorriso. Perciò gli avevo detto si. Dopo due ore mi pagò e andò via. Chiamai le amiche e una di loro venne a prendermi perché “tra noi ci si aiuta”. Da allora non ho più cambiato lavoro. L’ho scelto perché mi piace stare con le donne e le trans che ho conosciuto. L’ho scelto perché è l’unico lavoro in cui puoi mandare ‘affanculo un cliente se non ti va di vendergli i servizi sessuali. L’ho scelto perché è un lavoro in cui è bandita l’ipocrisia e allo stesso tempo quel che offro è una performance, ogni volta vado in scena con un personaggio diverso. Non è stato sempre facile e ci sono state volte in cui avrei voluto stare altrove, ma succede in ogni luogo di lavoro. Succede a chiunque, così è successo anche a me.

Due volte sono stata trattata male. Due volte mi sono ripromessa di fare più attenzione. Con l’esperienza le cose diventano sempre più semplici e quando hai superato l’età giovane hai spesso dei clienti fissi che ti porti appresso per tutta la vita, se lo vuoi. C’è un cliente che mi chiede sempre di leggergli qualcosa. Un altro vuole che gli parli nella mia lingua madre quando facciamo sesso. Ci sono i teneri, gli stronzi, i rozzi, quelli tutta apparenza e che poi si sciolgono come il burro, ci sono gli insicuri, quelli sbrigativi, gli affaccendati e quelli che rubano la pensione alla madre per venire da me. Ci sono uomini sposati, fidanzati, persone di ogni tipo, e con gli anni impari a conoscerli e ti basta guardarli in faccia per capire di che pasta sono fatti. Io e le mie amiche, tranne una che è morta di cancro due anni fa, facciamo pausa nei giorni di festa, per i compleanni e per le occasioni speciali.

Abbiamo vissuto assieme mille storie. Abbiamo condiviso così tanto, gioie, dolori, innamoramenti e delusioni. Ci siamo tenute strette nelle notti fredde e abbiamo fatto colazione insieme quasi tutti i giorni. Abbiamo riso, sognato, viaggiato, e entro qualche anno dovremmo essere in grado di aprire un nostro locale per lavorare e dare lavoro ad altre e altri. Questo è quello che avevo da raccontare e spero vi interessi sapere, più di tutto, che chi dice che tutte le sex workers sono vittime dice una sciocchezza. Esistono donne offese, stuprate, malmenate e sfruttate e nessuno più di noi lo può sapere. Siamo le prime ad accoglierle e a dare loro riparo quando serve. Di certo non saranno le bianche, borghesi, abolizioniste, che parlano tanto ma poi fanno poco o nulla a parte interessarsi della propria carriera, non saranno loro ad aprire la porta di casa per fare entrare le prostitute di strada. Noi sappiamo e conosciamo la realtà del sex working pur senza mai esserci pentite di farne parte. E’ il nostro mondo, la nostra vita, e scusate tanto se voi siete troppo snob e puttanofobe per rispettare il nostro punto di vista. Un saluto a tutte le colleghe che leggeranno questa storia. E grazie a tutti per aver ascoltato.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. Avvisami quando aprirete il vostro locale, vi mando il mio CV o vengo a trovarvi comunque : ) Aspetto che mi contatti : )

  2. Mi piacerebbe sapere in che paese lavori e se lì è legale il sexworking. grazie della testimonianza

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