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#Femministology: Serafina e la propaganda abolizionista

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Per fare credere alla gente che la sua idea è la migliore, Serafina inventa uno stile di propaganda ad hoc. Serafina è straordinaria come a suo tempo lo fu Goebbels. Con la sua puntigliosa strategia inquisitoria riesce a costruire improbabili analogie che sono il primo passo per la sconfitta del nemico.

In parte ha preso spunto dagli antiabortisti, perché è difficile spiegare la verità se non si hanno argomenti e se tutto ciò che si può fare e screditare l’avversario politico. Bisogna presentare intanto i soggetti di interesse collettivo come vittime anche quando non lo sono o quando non possono neanche rivendicare lo status di persona. Gli antiabortisti presentano feti squartati accompagnati da commenti apocalittici e accuse d’assassinio alle donne, le abolizioniste presentano tutte le “puttane” come vittime, incluse quelle che dicono di non esserlo. Per Serafina la parola autodeterminazione è una parolaccia. Non vuole sentirne parlare proprio mai.

Il segreto di una che fa propaganda sta nell’annullare la complessità di situazioni e oggetti di discussione per poi presentare un’unica e sola prospettiva che avrà bisogno di essere risolta con una sola soluzione. Se a Serafina qualcuno dice che non esistono solo le vittime di tratta ma esistono anche le sex workers che fanno quel lavoro per scelta allora Serafina tira fuori statistiche prive di fondamento per raccontare che tutte le “puttane” sono vittime e dunque la prostituzione va abolita, senza dubbio.

Chiunque dica cose diverse, che siano le stesse sex workers o organizzazioni umanitarie internazionali, naturalmente sarà definit@ maschilista, dalla parte dei papponi, papponi di per se’, madri di papponi, “chi non salta un pappone è”, e si può anche seminare il dubbio che papponi siano tutti quanti. Sex workers, Amnesty, l’Oms, organizzazioni internazionali contro la tratta, organizzazioni contro la violenza sulle donne, centinaia di ricercatori e ricercatrici che studiano il fenomeno in tutto il mondo, ovvero tutti quei soggetti che pensano sia necessario adoperare due soluzioni diverse: la lotta contro la tratta e la regolarizzazione per le sex workers che si prostituiscono per scelta.

Di Serafina bisogna dire che è una maga nella costruzione di notizie false adatte a screditare chi si oppone alla sua legge. O quantomeno le piace decontestualizzare, distorcere contenuti e all’occorrenza ricorre all’attacco personale, del tipo: “tu non sei credibile perché hai gli occhi a palla, siedi a mangiare con un maschio e poi scorreggi puzzolente”. L’unica verità è la sua e di chiunque altro si diranno, invece, cose pessime fintanto che la controparte non dimostra di cedere.

Così per Serafina è necessario di tanto in tanto ricorrere alla costruzione del mostro, indicarlo chiaramente alle seguaci abolizioniste, a consegnare l’osso al famelico branco, per poi dare il via ai due minuti d’odio istigati secondo le regole medioevali. I vecchi metodi d’altronde sono i migliori. Come si fa a sostituirli?

A Serafina si deve anche la diffusione di un messaggio di amore infinito nei confronti dell’umanità intera o, quantomeno, di una minima parte di essa. Le donne che l’ascoltano sono sante, vittime e dunque sante. Sante e dunque vittime. Per le altre si segue il percorso di demonizzazione per poi invitare le altre Serafine a compiere il rito di esorcismo. Non c’è alcuna attenzione per gli uomini, naturalmente, i quali vengono descritti tutti dalla sessualità malata, con un pene che triplica la sua misura a scatto, artigli al posto delle mani e un paio di denti che gli servono a succhiare tutto il sangue dai corpi delle donne.

A questo punto serve descrivere lo scenario fantasy in cui vive Serafina. È sua precisa convinzione che la figura del cliente non sia neanche una figura umana. È un mostro a tre teste. È sicuramente un nemico delle donne. A colazione pranzo e cena mangia e beve carne e sangue femminile. Ricicla tutto, perché è un grande ecologista. Con i capelli lava per terra, con le ossa costruisce installazioni artistiche, con il sangue rimasto dalla cena precedente riesce a fertilizzare le sue piante.

Il cliente voi dovete immaginarlo come un essere mostruoso che Serafina e le altre non riescono neppure a nominare. Dopo aver esaurito decine di eufemismi: coso, quello, lui, eccetera, passarono ad un metodo che oggi facilita alquanto la comunicazione. Non si può sporcare la frase pronunciando parole che contaminano di per se. Si dirà: I mmmm sono tutti maiali”, oppure “ho letto di un mmmm che ha strappato la carne della prostituta a morsi”.

Serafina aveva promesso un premio a chi avrebbe portato la notizia più macabra. Un po’ per la sua preferenza di faccende splatter e un po’ perché in fondo era eccitata da tanto sangue. Le sue domande arrivano incalzanti: E allora? Ha strappato la carne e poi? L’ha mangiata? Dimmi, dai, si che l’ha mangiata. Ma poi l’ha girata? Ha continuato a violentarla? Dove l’ha penetrata? Lei era ancora viva quando lui la stuprava? Non l’ha stuprata? Ma certo che l’ha fatto. Dobbiamo dire che l’ha fatto perché è necessario avere una martire da presentare al pubblico.

Se non abbiamo la martire perfetta non possiamo stabilire il dominio del mondo con le nostre regole.
Fate così: scrivete tutto quel che ricordate e imbruttite leggermente alcuni passaggi qui e là.

E in quanto a voi che leggete: potete trovare il volantino, tradotto in dieci lingue, all’ingresso del tempio. E nel frattempo siete pregate di lasciare un obolo per aiutarci a cambiare il mondo. Un euro minimo, in grazia alla Grande Madre Taglia Cazzi.

Ps: E’ una storia di pura invenzione. Ogni riferimento a cose, fatti, persone, è puramente casuale.

—>>>Le puntate successive si trovano nella categoria Femministology.

Leggi anche:

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#Femministology e le fatiche di Serafina

#Femministology: smettete di chiamarvi sex workers. Il vostro nome è “puttane”

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