La resistente Emel, gli insulti sessisti e la lotta

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di Inchiostro

Ho visto una foto, l’ho vista di sfuggita scorrendo la Home di questo posto schifoso conosciuto come Facebook.
La foto di Emel*.
Non so quanti anni abbia, che lavoro faccia, non so nulla – non è vero, due click e quattro scroll di siti e ho scoperto tutto -.
Lei è lì, col pugno chiuso e quegli occhi.
L’ho stampata, me la sono appesa di fronte. La fisso. La guardo. I brividi mi percorrono la pelle, mi scivolano sulla schiena.

Quell’elettricità pazzesca, forte, che ti fa pulsare le tempie, gonfiare gli occhi al limite delle lacrime – che poi non versi, perché da queste parti è un po’ che piangere è diventato inutile -.
Emel è lì,che fissa davanti a sé, le mascelle strette, il volto duro, severo, eppure al contempo rilassato, quasi pacifico.
Non ci sono smorfie di dolore sul suo volto, non ci sono lacrime, la bocca non è deformata in un urlo rabbioso.

No, Emel è lì, in piedi, fiera e indomita, forte.
Il suo pugno, a braccio teso, cerca il cielo, quei cancelli del paradiso che qualcuno, tanto tempo fa, aveva detto di voler assaltare e che, poi, nemmeno è riuscito a scardinare.
Emel è lì e noi siamo qui.
Noi siamo qui a scannarci sulle minchiate, quando è là fuori che dovremmo riversare la nostra rabbia, la nostra forza, risparmiando le parole rabbiose, le spiegazioni articolate, i confronti che alla fine diventano risse verbali – e le risse verbali sono noiose – per qualcosa di più concreto, di più costruttivo o, a seconda delle prospettive, distruttivo.

Che vengano a metterceli pure i dildi nel culo, che ci prendano pure a pisellate, quando hanno finito di controllare chi ce l’ha più lungo.
Parlo per me, e dico che degli insulti non mi importa nulla. Sono il primo a non essere una persona civile, a non volere i confronti civili, la civiltà come convenzione della comunicazione mi fa cagare, come mi fa cagare dover sempre essere polite o posato o chissàchecazzodaltro.
Non mi importa molto della sensibilità, perché la mia è costantemente colpita, ferita, devastata ogni cazzo di giorno.

Quando mi fermo a parlare coi senza tetto di Piazza Della Repubblica, quando vedo i controllori dell’ATM di Milano, forti della loro divisa da mezz’uomini, insultare deliberatamente le persone per il colore della loro pelle, o per la scarsa conoscenza dell’italiano.
Ogni volta che mi dicono che la bomba in piazza Fontana l’han messa quelli come me, con annesse grasse risate di quello scherzo della natura di Delfo Zorzi – morirai, prima o poi, coglione -.
Ogni volta che i giornali mi chiamano teppista, terrorista, ignorante, pazzo, pericolo pubblico.

Ogni volta che i moderati spengono i fuochi che si cerca di accendere, ogni volta che qualche buontempone sceglie la propria sicurezza, in favore di una disciplina che nega all’uomo il diritto d’essere uomo, di esistere, di vivere una vita degna di questo nome.
Che cazzo volete che me ne freghi di quattro insulti, nemmeno fantasiosi, scritti in una piattaforma informatica? Non si dovrebbe nemmeno rispondere, a certe cose, perché non sono degne di risposta.
Siamo più forti degli insulti, delle brutte parole.
E vi dico di più: gli insulti andrebbero rivendicati. E’ questa la cosa che fa incazzare chi insulta.

Come fa incazzare il potere una donna che, fiera e forte, rimane in piedi, immobile, con il suo pugno gigante alzato al cielo, le sue mascelle serrate, senza versare una lacrima. Come a dire che la devono spezzare, perché lei si pieghi. Come a dire che, per cento volte che verranno, per cento volte dovranno tornare indietro. Come a dire che non basta l’uccisione del marito per farle pensare che la lotta sia persa e, anzi, è proprio per il marito che adesso lei lotterà più forte di prima. Fino alla morte o alla vittoria, senza compromessi.
Perché i compromessi li fanno le persone inutili, quelle che potrebbero morire domani e nessuno ne sentirebbe la mancanza.

E io sto con Emel e non me ne fotte un cazzo degli insulti di quattro coglioni che non hanno altri argomenti se non i soliti stantii luoghi comuni che, più che fare incazzare, annoiano da morire.
E per le persone che annoiano le strade hanno da sempre una sola risposta, che qui non si può scrivere.
Ecco, questo è il mio pensiero.
Il pensiero di uno che butta tutto sul ridere, perché quando si è seri bisogna esserlo per bene, fino in fondo, per davvero.
E sicuramente non sono gli insulti su una bacheca di facebook a dover meritare la mia serietà, e nemmeno la vostra, spero e mi auguro.
Altrimenti non abbiamo capito niente e non stiamo andando da nessuna parte.

Emel lo sa. E il suo discorso al funerale ne è stato testimonianza.
Non rabbia, non indignazione, non urla.
Ma solo fiera, decisa, potente determinazione:
“Noi vogliamo la pace per questo paese, per i poveri di questo paese, per i lavoratori, i curdi, i turchi, i lazidi, i circassi, per le donne e gli uomini.

Noi abbiamo detto ‘pace’, lui ha detto ‘morte’. Noi sappiamo chi è l’assassino. Ma siamo in piedi. Con la nostra coscienza, con la nostra morale, la nostra lotta continuerà.
Ci uccidono una volta ma mille volte rinasciamo. La libertà arriverà.”

Io sto con Emel, e piango.
Piango una rabbia antica che, prima o poi, qualcuno pagherà.

Vostro,

Inchiostro.

*Emel è moglie del ferroviere anarchico ucciso in Turchia il 12 ottobre

  • Potete trovare i post di Inchiostro nella categoria L’InchiostratoQUI la sua biografia.

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