Pentirsi di essere madre VS ingiunzione alla felicità

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Questo pezzo pubblicato sull’HuffPost francese parla di un argomento che qui trattiamo spesso. Grazie a Elisabetta per averlo tradotto per noi. Buona lettura!

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di Coline de Senarclens

VITA DI FAMIGLIA – Ho scritto questo testo un anno fa. All’epoca non l’ho pubblicato perché era troppo duro, troppo vero, troppo semplice, e perché sapevo che gli altri non avrebbero capito. Eppure, dopo aver messo la mia sofferenza nero su bianco, sono riuscita a mettere una croce sopra alla mia vita senza figli. Grazie alla stesura di questo pezzo ho potuto accettare le contraddizioni che accompagnano l’essere genitori. Amare il proprio figlio ma averne abbastanza. Essere felici di averlo ma rimpiangere la vita di prima. Rallegrarsi di tutto ma dispiacersi di non sapere cosa sarebbe successo senza. Da quando ho scritto questo testo mi sento in pace con la mia genitorialità ed è per questo che ho deciso di pubblicarlo, un anno dopo, per condividerlo e soprattutto per dire che bisogna ripensare il modo in cui consideriamo la maternità, perché le madri possano esprimere i loro dubbi senza vergognarsi. Non è l’ingiunzione alla felicità che rende felici le persone.

“A volte mi sveglio nel cuore della notte. Non so dove sono o con chi, non so più chi sono e cosa ho fatto. Ci metto qualche secondo a ricordarmi. E poi mi ricordo e mi prende il panico.

Ho appena letto un articolo di Rue 89 sulle madri pentite, quelle che dicono “mi ritrovo un figlio sul groppone”. Mi prende uno strano dolore, un terribile richiamo.

Ho 29 anni e un figlio di 3, un biondino adorabile e intelligente che mi riempie quotidianamente di orgoglio. Ho un uomo meraviglioso, una vita intensa e appassionata, soldi a sufficienza, una salute di ferro. A 24 anni ci siamo detti che volevamo un figlio. È arrivato presto, dopo un tentativo fallito che ci ha fatto perdere un anno, e a 26 anni ero madre e moglie. A 27 anni ho ritrovato il mio vecchio corpo, dopo un anno e mezzo di gravidanza e allattamento, e mi è sembrato che la vita cominciasse.

Non avevo mai detto, né agli altri né a me stessa, che la maternità sarebbe stata il centro della mia vita, che mi avrebbe riempita e che avevo la vocazione di madre realizzata. Sapevo perfettamente che avrei mandato mio figlio al nido, che avrei continuato a uscire, che avrei avuto voglia di avere una vita mia, degli amici, delle passioni, e che la famiglia sarebbe stata una parte della mia vita, una parte e basta. Sono femminista e proprio perché sono femminista ho deciso di fare un figlio e che questo non mi avrebbe frenata.

E ho appena letto quell’articolo. Mi dico che è vero che oltre alla gioia che mi dà mio figlio c’è anche un po’ di sofferenza, la consapevolezza che non ti apparterrai mai più completamente, che tutto quello che fai avrà delle conseguenze, non più solo per te stessa ma anche per gli altri (tuo figlio e il tuo compagno, perché se esci c’è bisogno che qualcuno rimanga a casa a fare tutto il lavoro) e che non sei più libera, mai. A volte questa consapevolezza mi sveglia nel cuore della notte.

Penso, e ci penso molto da quando sono madre, a quelle donne che scappano. Che lasciano papà e figli e prendono il volo. Ci penso e sono al tempo stesso triste e affascinata. Se ne parla come di fenomeni strani: chi mai potrebbe fare una cosa del genere? Che donna? Agli uomini ci siamo abituati, anche se ci sembra schifoso pure quello, ma non è la stessa cosa. Donne che abbandonano i figli. Quelle che fuggono e sprofondano definitivamente nella vergogna, nella colpevolezza e nell’infamia. Quelle che non ci riescono e preferiscono far finta di niente. Quelle che mandano a monte tutto, fino alla fine, e se ne vanno senza fare rumore. E le capisco. Si sono svegliate nel cuore della notte, non sapevano più dov’erano e si sono ricordate all’improvviso di quello che avevano fatto. Ma era troppo tardi.

Sofferenza lancinante, ho fatto un figlio e me ne pento. Come quasi tutte, lo amo e continuerò ad accontentarmi e sono contenta di fare un sacco di cose, viaggiare insieme, ridere insieme, essere complici, e sono contenta di tutto quello che c’è già e che poi sarà ancora più bello, ancora più interessante, ancora più ricco. Ma ho un peso sullo stomaco che mi impedisce di nascondere la verità. Non ero fatta per tutto questo e mi pesa molto aver abbandonato la libertà. Amo mio figlio, è chiaro, ma come l’attrice Anémone mi dico che “la vita scorre e non è la tua” e questo mi sveglia nel cuore della notte.”

 

Comments

  1. da maschio anch’io sono genitore , anch’io amo i miei figli (come diciamo nel mio dialetto ‘non sono il padre dei passeri’),ed anch’io non ero preparato ad esserlo, anzi la mia generazione è stata quella generazione quella del boom economico per intenderci) a cui è stata insegnata un tipo di vita che poi da adulti non abbiamo trovato e peggio ancora dobbiamo insegnare ai nostri figli una vita che non conosciamo.
    ma non mi sono tirato indietro ne da genitore ne da coniuge, ma anche per me ‘la vita scorre e non è la mia’, e solo il silenzio ormai mi fa compagnia.
    e veder la festa del papa abolita in alcune scuole mi fa stringere il cuore, come se ormai noi padri siamo diventati un antico orpello di una anacronistica famiglia che non esiste più .

  2. Non voglio risultare giudicante o semplicistico, ma questo scritto, come molti altri dello stesso tenore pubblicati sul blog, sembra annunciare la scoperta dell’acqua calda.
    La vita procede quasi sempre per alternative mutuamente esclusive, e la maternità/paternità ne è un esempio classico… se si sceglie un percorso, non si può vivere contemporaneamente l’altro. Si può in alcuni casi tornare indietro e imboccare la strada scartata in precedenza, ma non sarà comunque come ripartire da zero.
    Non voglio negare o sminuire l’inquietudine di questa donna (poco più grande di me fra l’altro), ma credo dovrebbe cercare di godersi ciò che di buono c’è nella vita che ha scelto, a cosa serve tormentarsi?
    Da persona onesta quale appare dal suo scritto, accetti la zona d’ombra della sua vita (come più o meno facciamo tutti, in fondo) e cerchi di vivere al meglio gli aspetti positivi della sua condizione.
    Non si è mai abbastanza pronti, abbastanza esperti, abbastanza fortunati da compiere una scelta senza contraccolpi, e se avesse scelto diversamente forse ora scriverebbe: ho una carriera fantastica, una vita di relazione appagante, tanti viaggi e sfizi, ma se avessi avuto un figlio?
    Auguri sinceri.

  3. Io non sono del tutto d’accordo. Ho scelto consapevolmente di diventare padre (intuendo responsabilità e conseguenze) e, sarà che sono ottimista e mi riesco a divertire, trovo divertente (per quanto faticoso) fare il genitore. Non mi “pesa” non andare a fare gli aperitivi o uscire al cinema la sera, quando sto coi miei mimmi sono felice. Sarà che per lavoro faccio molte notti…mE se la mamma non è in casa…la cena, la lavastoviglie, i mimmi possono essere a gestione maschile!

  4. Ciao, sono una donna che condivide appieno quello che ha scritto l’autrice. Sono una mamma pentita e se potessi tornare indietro non sceglierei mai più la maternità. Troppo faticoso, stancante, stressante. Bisogna per forza amare un figlio? La società dice di sì, io dico di no, può capitare che non lo si ami, stop. E tutto diventa un peso enorme. Dirlo in pubblico giammai: non sarebbe tollerato da nessuno. Restano i blog anonimi dove ora si leggono sempre più post di donne pentite della vita famigliare, con i figli.

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