La depressa consapevole: le mie giornate al buio

Sono al terzo giorno di diario della depressa consapevole e mi rendo conto che in parte serve potersi confidare con tante persone estranee che non sanno troppo di me. Mi sento protetta dietro questo schermo che mi consente di non temere l’affollamento che c’è là fuori e mi sento anche disponibile a spogliarmi e parlare di me. Mi viene in mente che probabilmente c’è un gran numero di persone che se ne fregano di quello che provo io, in questo tempo di totale indifferenza e di mancanza di solidarietà tra chiunque.

Leggo spesso di mostri che vanno in giro a parlare male di chi è povero, disagiato, malato. La malattia mentale è uno dei motivi per cui puoi essere presa in giro. Poi dicono che non dovremmo vergognarci e che dovremmo esporci e fare coming out mettendoci la faccia. Per chi ha voglia di ascoltare la mia faccia è questa. Al momento è screpolata, piena di increspature, perché la depressione a me fa questo effetto. Mi abbruttisco ed è immobile anche la pelle, a quanto pare, al punto che la pelle vecchia resta sulla nuova e per farla rinascere devo grattare via quello che è superfluo.

Oggi ho cambiato posizione più o meno sei volte. Letto, cesso, divano, cucina, cesso, divano. Mi sono lavata a malapena e per essere più a posto con me stessa, come se voi poteste vedermi, ho cambiato il pigiama vecchio di una decina di giorni. Ho pinzato i capelli come faccio di solito, senza pettinarli. Ho preso le mie medicine e dopo un po’ è passata l’ansia. Mi sveglio così male, certe volte, dopo aver fatto degli incubi pazzeschi. Potessi guadagnarci venderei i diritti a Hollywood. Sono storie avvincenti e quasi sempre c’è chi mi vuole assassinare e fare del male o sono io che urlo tanto perché litigo, durante il sonno. Il mio compagno dice che mi sente parlare e litigare senza che però riesca a distinguere nulla a parte suoni senza senso.

Il momento più difficile della giornata per me è quando, come stamattina, qualcuno suona il campanello e devo rispondere. Solo avvicinarmi a quella porta mi immobilizza, mi spaventa. Allora resto a contare per un po’, sperando che si tratti del postino o qualcuno che ha sbagliato citofono, così gli aprirà quella al piano sotto oppure sopra al mio. Non gli aprono e quello insiste. Rispondo al citofono ed è il postino che deve lasciare una cosa che richiede una firma. Vorrei dirgli di passarmela sotto la porta ma non c’è abbastanza spazio. Devo aprire la porta e così tento di calmarmi dicendo a me stessa che ce la posso fare. Non succederà nulla. Forza, Azzurra, ce la fai. Un passo alla volta guardando il pavimento. Non devo guardare la porta perché quella la affronterò quando sto lì davanti. Passo dalla camera da letto e indosso una vestaglia. Guardo il mio viso allo specchio e penso di essere orribile. Terrò gli occhi bassi non voglio che il postino mi guardi. Potrebbe scoprirmi e capire. Potrebbe vedermi per la malata che sono e poi sfottermi. Potrebbe, e sono mie paure, paranoie proiettate sul resto del mondo.

Un passo alla volta, sono già alla porta. Sento il postino che bussa impaziente. Con un filo di voce dico “un momento, sto arrivando”. La mano sulla maniglia, e uno due tre quattro, respiro a fondo, cinque sei sette otto, ancora un respiro, apro la porta lentamente, e come per i carcerati in isolamento quando vengono liberati subisco uno shock per la luce troppo intensa. Mi paro gli occhi con la mano e poi mi chiedo se il postino avrà notato che ho spento le luci, in casa mia, e ci sono le finestre con le serrande semi calate, perché io non distingua la notte dal giorno. Il giorno mi terrorizza, perché c’è sempre tanto movimento, il vociare per le scale, il casino che fa la mia vicina e il traffico delle automobili, il telefono che squilla, e sono televendite, per lo più, ma per ogni squillo il cuore batte forte e io sono terrorizzata.

Il postino mi porge la lettera e poi il modulo da firmare. Mi passa una penna e firmo velocissima. Saluto a malapena, senza attendere che lui ricambi, e chiudo subito il mondo fuori da me, dalla mia vita, da tutto quello che conosco, pochi metri quadri e le mie cose. Mi chiama al cellulare il mio compagno e dice che al cinema c’è un film che sicuramente mi piace. Lui sa che non andrò ma ci prova sempre, non si rassegna. Dico di no. Lo vedrò in streaming, nella mia postazione protetta.

Mi telefona un’amica. Mi chiama ogni tanto. Ormai sempre più raramente. Non sono mai riuscita a dirle quel che vivo. Mi vergogno troppo. Allora per le prime volte che voleva venire a trovarmi o mi invitava fuori avevo scuse plausibili. Poi lei mi scrisse una lunga mail dove chiedeva cosa avesse fatto per provocare quella mia freddezza, e io avrei voluto tanto dirle la verità, spiegarle che le voglio bene tanto quanto prima ma non so dirlo. La voce resta intrappolata non so dove e anche le dita non riescono a digitare sulla tastiera per comporre una mail che lei possa leggere. Mi vergogno. Mi vergogno troppo. E una voce dentro di me mi dice che è colpa mia e che sono una fallita che non sa fare altro che commiserarsi e non sa essere diversa da così.

La psichiatra è l’unico essere umano che vedo a parte il mio compagno e a volte qualcuno dei miei familiari. La vedo perché mi accompagna il mio compagno. Mi sorregge se sto per inciampare. Mi permette di camminare tenendo il viso basso e di coprirmi a sufficienza per proteggermi da tanta luce. Lei dice che dovrei fare uno sforzo, cominciare proprio dalla mia amica e io piango perché non riesco a spiegare quanto sia difficile per me e quanto sia dura vedermi sfuggire i rapporti, uno dopo l’altro, fintanto che anche le persone alle quali vuoi molto bene non smettono di chiamarti. Io so che basterebbe alzare la cornetta del telefono e chiamare. Potrei almeno solo scrivere una mail. Invece niente. Le mani restano immobili e la voce muore al solo pensiero. Perciò anche oggi mi ha chiamato invano la mia amica (forse ex?) che immagino si sia rotta le palle di chiamare senza mai poter contare su di me.

So che se le dicessi quello che penso lei si arrabbierebbe molto. Perché penserebbe che non ho fiducia in lei o che la sottovaluto. Penserebbe che considero l’amicizia come qualcosa che non è reciproco e per quante volte le sono stata vicina io così potrebbe volere fare lei con me. Ma che diritto ho io di chiederle di venire a condividere con me il silenzio, il buio, la mia vergogna che non riesco più a dissimulare?

Ieri sera il mio compagno si è avvicinato per abbracciarmi. Mi ha accarezzato e poi mi ha detto che è da un bel po’ che non facciamo l’amore. I farmaci hanno portato la mia libido a zero. Potrei farti un pompino, dico scherzando. E lui ride, un po’ sollevato, perché vede che Azzurra, quella che ero prima, è ancora dentro di me. Ci sono ancora. E il punto è che nessuno può tirarmi fuori, a meno che io non voglia, e io non sono sicura di volerlo. Così è la mia vita del cazzo. A chiedermi cosa ho fatto per meritarmi tanto affetto. Perché la verità è che mi sono persa. E non sono più capace di ritrovarmi.

Azzurra

—>>>Per leggere il diario di Azzurra segui la categoria La Depressione Consapevole

Comments

  1. ri-Ciao Azzurra
    E’ vero che viviamo in tempi in cui la solidarietà è stata cancellata o peggio, ridotta a finzione o a pericolosa stramberia emotiva, io faccio parte di chi pensa che questo non sia vero, ma non solo: sono convinto che l’attacco ai numerosi valori di coesione sociale sia stato cercato e voluto da chi vuole ridurre tutti noi a produttori/consumatori sostituibili e sacrificabili…..
    Voglio che tu sappia che non sei sola
    Io leggo i tuoi post, rabbrividisco e soffro: penso che non posso fare nulla per aiutarti…se non continuare a leggere, esprimerti solidarietà…e pregare affinché tu possa uscire da questo stato…:-(
    Un altro abbraccione forte forte!

  2. Ciao Azzurra,
    ti ho letto, e mi specchio in te. Mi specchio nella vergogna, nella paranoia, nel senso di fallimento che forse è una copertura, nell’incomprensione famigliare, nella fedeltà e fiducia che malgrado il peggio ti vengono date, e in questo chiederti che cosa hai fatto per meritarti tanto affetto. Nel mio caso era affetto da parte di persone che pensavo si stessero allontanando. Queste persone che ho poi capito che non erano arrabbiate con me, ma non sapevano più come farmi sentire il loro amore. E io nel frattempo persa.
    Lo sono ancora in parte.
    Per certi versi invece, mi sembra di essere come un cielo terso con quelle nuvole di bambagia grossa, che non sai se si accumulano o si sfanno. I brandelli di cielo terso sono le parti di me che riesco finalmente a vedere, capire, ri/collocare. Almeno a questo serve questa depressione bastarda. A svelarmi pezzi di me.
    In uno dei momenti più bui, e sfidando non so come la repulsione che la letteratura in generale scatena in me (perché era la materia di cui mi occupavo quando avevo un lavoro), ho letto un libro meraviglioso di Miriam Toews, “I miei piccoli dispiaceri”. Se ti va, vai a leggerti la scheda del libro sul sito dell’editore Marcos y Marcos. Lì, tra le altre, c’è anche la recensione di Daria Bignardi, che trovo ben fatta e dà un bello scorcio sul libro. Se ti va, fattelo poi comprare dal tuo compagno.
    Una carezza. A presto spero, al quarto giorno di diario, e a tanti altri a venire.

  3. Ciao Azzurra, ti volevo scrivere alcune cose che ho pensato leggendo il tuo post. A dirti la verità non mi capita quasi mai di leggere i blog ma erano giorni che sulla mia pagina Facebook circolava il titolo “depressa consapevole” e stamattina ho deciso di leggerlo così, forse perché ho la presunzione di capire di cosa parli. Ci sono tanti tipi di depressione, forse la forma della tua è la più antica: ti chiudi in casa, non ti curi, non ti lavi e sviluppi tante manie e compulsioni. Però esistono una marea di persone tirate a lustro, impeccabili, efficienti anche molto social che non riescono a “scendere dalla giostra” per paura di rimanere soli con la propria depressione. Più volte hai scritto, anche nei post precedenti, del tuo senso di fallimento. Ma rispetto a cosa e a chi? Io per molto tempo ho incolpato i miei genitori e le loro pressioni sullo studio, sul lavoro e su tanto altro e mi scontravo, urlavo, ribollivo di rabbia. Poi mi sono accorta che ero io la prima a non accettare il fallimento, neanche quello altrui. Però anche qui, fallimento rispetto a cosa è a chi? Mi sono risposta:rispetto al mio senso e bisogno di onnipotenza. L’immagine di quello che avrei dovuto essere, era/è inesistente, un film dei buoni contro i cattivi dei più moralisti. Quindi di cosa ti vergogni? Ti senti giudicata? O sei il giudice?
    Penso che la tua terapeuta abbia ragione a dirti di ripartire dalla tua amica perché significa ripartire dalla tua autocommisserazione. Ti piace un sacco che la gente sia cattiva e incazzata con te, perché giustifica il tuo stato, lo alimenta. Il mondo è brutto, indifferente, non è solidale. Boh Sì sarà anche vero ma la solidarietà e la cura, la bellezza da parte degli altri non arriva se non smetti di giudicarli e giudicare te stessa così tanto. In questo stato con chi sei solidale?
    Hai la fortuna di avere un compagno che ti assiste e forse ti comprende, non è facile trovare una persona così ma non credo che tu ti possa permettere ancora per molto di non fare uno sforzo di uscire di casa e fare qualcosa per far star bene anche lui. Che sia una malattia mentale o fisica, se hai un progetto di vita con qualcuno o qualcuna non puoi permetterti di lasciarti andare. Te lo dico perché per tanti anni ho disprezzato mio padre per vari motivi e compreso e difeso fino all’eccesso mia madre, da sempre depressa. Mio padre, che era il mostro ai miei occhi, ha avuto per quasi vent’anni una malattia seria, ora semBra che le cose stiano migliorando ma grazie anche al fatto che lui si è sempre curato. Non lo diceva ma si curava e si ostinava a curarsi per continuare a prendersi cura a suo modo della famiglia, anche solo portando a casa lo stipendio. Non è che ora io abbia invertito le parti mia madre non è diventata il mostro e mio padre il santo, ma ora che sono adulta capisco, li capisco, li accetto e li amo. Mamma ha lottato contro la depressione ha fatto il possibile, ha represso la voglia di farla finita. Io lo so, non me lo ha mai detto ma lo so che spesso avrebbe voluto farlo. E se posso dirtelo sinceramente devi prenderti la responsabilità di crescere tuo figlio. Io non capisco fino in fondo cosa significa stare come stai tu ma l’ho visto su mia madre e da figlia posso dirti che mi sono sentita impotente, abbandonata, incapace, inutile. Ora so che nessuno mi ha mai abbandonata e sono stata il motivo per mia madre di uscire dal buio, ma ho capito tutto questo da poco, ho quasi 32 anni e sono stata aiutata, mi sono lasciata aiutare.

  4. Bellissimo post. Mi rivedo ahimè in parecchie frasi che scrivi, a parte la voglia di sesso orale ovviamente 🙂 scherzi a parte, dico W Azzurra perché comunque hai accanto una persona che ti vuole bene. C’è ancora luce. Io non concepisco ne questo (infatti i miei amici mi chiamano orso … Perché è facile , tanto facile, prendersela con “l’untore”, ma soprattutto non prendo minimamente in considerazione l’aiuto di un dottore. Se c’è una categoria al mondo che mi sta sui coglioni questi sono i psicologi. E allora invidio chi ha fede, perché nei momenti cupi tirano fuori “u Signuruzzu” e chi pensa che pagando per essere ascoltati , si possa guarire. Un saluto dalla caverna del Mobys.

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