La depressa consapevole: quattro anni chiusa in casa

Quattro anni fa, quando ancora mettevo il naso fuori dalla porta, dicevano di me quanto fossi in gamba. Intelligente, ironica, coraggiosa. Poi ho cominciato a rinviare il momento in cui sarei tornata fuori. Dicevo: andrò domani. Quel domani non è ancora arrivato. Quattro anni dopo sono ancora qui a dire a me stessa che ce la farò. Riuscirò a uscire e a riprendere in mano la gestione della mia vita.

I primi giorni, ricordo, pensavo di essermi meritata un po’ di riposo. Poi pensavo di meritarmi di mangiare cose che prima non mangiavo in quella quantità. Il mio look si faceva sempre più “originale”. Pigiama dalla mattina alla sera. Nei momenti più caldi indossavo una camicia da notte, chiara, fresca, che diventava meno fresca perché la tenevo addosso, giorno e notte, più del dovuto. Iniziai a dimenticare di lavarmi i capelli, di pettinarli, tempo un mese e diventarono una massa informe, caratterizzata da alcuni dread e dalla forfora che formò una patina che ricoprì il cuoio capelluto. Dimenticai anche di farmi la doccia. Risolvevo solo lavando le parti intime perché altrimenti restava un prurito terribile. Dimenticai di lavare i denti.

Per fare almeno una di queste cose dovevo essere sollecitata dal mio compagno che è sempre stato l’unico, paziente, a concedermi fiducia e tempo. L’unica cosa che non ho mai smesso di fare è pensare, perché le persone depresse pensano, potete contarci. E quei pensieri sono conseguenti a quel che avviene o viceversa. Secondo uno psichiatra era il pensiero che andava corretto, per poi poter correggere i comportamenti. La chiamano terapia cognitivo comportamentale. Per me fu un fallimento.

E nel frattempo aumentavano i sensi di colpa, nei confronti del mio compagno, di mio figlio, che, a proposito, dopo un po’ divenne l’impegno principale di mia suocera che venne in aiuto su chiamata del mio compagno. Lui aveva il carico di tutto e dopo un po’ smise di farcela da solo.

Contavo su di lui per tutto. Se non riesci a fare la spesa, comprare quello che ti serve, gettare fuori l’immondizia, prendere la posta, andare dal medico a farti prescrivere i farmaci, dovrà pur pensarci qualcuno. Così ogni volta che il mio compagno tornava a casa con tante cose buone da mangiare gli facevo la festa e poi utilizzavo il cibo per anestetizzarmi.

Per la mia famiglia ero (e sono) una scansafatiche. Per il mio compagno ero (e sono) una persona malata che lui sperava guarisse per dargli una mano. Aveva ragione di sperarlo ma quanto lui più sperava che io risolvessi e tanto più io mi sentivo bloccata. Una mia tendenza è stata quella di alimentare il mio senso di fallimento senza il quale non avrei avuto ragioni, forse, per poter essere depressa.

Anche se chiusa in casa inviavo curriculum per ottenere un colloquio di lavoro, come se a lavoro ottenuto io potessi dirmi guarita. Il lavoro non arrivò e io sono ancora qui, chiusa, bloccata, impaurita dell’aria, del respiro del mondo, di me stessa.

Due anni fa ho tentato il suicidio. Ho preso le pillole che mi aveva prescritto lo psichiatra. Non erano sufficienti a farmi stare meglio ma lo erano, forse, per poter morire. Mi beccarono prima di crepare. Ricovero urgente in ospedale, due giorni incosciente nel reparto di tossicologia, poi in psichiatria a dover spiegare ai medici perché volessi morire, a farmi fare test, a cambiare farmaci per sedarmi meglio e di più. Da allora mi nutro di droghe legali che non so se mi guariscono, ma di sicuro mi permettono di dormire, e il sonno prima non arrivava mai, e poi di alzarmi la mattina e fare finta di essere viva.

Mio figlio probabilmente mi odia. Sono una mamma in apparenza, che non sa fingere di essere “normale” e soffro maledettamente all’idea che mio figlio domani possa dire che ha avuto una mamma depressa che gli ha rovinato la vita.

Per fortuna c’è il computer che mi permette rare comunicazioni e poi mi serve per guardare serie tv in streaming. So tutto delle serie televisive ma non ce n’è una che parli anche di me. È così difficile mostrare la vita di una come me?

Azzurra

—>>>Per leggere il diario di Azzurra segui la categoria La Depressione Consapevole

Comments

  1. Mi sembra un dato positivo parlarne.

  2. Ti capisco benissimo,anchio sono in una situazione simile alla tua. Con la differenza che io non ho nemmeno un compagno/compagna o un figlio…ma forse vista la situazione è anche meglio cosi’. Probabilmente la nostra situazione è simile solo all’apparenza,e non posso capirti fino in fondo,ma comunque ti sono vicino,tieni duro.

    P.S. se vuoi vedere serie tv che parlano di depressione ti consiglio la sesta stagione di Buffy,Mad Men,I Soprano,e Six Feet Under.

  3. Azzurra, scrivi tu la serie sulla tua vita! Apriti un blog e scrivi, ma fallo prima di guarire, anzi, mentre guarisci, perché scrivendo guarirai e quindi noi vogliamo seguire tutto in diretta, mentre facciamo il tifo per te : ) Non ti dimenticare di disegnar-TI! Vogliamo vedere i pigiami, la massa informa e tutto quanto : )

  4. ciao Azzurra
    Ho letto quello che hai scritto e ho capito che anche io soffro del tuo stesso problema.Anche io sono chiusa in casa da non so quanti anni e non so con uscirne.Ormai mi sento un morto che cammina.Le mie giornate le passo fra letto e divano e gocce.La vita la fuori mi fa paura e non so cosa fare.

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