#Femministology: smettete di chiamarvi sex workers. Il vostro nome è “puttane”

iwatchu

Smettetela di chiamarvi sex workers perché il vostro nome è puttane.

Serafina viene invitata ad un convegno per parlare della materia che le sta più a cuore: il sonno della ragione e il risveglio della santa inquisizione.

Il titolo dell’iniziativa è “sex workers o puttane?” e su questo Serafina non ha alcun dubbio. Lei vuole aiutare quelle donne e allora ripristina lo stigma negativo e le chiama con il nome che gli spetta. D’altronde, se non potesse chiamarle puttane forse il suo ruolo nella società verrebbe meno.

A tal proposito viene interrogata da alcune persone presenti tra il pubblico. Una dice: se le chiami puttane non gli crei più danno? Non finisce che la gente le considera delle reiette che possono essere solo salvate o sfruttate? Ma Serafina ha la risposta pronta all’uso: … è allora le vittime di tratta?

Un’altra chiede cosa ne pensa dei sindacati delle sex workers e lei subito dice che in realtà sono papponi che fanno finta di interessarsi al bene delle puttane. La tizia dal pubblico allora prende a nominare un po’ di gente che si occupa del fenomeno.

– E il gruppo di difesa territoriale?
– Papponi.
– E i politici che propongono leggi per depenalizzare la prostituzione?
– Papponi mascherati da politici. Le puttane che invece di accettare il nostro “aiuto” vogliono continuare a fare le puttane è meglio che finiscano in galera.
– E le donne che supportano le sex workers?
– Pappone un po’ puttane che supportano i papponi mascherati da politici.
– E le organizzazioni contro lo sfruttamento che appoggiano le sex workers e le richieste di depenalizzazione?
– Papponi che supportano pappone che supportano papponi mascherati da politici.
– E le ricercatrici che spiegano come sarebbe necessaria la regolamentazione del sex work (lavoro sessuale)?
– Pappone, che supportano i papponi, che supportano le pappone che supportano i papponi mascherati da politici.
– E le organizzazioni umanitarie che chiedono la depenalizzazione della prostituzione?
– Papponi, che supportano pappone, che supportano papponi, che supportano pappone che supportano papponi travestiti da politici. E’ tutto un complotto, chiaro?

Una voce di contrasto intona un canto: Alla fiera dell’est, per due soldi, una puttana mio padre comprò. E venne un pappone, che creò i papponi, che fece il pappa, che riunì i papponi, che inventarono le sex workers, che erano pappone, che erano sempre le puttane, che al mercato mio padre comprò.

Un’altra chiese: ma allora era suo padre che sfruttava le prostitute? Serafina si fece scura in viso e da lì in poi iniziò il suo sproloquio.

Sei un pappone infiltrato, questa è una provocazione, io sto con le vittime squartate, c’è lo sfruttamento, non esistono le sex workers, la tua domanda è provocatoria, prendetela, prendetela, conducetela nella sala delle torture. Iniziò l’interrogatorio: Allora dimmi, non è vero che tu sei una pappona? Te la fai con i papponi? Ti piacerebbe che io smettessi di difendere le vittime, vero? Ma naaaaa, non lo farò mai. Io sto dalla parte del bene, tu sei il male e finirai all’inferno. Tu sei una pappona che ha parlato con papponi, perché l’amico dell’amico dell’amico era una specie di pappone, e poi usi la parola sexworker e mi hai rotto il cazzo.

Ops, ho detto cazzo, ripensa Serafina, e strofina compulsivamente la bocca, sputando come se avesse ingoiato una mandorla amara. Cazzo schifo. Schifo cazzo. Bleah. Così comincia a contare per moderare i toni, perché il primo segreto è “non fare vedere il rosicamento, mai”. Un pappone, due papponi, tre papponi, quattro papponi, e così via fino ad arrivare a cento papponi. Si dà un contegno e cerca di riprendere la discussione.

In fondo alla sala vede ancora la tizia che ha fatto l’ultima domanda e Serafina, come un cane di pavlov, ricomincia a ringhiare. Tu sei un fake del fake e in quanto fake tu sei un pappone. Togliti la maschera perché sicuramente sei un uomo. La tizia allora fa per andarsene perché nessuno l’aveva offesa così prima d’ora, e Serafina urla: non puoi andartene. Temi il confronto, eh? Dillo che non sai confrontarti e che non ti piacciono le critiche. Non puoi bannare chi usa argomenti scomodi, perché la Grande Madre Taglia Cazzi mi protegge e, BigMother benedetta, lo so io, lo so, come si sconfigge il patriarcato.

Un piccolo gruppo di donne in prima fila prende ad applaudire soddisfatto. Tra loro c’è una seguace particolarmente fedele che usa fare sempre da eco a Serafina.

Serafina dice pappone e l’altra fa one-one-one. Serafina dice magnaccia e l’altra fa accia-accia-accia. Serafina dice puttana e l’altra fa ana-ana-ana.

Il convegno conclude con grande successo. Cesso-esso-esso.

E ricordate: nelle nostre iniziative la carta igienica è sempre gratis.

Ps: E’ una storia di pura invenzione. Ogni riferimento a cose, fatti, persone, è puramente casuale.

—>>>Le puntate successive si trovano nella categoria Femministology.

Leggi anche:

Femministology: Serafina e la Madre TagliaCazzi

#Femministology e le fatiche di Serafina

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Comments

  1. Eretica ti voglio bene

Trackbacks

  1. […] alle seguaci e al pubblico un’unica faccenda. Quando arriva qualcuno a dire che ci sono delle “puttane” a cui piace il mestiere che svolgono lei tira fuori dal copione gli argomenti per contestare […]

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