De-essenzializzare il femminismo anarchico: lezioni dal movimento transfemminista

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Testo il lingua originale QUI – Traduzione di Gabriele, revisione di Antonella. Buona lettura!

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La lezione del transfemminismo: oltre l’essenzialismo del femminismo anarchico. (smettiamo di pensare il femminismo anarchico come basato sull’essenza di una natura femminile)

by J. Rogue

Il discorso transfemminista si è sviluppato a partire da una critica dei movimenti femministi mainstream e radicali, i quali hanno alle spalle una lunga storia di gerarchie interne. Sono molti gli esempi di donne di colore, proletarie, lesbiche, e appartenenti ad altre categorie che si ribellano contro quella tendenza, tipica di un movimento di donne bianche e benestanti, a mettere a tacere le loro voci e trascurare le loro richieste. Di norma il movimento mainstream non riconosce i punti problematici sollevati da questi individui – al contrario, continua a lottare dando priorità al discorso dei diritti nell’interesse delle donne bianche e mediamente ricche. Ma mentre il contesto femminista, inteso nella sua generalità, sembra non aver risolto queste dinamiche di gerarchie interne, un buon numero di gruppi continuano a far emergere la loro propria marginalizzazione. Tra queste persone, in particolare, ci sono le donne transgender. La comprensione graduale e sempre più ampia dei meccanismi e delle interazioni reciproche dei sistemi di oppressione ha portato il femminismo avanti, ed è stato centrale nella costruzione di una teoria del femminismo anarchico. Ma per cominciare dobbiamo guardare allo sviluppo del femminismo stesso e, nello specifico, di quella che normalmente si definisce la sua “Seconda Ondata”.

Normalmente, le linee storiche che suggeriscono di suddividere il femminismo in “ondate” guardano alla Seconda Ondata come a un periodo complesso e turbolento, composto da vari punti di vista in competizione reciproca. Mi rifarò qui a questa prospettiva, pur senza negarne i molti punti problematici, e tratterò in particolare le correnti occidentali e americane. Riconosco infatti la mia origine statunitense come il contesto nel quale organizzo e vivo la mia esistenza. Questa specifica narrativa ci è utile qui per rilevare alcune tendenze generali all’interno del discorso femminista – soprattutto di quello del luogo da cui provengo, benché, di nuovo, sia consapevole che tale processo, anche se condotto in maniera descrittiva, comporterà alcune delle discriminazioni che è mia intenzione criticare.

Riconosco inoltre che sì, questa storia traccia alcune divisioni necessarie e importanti, ma ogni categorizzazione non può che risultare problematica (e il transfemminismo dovrebbe saperlo bene). Ci sono stati femminismi liberali, radicali, marxisti e socialisti che non hanno dato affatto conto di questa particolare linea narrativa. Nondimeno, ritengo questo approccio utile per descrivere le situazioni teoriche passate e presenti, per poter così delineare un futuro femminista e anarchico che sia radicalmente diverso.

Dalla seconda metà degli anni ’60 ai primi ’80 sono emerse nuove forme di femminismo. Molte femministe sembravano gravitare intorno a quattro teorie, in reciproca competizione tra loro, che spiegavano l’oppressione femminile in maniera assai differente. Le teorie di queste donne, ovviamente, avevano importanti conseguenze sulle pratiche femministe di inclusione ed esclusione.

Come le loro predecessori della “Prima Ondata” si interessavano soprattutto dei diritti di voto, così le femministe liberali pensarono non ci fosse bisogno di una rottura rivoluzionaria con la società esistente. Piuttosto, volevano mandare in frantumi la “parete di vetro”, dare alle donne maggiori possibilità di accesso alle posizioni di potere economico e sociale. Queste femministe liberali assumevano l’assetto istituzionale esistente come fondamentalmente non-problematico. Il loro obiettivo era vedere l’uguaglianza assicurata nel quadro del capitalismo.

Un’altra teoria, solitamente detta “femminismo radicale”, chiedeva un allontanamento da quella “sinistra maschile” che sembrava intrinsecamente riduzionista. Molte donne, provenienti dai movimenti pacifisti e a sostegno dei diritti civili, lamentavano un sessismo diffuso all’interno dei movimenti, in quanto le donne erano spesso relegate a ruoli d’ufficio e soggette a pressioni e marginalizzazione da parte dei leader uomini della sinistra politica. Secondo molte femministe radicali di allora, la causa principale era l’ingerenza del sistema patriarcale – la dominazione istituzionalizzata e sistematica degli uomini sulle donne. Per queste femministe, il primo passo verso una società libera era la battaglia contro il patriarcato, poiché il genere sessuale era alla base della gerarchia più antica e radicata. L’idea di “sorellanza” divenne centrale nelle loro politiche.

Le femministe marxiste, d’altro canto, situavano l’oppressione femminile all’interno del quadro economico. La battaglia contro il capitalismo – dicevano queste – viene prima di tutto, perché “la storia di tutte le società esistite finora è la storia della lotta di classe.” Inoltre, il femminismo marxista credeva che la base economica della società avesse un effetto determinante sulle sovrastrutture culturali. L’unico mezzo per raggiungere l’uguaglianza di uomini e donne, dunque, era la distruzione del capitalismo – in virtù dell’idea che nuove strutture economiche di uguaglianza avrebbero dato origine a nuove sovrastrutture di uguaglianza. Questa era la natura deterministica della struttura economica – un argomento discusso in maniera esaustiva da Engels, l’amico di Marx.

Un ulteriore approccio nacque allora dall’incontro del femminismo marxista e da quello radicale: la cosiddetta “teoria dei sistemi duali”. Derivata da ciò che viene chiamato “femminismo socialista”, questa teoria sosteneva la necessità che il femminismo elaborasse ‘un discorso teorico tale da rendere conto tanto del sistema patriarcale quanto di quello capitalistico.’ Certamente questo approccio si impegnò per venire a capo di alcuni problemi su quale lotta avesse la precedenza (quella contro il capitalismo o quella contro il patriarcato); nondimeno, lasciò molto a desiderare.

Ad esempio, le femministe nere sostennero che questa prospettiva sorvolava l’analisi strutturale della questione razziale. Poi, qual era la base dell’oppressione in quest’analisi: la sessualità, le disabilità, l’età, etc.? Erano tutti questi discorsi riconducibili al patriarcato capitalistico? E, soprattutto, dove finivano le storie delle persone trans – in particolare delle donne trans? Per questa mancanza storica, il femminismo sentì l’esigenza di un transfemminismo specifico. Il transfemminismo portò avanti il lavoro derivante dal movimento femminista multietnico, specialmente quello delle femministe nere. Era infatti frequente che il movimento delle donne liquidasse i problemi di origine razzista, classista o omofobica come cause di divisione o questioni “secondarie” (come mostrato nell’argomentazione precedente). Molte esponenti di primo piano rivendicavano (e rivendicano tuttora) l’idea di un’omogenea “esperienza femminile universale” che dovrebbe promuovere un senso di sorellanza sulla base di caratteristiche comuni a tutto il genere femminile. In realtà, ciò significa semplificare la definizione di “donna” e schiacciare tutte le donne in uno stampo dalla forma del modello demografico dominante, ossia le donne del movimento: bianche, benestanti, eterosessuali, non disabili.

Questo “controllo” dell’identità, consapevole o meno, va a rafforzare i sistemi di oppressione e sfruttamento. Le donne che non adeguandosi allo stampo lo mettevano in discussione venivano accusate di creare divisioni e di mancare di fedeltà alla sorellanza. La gerarchia della femminilità creata dal movimento delle donne riflette in molti modi la cultura di razzismo, capitalismo ed eteronormatività.

Su questa linea, le organizzazioni femministe sono solite cercare un terreno comune condiviso da tutte le donne, e quindi si focalizzano sui problemi che le voci più sonore nel coro definiscono “problemi delle donne” – come se l’esperienza femminile esistesse di per sé, slegato dalle forme di oppressione e sfruttamento determinate. Ciononostante, un approccio intersezionale per analizzare e prendere decisioni sui modelli di oppressione (sulla scia delle rivendicazione del femminismo multietnico e del transfemminismo) permette di discutere di queste differenze senza squalificarle in partenza. Il femminismo multietnico ha sviluppato questa prospettiva chiedendo di non considerare la condizione della donna senza chiamare in causa le condizioni di classe sociale, razza, sessualità, abilità o disabilità, e via dicendo; ossia tutti quegli aspetti che descrivono l’identità e le esperienze di un individuo. Le forze di oppressione e sfruttamento non esistono separatamente.

Queste ultime, al contrario, sono intimamente legate le une alle altre e si rafforzano reciprocamente. Cercare di considerarle da sole (parlare di “sessismo” senza parlare di razzismo, capitalismo, etc.) non porta a una chiara comprensione del sistema patriarcale. Questo si sposa con l’idea anarchica che le forme di gerarchia, di oppressione e di sfruttamento siano da combattere tutte insieme, simultaneamente. L’abolizione del capitalismo e dello Stato non garantisce che il patriarcato e la supremazia bianca scompaiano magicamente.

Alla pretesa di una “esperienza femminile universale” si lega l’idea che se una donna si circonda di individui che corrispondono a questa donna “universale”, allora questa è al sicuro dalla morsa del patriarcato e dell’oppressione. Il concetto degli “spazi sicuri per donne” (per donne soltanto) riporta agli albori del movimento femminista lesbico, composto perlopiù da donne bianche e benestanti, che guardava al sessismo come una forma di oppressione al di sopra delle altre. Quest’idea che vuole uno spazio di sole donne necessariamente sicuro non soltanto sorvola sull’intima violenza che può capitare all’interno di gruppi femminili, ma ignora o surclassa gli altri tipi di violenza che una donna può subire – razzismo, povertà, carcerazione, e altri atti brutali di natura statale, economica e sociale.

Il Manifesto Transfemminista si pone in continuità con l’opera di pioniere transfemministe quali Sandy Stone, Sylvia Rivera, e il testo Rivoluzionar* della Street Action Transessuale (STAR) – di Rivera. Su questa scia, si legge nel Manifesto: ‘Il transfemminismo crede che noi costruiamo le nostre identità sessuali sulla base di ciò che sentiamo genuino, adatto e sincero nei nostri confronti, dal momento che agiamo e interagiamo con altri individui all’interno di determinati vincoli sociali e culturali.’ L’idea che il genere sia un costrutto sociale è un concetto chiave del transfemminismo, ed è essenziale (scusate il bisticcio di parole) a un approccio anarchico al discorso femminista.

Il transfemminismo inoltre critica l’idea di una “esperienza femminile universale” e attacca la visione biologicamente essenzialista secondo cui il genere sarebbe determinato dagli organi genitali. Altri tipi di femminismo hanno infatti abbracciato tali correnti essenzialiste arrivando a concepire la “unità delle donne” fondata su un’identità di base, una specie di nucleo di “donnità”. Questa definizione di donna si riferisce in genere a cosa c’è tra le gambe. Eppure, quali elementi di questa definizione scaturiscono direttamente da una coppia di cromosomi X? Se si definisce in base al possesso di un utero, le donne che hanno avuto una isterectomia sarebbero forse meno donne? Ridurre il genere alla sfera biologica porta la definizione di “donna” al ruolo di sforna-figli. E questo non sembra una cosa molto femminista. Ma è tipico delle comunità radicali esercitare un saldo controllo sui ruoli di genere.

L’idea che le donne siano nate per essere madri, sensibili e pacifiche, predisposte a vestire di rosa, e via dicendo, sono costruzioni squisitamente sociali, non biologiche. Se il ruolo di genere (imposto) non definisce cos’è una donna, e neppure la “F” del dottore sul certificato di nascita, la logica conclusione è che il genere può essere definito solo dall’individuo, autonomamente – o forse che ci sono tanti generi quanti individui, o magari di più, che il genere va abolito. Queste idee possono fare un po’ paura, ma non per questo non sono conclusioni sensate per quanto riguarda le identità delle persone, le loro esperienze, o le difficoltà di natura politica a cui andiamo incontro. Cercare di semplificare problemi complessi e lottare per mantenere salda l’identità di genere così come ci è stata insegnata non ci aiuta a comprendere il patriarcato e i suoi meccanismi. Al contrario, va a danneggiare proprio quei femminismi che vogliono essere rivoluzionari.

Ho personalmente sperimentato la mancanza di comprensione dei circoli radicali verso le persone trans, per questo trovo importante ribadire che non tutti gli individui transgender scelgono la transizione fisica, e che le decisioni in materia spettano solamente a loro. È una questione altamente soggettiva e generalmente non ha a che fare con le concezioni teoriche sul genere. Ci sono molte ragioni per cambiare il proprio corpo, partendo da un taglio di capelli fino a un trattamento ormonale. Lo si può fare per sentirsi più a proprio agio in un mondo drasticamente diviso in maschi e femmine; o per guardarsi allo specchio e riconoscere dal di fuori (per come gli/le altr* lo intendono) quel genere che uno sente interiormente. Certamente alcuni lo fanno perché convinti che il genere si definisca in base ai genitali. Ma troppo spesso le femministe radicali, senza dimestichezza con le politiche e le idee trans gender, reagiscono violentemente alle scelte che gli individui fanno sul proprio corpo – e di nuovo non comprendono.

Ma piuttosto che filosofare sulle motivazioni delle loro scelte personali (come se non fossero un’infinità), è più utile notare la sfida all’idea di destino biologico. Avremmo tutt* vantaggio nell’abbattere il sistema binario di genere e decostruire i ruoli – e questo è il ruolo dei/lle rivoluzionar*, non rodersi per quello che gli/le altr* fanno col proprio corpo.

Finora, teorie del femminismo e del genere sessuale che includono le esperienze trans esistono solo nell’ambito accademico. Ci sono pochissim* intellettuali provenienti da classi lavorative e il linguaggio accademico usato in questi studi non agevola la diffusione. I risultati sono infelici, perché i problemi sollevati dal transfemminismo riguardano tutt*. Capitalismo, Stato, patriarcato, contesti medici: tutto ciò influenza l’esperienza soggettiva del genere. C’è molta coercizione da parte di queste istituzioni, che cercando di disciplinare e mettere ordine nelle esperienze umane, di tutt*, trans e non-trans (che alcuni chiamano “cis”).

Il capitalismo e lo stato giocano un ruolo importantissimo nella vita delle persone transgender, perché l’accesso alle terapie ormonali e alla chirurgia hanno costi notevoli, e le vicissitudini burocratiche possono essere molto lunghe e pesanti. È probabile che le persone trans sia sproporzionatamente povere rispetto a quelle cis.

Nelle comunità queer radicali e transfemministe, nonostante ci possano essere discussioni sulla classe socio-economica, queste sono sostanzialmente incentrate sull’identità di genere – si rivendicano politiche “anticlassiste”, ma non sempre schiettamente anticapitalistiche.

I concetti esposti dal transfemminismo ci aiutano a comprendere il gender, ma serve che queste teorie escano dalle aule accademiche e si sviluppino come praxis nella classe lavoratrice e, in generale, nei movimenti sociali. Ciò non vuol dire che non ci sono esempi di organizzazioni transfemministe, ma che i principi transfemministi vadano incorporati nell’agenda di movimenti a raggio più ampio. Persino i movimenti gay e lesbici hanno escluso spesso le persone trans – ad esempio, durante la lotta per l’Employment Non-Discrimination Act, che non tiene conto dell’identità sessuale. Di nuovo ci si trova di fronte a una gerarchia; i movimenti mainstream gay e lesbici scendono il più delle folte a compromessi (lasciando per strada i/le transessuali) invece che impiegare strategie di liberazione inclusiva.

Non è difficile trovare un senso di “liberazione (de)limitata” nei movimenti di riforma sociale, la sensazione che le possibilità di liberazione siano alla fine così limitate da dover lottare contro altri gruppi marginalizzati per una fetta di torta. Questo è in contrasto col concetto di intersezionalismo, perché richiede che le persone tradiscano alcuni aspetti della propria identità per dare la priorità politica ad alcuni altri. Come ci si può impegnare in una lotta contro l’oppressione di genere se questa lotta ignora o contribuisce pure all’oppressione razziale? Dove si pensa che un aspetto dell’identità termini e un altro abbia inizio?

L’anarchismo propone una società possibile in cui la liberazione sia tutt’altro che (de)limitata e offre un quadro teorico che esige la fine di tutte le gerarchie. Come suggerito da Martha Ackelseberg, ‘offre una prospettiva sulla natura e sul processo di trasformazione sociale rivoluzionaria (la tenacia nel dire che i mezzi devono essere proporzionati ai fini e che i problemi economici sono critici, ma non l’unica fonte di relazioni di potere gerarchico) che può risultare estremamente valida per (e in vista di) l’emancipazione femminile.’ Gli/le anarchic* devono sviluppare una teoria della classe lavorativa che includa la consapevolezza che esistono molti tipi di classi lavorative. Il movimento anarchico può trarre vantaggio dallo sviluppo di un approccio anarco-proletario ai problemi di genere che impari dalla lezione del transfemminismo e dell’intersezionalità.

Dopotutto, il punto non è chiedere agli/lle anarchic* di fare attivismo nel movimento transfemminista, ma che quest* affrontino le pagine di Mujeres Libres e integrino i principi del (trans)femminsimo nell’organizzazione dei movimenti sociali delle classi lavoratrici. Per continuare a sviluppare una teoria anarchica del genere sessuale, radicata nel discorso delle classi lavoratrici, bisogna passare per una comprensione autentica e ben integrata delle ragioni del transfemminismo.

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Comments

  1. i generi musicali definiscono ogni gruppo? No, aiutano ad orientarsi. Avrebbe senso proporre un genere per ogni gruppo? No, poiché basta il nome del gruppo. Il concetto di genere ha senso proprio in quanto etichetta. Ha senso abolirlo, smettere di parlare di rock, punk, metal eccetera, con tutti i post, psych e via cantando? Boh, mi sembra che più o meno tutti sanno che si parla di etichette e allo stesso tempo è inevitabile riferirsi a delle etichette. Probabilmente è il nostro modo di pensare che ha bisogno di etichette per operare. Ha più senso abolire i ruoli di genere, come mi pare che in parte viene fatto. Ma in questo caso abolendo il genere e negando l’esperienza femminile universale, mi pare che viene meno il senso del femminismo, e rimanga l’anarchia, come progetto di abolire ogni gerarchia. Questa è un’illusione ancora più grande di voler abolire il genere, cmq può essere benefica lo stesso, nella prassi.

  2. contraddizione in termini nel discorso transfemminista.
    come può un movimento che si basa sulla crescita della persona in quanto tale, ovvero un essere unico ed irripetibile, un creazione ideale che diviene indipendente dal gender, chiamarsi poi femminista?
    per quello che ho letto il femminismo in quanto tale oltre la libertà sessuale non riesce ad a andare, manca di un costrutto ideale che includa tutta l’Umanità.Forse se accetta l’idea di essere solo un movimento di difesa dei diritti di settore potrebbe fare molto di più

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