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Giordana Di Stefano: un delitto annunciato!

Leggo su catania.meridionews.it che il procuratore capo, facente funzione, Michelangelo Patanè definisce l’assassinio di una donna come un caso imprevedibile provocato da “sentimenti violenti“. Non so come e perché Patanè ritenga imprevedibile qualcosa che era facilmente intuibile dai trascorsi dell’assassino. Vediamo: è stato denunciato per stalking due anni fa, con vari tentativi per tornare assieme e, da quel che dice il sito d’informazione, anche per farle ritirare la denuncia. Dopo due anni si parla di prima udienza preliminare ma per la procura ci sarebbero “sentimenti violenti che scatenano all’improvviso. E non servono eventi che facciano ipotizzare quello che è successo“.

Giordana Di Stefano è stata uccisa con quaranta coltellate. Il suo assassino. Antonio Priolo, è stato arrestato ed è reo confesso. Il procuratore catanese aggiunge che “la sola risposta giudiziaria non è sufficiente a fronteggiare i casi di stalking. Come in questo caso, il processo non è servito da deterrente per l’omicida.

Sono d’accordo. La via giudiziaria non serve a molto. In assenza di una adeguata protezione della vittima – casa e lavoro in un’altra città potrebbero essere utili – serve solo a fare arrabbiare di più il denunciato esasperando rapporti già di per se esasperati. Non ho mai creduto che la soluzione a questo tipo di delitti sia la denuncia e il carcere, ma il procuratore deve anche raccontare di possibili alternative. Hanno forse tentato di raccordarsi con una rete di servizi territoriali per prevenire quel delitto? Hanno forse tentato di dissuadere l’uomo dall’idea di stalkerizzare la sua ex? Lo hanno aiutato ad andare avanti? Hanno aiutato lei, concretamente, a vivere un’altra vita? Perché se tra la denuncia e un processo passano diversi anni senza che nulla avvenga non si tratta più di “sentimenti violenti che scatenano all’improvviso” ma di un delitto annunciato che non dipende né dai “sentimenti”, ché la violenza non ha nulla di sentimentale, né da un “raptus” improvviso.

In questo caso il procuratore sfugge ad una critica severa che fa emergere l’inadeguatezza e l’inutilità dell’impegno istituzionale. Inoltre penso che questo tipo di delitti dipenda da una cultura sbagliata che insiste sulla favola che parla di gesti improvvisi e sentimenti violenti, e dunque, in questo caso, la procura non dimostra di essere all’altezza neanche per dare un messaggio corretto da rivolgere alle famiglie delle vittime, alle sopravvissute da tentato femminicidio, a tutte quelle persone che lavorano per tentare di cambiare la cattiva cultura e la cattiva comunicazione.

Con la speranza che la procura si ravveda e con un abbraccio solidale ai parenti della vittima, così concludo.

[grazie a catania.meridionews per aver ripubblicato questa mia riflessione]

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Comments

  1. Concordo con ogni singola parola (gesti improvvisi e imprevedibili, un cavolo!!) tranne due frasi.
    “casa e lavoro in un’altra città potrebbero essere utili” e “Hanno aiutato lei, concretamente, a vivere un’altra vita?”
    Perché, scusate? Perché una donna che non ha fatto nulla di male salvo finire tra le mani di un idiota dovrebbe sconvolgere la sua vita, andarsene tutta sola da qualche parte in culo al mondo, staccandosi da genitori, fratelli, nipoti, amici, magari lasciando un lavoro che le piace e che le dà da vivere, degli hobby che la soddisfano, per ricominciare tutto daccapo altrove, magari mettendoci anni per ritrovare un equilibrio? Perché distruggere la vita a lei?
    Perché non si inizia a proporre di trovarla a LUI un’altra sistemazione, lontano da lei? Perché non facciamo sì che sia lui a doversene andare a centinaia di chilometri da affetti e amicizie?
    (Sono provocatoria… ma non del tutto.)

    • intendevo che se lo vuole dovrebbe avere diritto a poter cambiare aria. una delle ragioni per cui una donna resta ancorata all’ambiente dell’ex è spesso la questione economica. essere indipendente da quel punto di vista le permette di respirare. andare altrove è un modo per ricominciare. è l’alternativa alla blindatura che ti obbliga a restare tappata in casa per sentirti protetta.

  2. Guarda, io faccio un tirocinio post laurea consistente proprio nell’affiancamento ai magistrati, e ti posso dire – senza pretesa di essere esaustiva né “soddisfacente”, ma sperando di illuminare con la mia piccola esperienza degli angoli che a volte sfuggono – quanto segue.
    Tu dici: “Non so come e perché Patanè ritenga imprevedibile qualcosa che era facilmente intuibile dai trascorsi dell’assassino.” Non so se i trascorsi siano (solo) quelli a cui fai riferimento, ma ti posso dire questo: quel magistrato, probabilmente, di casi così, o simili, ne ha visti diversi nel corso della sua carriera. Casi di stalking, casi di violenza, casi di maltrattamenti in famiglia. Io in un mese e quattro udienze ne ho visti quanti… cinque? sei? Sono moltissimi. Finiscono tutti in un omicidio? No. Quello che esternamente sembra quindi un’equazione quasi scontata (“Era un violento! Si capiva che l’avrebbe uccisa!”) diventa molto meno scontata quando hai a che fare ogni giorno con casi simili che hanno esiti non altrettanto drammatici (scusate, questa espressione che ho scritto – “non altrettanto drammatici” – non piace per prima a me stessa, ma non me ne viene proprio in mente un’altra). Quando Patané dice “sono casi difficili da fronteggiare perché imprevedibili”, probabilmente si riferisce a questo: tu non lo sai, se quella persona accetterà il processo, o se per lui farà scattare la volontà di uccidere l’altra persona. Di quei cinque o sei che mi sono trovata davanti io in un mese, nessuno ha ucciso la moglie o la compagna, nonostante siano stati denunciati. Col senno di poi è piuttosto facile dirlo, solo che è – ovviamente – inutile.
    Prosegui: “il procuratore deve anche raccontare di possibili alternative”. So che quello che sto per dire suonerà estremamente semplicistico, ma questo non è il compito del procuratore. In via generale, il compito delle procure è avviare l’azione penale (chiedetemi delucidazioni se non capite dei termini che uso, io non le do perché non vorrei appesantire troppo il discorso inutilmente): ricevono **la notizia di reato**, scrivono il capo di imputazione, chiedono il rinvio a giudizio e rappresentano la pubblica accusa nel dibattimento se ottengono quel rinvio a giudizio. Perché possano attivarsi, ci deve essere un reato. Non sono una specie di superpolizia fantascientifica che deve “prevedere che i reati avvengano” (a parte che forse non ci si rende conto di quanto lavora un magistrato… anche volendo non ne avrebbero il tempo). Devono avviare l’azione penale una volta che il reato è commesso. E questo forse vi può apparire assurdo, controintuitivo, stupido, ma pensateci: è coerente con il fatto che viviamo in uno stato democratico, e non in uno stato di polizia. Io ti punisco se hai fatto qualcosa, non se vagamente sospetto che tu possa farla.
    Ora, quanto ho detto l’ho detto in generale: in questo caso, in realtà, un reato c’era (questo non è tecnicamente giusto: se c’è il reato non lo dice il PM ma il Tribunale all’esito del giudizio di primo grado. Il PM formula un’ipotesi che deve essere vagliata nel contraddittorio. Diciamo che c’era una denuncia). Di solito, di fronte a casi del genere, si possono prendere misure preventive, proprio per evitare che vengano commessi altri, e più gravi, reati (non sono espertissima sul punto, quindi non prendete per oro colato quello che dico. Se qualcuno ha più esperienza, e mi corregge, GRAZIE!) Ad esempio, si può disporre l’allontanamento coattivo del soggetto denunciato dall’abitazione. Tuttavia, misure come queste (come, d’altra parte, la custodia cautelare) cozzano con la presunzione di innocenza: quella persona che allontano da casa PRIMA ANCORA che si inizi il processo potrebbe benissimo essere innocente, vittima di calunnia. Per cui di solito richiedono che vi siano altri elementi che le giustifichino, e poi sono temporanee (e devi dimostrare che i suddetti elementi ulteriori permangono, se vuoi rinnovarle). L’articolo ci dice poco su quello che è successo, quindi non so né se erano state disposte misure del genere (o eventualmente disposte e poi revocate) né ho modo di dire se abbiano fatto bene o sia stata una leggerezza. NO, il fatto che questa donna sia morta non dimostra di per sé che è stata una leggerezza. Questo lo possiamo dire solo col famoso senno di poi di cui son piene le fosse.
    Ci sarebbero altre cose da dire, ma non voglio fare un post fiume che nessuno leggerà. Mi scuso perché temo di aver fatto un commento che agli addetti ai lavori suonerà semplicistico, mentre i non addetti lo troveranno troppo tecnico. Chiedetemi tutte le spiegazioni che volete.
    Io posso dire questo. Sono d’accordo quando dici che c’è un problema riguardo “l’inadeguatezza e l’inutilità dell’impegno istituzionale”, anche se io non credo sia una colpa della procura, e – ripeto – penso che le istituzioni possano attivarsi fino ad un certo punto in un paese democratico che punisce la lesione del bene giuridico, non (a parte alcune eccezioni, di cui si discute la costituzionalità) il mero sospetto. Vorrei che si potesse fare di più, perché in moltissimi casi sento (parlo esclusivamente a titolo personale, senza alcuna intenzione di rappresentare le persone con cui lavoro) un senso di impotenza: il compito del magistrato è, in fondo, arrivare sempre dopo, intervenire sulla patologia, e su questo ho messo il cuore in pace. Ma di certo come cittadina mi piacerebbe che ci fosse una risposta più globale per evitare che la patologia insorga.
    ps. “Prima udienza preliminare” è sbagliato. Di udienza preliminare se ne fa una, non ce n’é una prima o una seconda.

    • giuste le tue specificazioni per cui non attiene alla procura vigilare, scandagliare i singoli casi prima che sia avvenuto un crimine. a questo punto non ci si può meravigliare del perché tantissim* non denunciano. a chi ci si deve rivolgere per essere aiutat* a liberasi di chi ti rovina l’esistenza, rimanendo nella legalità? i servizi sociali non servono a nulla, le forze dell’ordine idem come i giudici se non colgono sul fatto i violenti mentre ti stanno ammazzando….la democrazia è in antitesi con la dittatura politica o militare che sia, dovrebbe esserlo anche contro la violenza di genere, altrimenti alla fin fine rappresenta e consente solo la legge del più forte e basta!

      • Infatti purtroppo a me non meraviglia affatto*. La domanda che fai rimane dolorosamente (e non lo dico come figura retorica, mi fa proprio male dirlo) senza risposta, o almeno con una risposta incompleta… non so se servizi sociali, forze dell’ordine e magistratura siano proprio “inutili”, qualcosa si può ottenere, ma in diversi casi questo “qualcosa” non è abbastanza. Io sono d’accordo con la tua frase finale: un sistema democratico deve sforzarsi di debellare la violenza di genere (qualsiasi tipo di violenza, mi concentro sul genere perché di questo stiamo parlando). Poi non credo sia possibile eliminare completamente il problema (così come non credo sia possibile eliminare del tutto il furto, o la rissa, o un qualsiasi reato che viene in mente). Però ci si deve provare. Il punto (che peraltro non credo sia in antitesi con quello che dice Eretica) è che questa risposta non la dobbiamo attendere dal sistema penale, che per sua natura interviene “dopo”. E se vogliamo (come società) strumenti preventivi penetranti, dobbiamo renderci conto che per averli si rischia si pagare un prezzo in termini di rispetto delle garanzie di ognuno di noi.
        ps. Non so come suona quello che scrivo dal di fuori, io lo scrivo con un’enorme amarezza e con tanti dubbi ma non con rassegnazione. Il mio scopo non è dire “le cose sono così, pazienza”. Vorrei fare chiarezza su alcuni meccanismi che magari non si tengono in contro nel cercare una soluzione, proprio nella convinzione che una possibile soluzione si possa trovare. Almeno per migliorare la situazione (non credo esistano soluzioni perfette).
        *Per l’amore di tutto quel che vi pare, NON leggete questa cosa come un invito a non denunciare. Ognuno e ognuna deve sentirsi di farlo se crede che la situazione lo richieda.

    • Ciao minnina10,
      Capisco perfettamente quello che dici…ma penso che nel post si esprima tutta la frustrazione che c’è per situazioni in cui è del tutto evidente l’inadeguatezza degli strumenti a disposizione. Tuitto ciò che dici è vero e corretto….ma in casi come questo (ma anche nei casi di stalking dove “succede” solo lo stalking) si rischia di dar luogo a conseguenze profondamente ingiuste. Forse non abbiamo abbastanza chiaro che lo stalking è una forma di violenza…non lo so. So bene quanto sia pericoloso in linea di principio scherzare con la presunzione di innocenza, ma so anche che le donne si ritrovano a situazioni assurde…come ad esempio, quando va bene, si ritrovano ad essere la vittima ed al contempo ad essere quella che se ne deve andare, che deve rivoluzionarsi la vita…non so se esiste una risposta a questo dubbio…ma anch’io avverto nella sua interezza l’inadeguatezza del meccanismo formalmente correttissimo che tu descrivi. 😦

      • Ciao Fiorenza,
        Come ho scritto nel commento di risposta a Elle, non vorrei che le mie risposte suonassero del tipo “è così e basta”. Percepisco tutta la frustrazione di cui parli, e la provo anche io, come cittadina e come aspirante operatore nella giustizia. Che gli strumenti non siano adeguati è un fatto. Il problema è trovare strumenti che siano adeguati senza sacrificare (o sacrificando il meno possibile) altri diritti. Lo so che i miei post possono suonare “distruttivi” e non “costruttivi”, ma non ho abbastanza esperienza per dire come si dovrebbe fare (alcune idee mi sembrano intuitivamente buone, come il sostegno psicologico per la persona violenta, però non sapendo nulla di servizi sociali, strutture, psicologia ecc. potrei essere superficiale e non rendermi conto delle difficoltà che esistono). Quello che dice Eretica sull’indipendenza economica lo trovo assolutamente condivisibile.
        ps. Lo stalking è reato: in questo senso sì, è percepito come una forma di violenza. Tu puoi denunciare chi pone in essere “atti persecutori” (anzi, devi perché si procede a querela di parte).

        • Per me il tuo commento non è suonato distruttivo…è una precisa descrizione della realtà…è la realtà ad essere in qualche modo distruttiva. Conosco alcune operatrici di un centro antiviolenza e per un certo periodo ho fatto volontariato anch’io come operatrice di sportello. Molte, dopo un iniziale entusiasmo sulle ipotesi simili a quella che tu descrivi (sostegno psicologico allo stalker / maltrattante) hanno iniziato a ricredersi almeno in parte quando dalle realtà in cui queste soluzioni più nuove sono state adottate è emerso che funzionano, purtroppo, solo nella misura in cui è lo stalker / maltrattante a chiedere l’aiuto…cosa in realtà molto rara perchè di solito si tratta di persone convintissime di non stare facendo niente di sbagliato ma anzi, spesso pensano di essere loro i feriti, i traditi…

          Temo che una risposta non la abbiamo…che non esista una soluzione semplice e che il cambiamento dovrebbe essere cultarale in senso molto ampio e assolutamente radicale. Ma anche questa è una risposta inadeguata e sbagliata, perchè chi si trova in una realtà in cui subisce violenza adesso, non può certo sentirsi dire che ci vuole una profonda trasformazione culturale… 😦

          Forse però alcune cose potrebbero esssere fatte…ad esempio rendendo più agevole l’allontanamento da casa di chi viene denunciato per violenza…magari sentendo anche il parere dei servizi sociali…perchè ti giuro che è terribile trovarsi in situazioni per cui una donna va a chiedere aiuto a un centro antiviolenza, l’operatrice le spiega tutto l’iter da fare, la denuncia eccetera…e la donna chiede: ma se lo denuncio lui lo fanno andare via….e trovarsi a rispondere che no, non è cosi automatico…oppure chiedere tra le prime cose a chi viene a chiedere aiuto se ha la possibilità di andare via, da parenti amici ecc…

          Devi scusarmi…ho messo qui delle riflessioni sparse…ma quest’argomento per me è particolarmente sentito 🙂

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