Il privilegio maschile esiste e dobbiamo combatterlo insieme

Pamela interviene per raccontare quel che ha vissuto e come il “privilegio maschile” ha pesato sulla sua vita. Buona lettura!

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Il “privilegio maschile”? Nel mio contesto, con la mentalità che lo caratterizza, dire che quel privilegio non esiste equivale a dire che i bianchi e i neri sono considerati uguali e perciò i bianchi non sono più privilegiati. Quel che ho vissuto io non è generalizzabile ma per ragionare di personal/politico ne do una descrizione per dire che al mondo esistono tante, parzialissime verità.

Nata femmina in una famiglia tipicamente patriarcale. Padre lavoratore, mamma casalinga. Sono stata addestrata a fare pulizie in casa fin dall’età di sei anni. Se pulivo bene mio padre mi premiava con cinquecento lire. Vestivo con abiti da femmina, perché a causa dei miei capelli corti potevano scambiarmi per un maschio. I capelli sono stati sacrificati perché troppo sottili e riccioluti e mia madre non riusciva a pettinarmi senza procurarmi ferite sanguinanti.

A scuola eravamo tutte femmine e capitava che la maestra insegnasse cose da donne. Pulire il banco, leggere storie di padri e madri dai ruoli ben distinti, scrivere letterine a papà e mamma riferendo di sacrifici del papà lavoratore e dell’amore della mamma. Ricordo bene che nessuno mi disse mai che la mamma faceva eguali sacrifici. Tutto quel che faceva era determinato dall’amore. Il padre, invece, era spinto dalla capacità di sacrificio, quindi di rinuncia ad altro, come se non fosse il ruolo esattamente studiato per lui. La mamma naturalmente è fatta per stare a casa e il padre lo si immagina in esplorazione, all’avventura, a conquistare terre e beni, e la famiglia è per lui un impedimento.

In quanto femmina venivo sorvegliata per amore del mio onore. Mio padre venne a prendermi a scuola, ero alle medie, dove tra l’altro i maschi mi sfottevano perché non capivo il significato di uno dei tanti sinonimi dialettali della parola “cazzo”, camminavo con un compagno e mio padre mi prese a calci in culo e disse di filare dritta in macchina. Le brave ragazze non passeggiano con i maschi. I maschi che passeggiano con le femmine invece aggiungono una tacca alla divisa. Ho imparato a rifare la mia stanza fin da piccola. Mio fratello, invece, non doveva farlo. Ci pensava la mamma. Aiutavo a sparecchiare, lavare i piatti, spolverare, passare la cera ai pavimenti. Mio fratello era fuori a giocare a pallone o a fare altro.

Amavo arrampicarmi dappertutto, alberi, costruzioni diroccate, e lo facevo con mio fratello. Io venivo rimproverata e mio fratello no. Amavo scrivere e questa fu forse la cosa che fece rendere conto mio padre del fatto che io ero “quasi” una persona. Su di me lui poteva proiettare le sue ambizioni e gli piaceva eccome avere una figlia brava negli studi e perfetta nella scrittura. Da mio fratello ci si aspettava che fosse meno timido e quando tornò a casa con i pantaloni bagnati di piscia, balbettando di altri ragazzi perfidi e bulli, mio padre gli rifilò una ramanzina. Essere maschio ha i suoi bei vantaggi ma se non interpreti il ruolo del maschio alpha ha anche molti svantaggi.

In prima liceo avevo un professore di matematica che ci faceva scrivere in alto per fare in modo che si alzasse la gonna. Aveva uno sguardo da maniaco anche quando per caso si slacciava un bottone della camicetta e si vedeva un quarto di tetta. Ovviamente i ragazzi non venivano trattati allo stesso modo. In terza liceo c’era l’insegnante di filosofia che rimproverò una ragazza, più grande di noi, che dopo aver avuto un figlio aveva osato tornare a scuola. Lei ritardava perché doveva lasciare la bimba all’asilo. Il buon professore sprecò un’ora di lezione per dire che una ragazza che ha fatto figli dovrebbe restare a casa. Lei non poteva fare due cose assieme e certamente quel dovere non era pensato per il padre del bambino.

In quarta liceo l’insegnante di italiano ci impose una lezione sulle varie maniere di abbordare una ragazza. I ragazzi erano sorridenti, sfottenti, incoraggiati a dire battute sessiste. Noi ragazze non potevamo dire nulla. Eravamo solo oggetto di battute di vario tipo e nessuna ebbe la forza di dire a quell’insegnante di smettere di dire cazzate. Quello stesso insegnante poco tempo dopo mise incinta una alunna e pagò i genitori per l’aborto e per evitare ulteriori conseguenze.

Quando camminavo per strada dovevo sopportare battute sessiste e molestie. Perfino i bambini mi rincorrevano per toccarmi il culo. I maschi erano invece al riparo da simili attenzioni, salvo incontrare qualche pedofilo. Le regole per me erano chiare. Non guardare gli sconosciuti, non incoraggiarli, perché era tutta colpa mia. Dovevo camminare senza ancheggiare, mettere i jeans stretti equivaleva a chiedere di essere stuprata. Da seduta dovevo tenere le cosce strette. Il verbo che mi si addiceva era “resistere”, perché tutto era dato dalla mia capacità di resistenza.

Naturalmente una bambina non poteva masturbarsi altrimenti erano botte. Una ragazza non poteva pensare al sesso, perché solo pensarlo era un po’ come essere troie. Da una figlia ci si aspetta che assolva ai ruoli di cura. Perciò a me, contrariamente a quel che spettava a mio fratello, era imposto l’obbligo di pensare alla nonna malata. Prima la nonna, poi le faccende e poi lo studio e se restava un pochino di tempo potevo scendere in strada per andare in bicicletta o giocare con le vicine di casa.

Per la scelta delle superiori dovetti combattere non poco per frequentare il liceo invece che la scuola magistrale. Mio padre diceva che il lavoro adatto a me era quello di maestra. Io volevo diventare altro. Mi iscrissi al liceo di nascosto, con la complicità di mia madre che mi aiutò solo perché il liceo era vicino casa e il magistrale, invece, era molto più lontano. Subivo perquisizioni in camera per un nonnulla. Una volta mio padre beccò un numero della rivista Due Più, che parlava di sessualità in modo chiaro, e allora mi obbligò a consegnargli tutto quello che a lui sembrava sconcio. Un’altra volta mi trovò due sigarette e si infuriò talmente tanto da farmi cadere a terra con uno schiaffo. Dire che mi aveva insegnato a fumare mio fratello non serviva.

Non potevo uscire sola con le compagne, perché i maschi erano ritenuti tutti dei maiali, a proposito di chi trasmette pregiudizi alle donne nei confronti degli uomini, e dunque dovevo tornare a casa non un minuto in più delle 19.00. Un giorno che arrivai alle 19.05 mi picchiò malamente, ma era per salvare il mio onore e dunque era tutto lecito. Andai a una festa di nascosto, una volta, e per coprirmi, mia madre, dovette uscire, rifugiandosi da una vicina, e raccontare che io ero con lei. A quella festa, putacaso, c’era uno stronzo che ci provò con me e dato che lo rifiutai poi disse che avevo superato una prova: io ero una brava ragazza. A me non era dato mettere alla prova nessuno per dirgli poi che era meno stronzo di quello che sembrava. La misura dell’onore, la bravitudine e tutte quelle gran cazzate sulle ragazze serie, erano nelle mani dei ragazzi. Loro giudicavano, ci valutavano. Ci sceglievano come pezzi di carne da marchiare in un senso o nell’altro.

In terza liceo ebbi il mio primo ragazzo, un po’ più grande di me, e disse che voleva sapere tutto quello che avevo combinato prima. Gli elencai gli sguardi, i baci, qualche pomiciata, e lui si dimostrò comprensivo e io gli dissi perfino grazie. Che idiota che ero. Talmente intrisa di quella cultura di merda che ritenevo di avere colpe quando in realtà non ne avevo. Alle ragazze invece non era dato valutare l’onore degli uomini sulla base delle loro passate esperienze. Ogni esperienza veniva premiata con un premio. Più di una volta ho visto sfottere in malo modo qualche ragazza insultata perché qualcuno, così diceva, se l’era fatta o aveva goduto di un pompino. Ed era tutto frutto di una mentalità da stupratori in erba, una cultura gretta e feroce, che condannava le ragazze ad essere vittime e i ragazzi ad essere carnefici privi di empatia.

All’università andò un po’ meglio, per quanto si dicesse che all’università andassero le ragazze che volevano fare le puttane. Più di una volta ho beccato “paesani” che mi spiavano per riferire in paese quello che facevo, con chi uscivo, quanti orgasmi avevo. Era un’organizzazione simile alla Gestapo e l’oggetto di queste indagini erano sempre le donne e giammai gli uomini. Quando mi fidanzai con un ragazzo che suonava in un gruppo musicale ci fu chi mi chiamò in tutti i modi possibili. Tossica, me la facevo con tutti, ero una ragazza perduta, perché dietro la musica, in special modo quella rock, c’era satana. Per mia fortuna non rimasi incinta e non fui schedata come carne consumata di ultimo livello, perché c’erano vari livelli di disonore per le fanciulle e se li avevi superati tutti era possibile che ti trattassero male in ogni luogo possibile.

Una mia amica che dovette abortire fu insultata dal suo medico che le diede la colpa di tutto. Se lei fosse stata una brava ragazza questo non sarebbe accaduto. In ospedale non c’era ancora un riferimento per queste cose e dovette ricorrere a un privato, che le costò qualcosa come un milione di lire, per abortire. Perché una donna rischia di crepare se non gode di diritti nel rispetto della sua libertà di scelta. All’epoca accadeva che certi uomini se ne lavavano le mani. Qualcuno si assumeva la responsabilità delle sue azioni, pagava il prezzo dell’aborto, mostrava un po’ di sensibilità o addirittura, e pensa te che premio, mostrava comprensione e sposava la donna gravida. Per sconfiggere il disonore c’erano solo queste opzioni. I genitori di una donna incinta erano inclini a spingere la figlia verso il matrimonio perché “meglio una donna divorziata che una ragazza madre”, anche se l’uomo che l’aveva messa incinta non era l’essere più amabile del mondo.

I figli senza nome del padre venivano ancora chiamati illegittimi, e così è stato fino pochissimo tempo fa, e la donna che li partoriva era una zoccola, senza dubbio. Finita l’università da me ci si aspettava che tornassi a casa, a organizzare il mio matrimonio, perché il mio dovere era prepararmi a quel destino ed essere all’altezza di un uomo benestante, un professionista. Fare studiare la figlia femmina per molte persone equivaleva a renderla più appetibile per un buon partito. Vuoi mettere una donna istruita, in confronto ad una senza neppure il diploma, accanto a un medico o un avvocato? E se anche tu avevi studiato medicina o giurisprudenza non gliene fregava un cazzo a nessuno perché tu, in quanto donna, eri destinata ad un passaggio di proprietà, dal padre, che ti accompagnava all’altare, al marito. Quel che poi potevi farne del tuo utero era affare di famiglia e non una tua decisione.

Ricordo che mia madre, che aveva partorito varie volte, con qualche figlio nato morto e il suo utero che ormai urlava vendetta, per farsi chiudere le tube del falloppio dovette chiedere la firma di mio padre. Alle donne non era dato di poter decidere del proprio corpo. A me è andata molto meglio perché anche grazie a quei numeri di DuePiù sapevo alcune cose. Fino all’università contavo sul buon senso del mio ragazzo. Coito interrotto, preservativo. Mi è andata di culo, insomma. All’università andai da una ginecologa di città, perché se andavo da una di paese poi era un casino e lo venivano a sapere tutti, e così mi prescrisse la pillola che mi impedì di restare incinta fino alla fine del mio percorso universitario.

Sposai il mio attuale marito non per imposizione ma perché ne ero davvero innamorata. Lui non mi ha impedito di lavorare e di realizzarmi e io gli sono stata grata per questo. Le mie amiche dicevano che ero tanto fortunata. Dove lo trovi uno così che lava perfino i piatti? Tientelo stretto, dicevano, come se fosse un miracolo avere un uomo di quel tipo, un regalo che pioveva dal cielo e io dovevo così mostrare la mia riconoscenza invece che reputare scontate alcune cose. Abbiamo avuto due bambini, un maschio e una femmina. Li stiamo educando allo stesso modo. Senza discriminazioni. Femmina e maschio potranno fare ciò che vogliono e quando vedo la suocera o mia madre lamentarsi del nostro metodo educativo le mando cortesemente a cagare, perché ci sono tante donne che, senza rendersene conto, adorano i propri figli maschi per i quali potrebbero anche sacrificare un arto, ma dalle figlie si aspettano di tutto e di più. Perciò, a volte, sono le prime a trasferire nei figli maschi l’idea che possono esigere tutto considerando le donne come serve dedite a compiacerli.

Al primo figlio dovetti sopportare ogni stronzata, superstizione, pregiudizio sulle gravidanze, le doglie, le voglie, il parto, il colore dei confetti, l’obbligo di battezzo, parenti che tiravano fuori consigli mai richiesti e poi copertine azzurre, tutine azzurre, sguardi azzurri e stronzate azzurre. Per la seconda figlia andai in sala parto senza avvertire nessuno tranne mio marito. Vietai espressamente che portassero consigli e confetti e mi rifiutai di fare bucare le orecchie della bambina per fare in modo che fosse distinta dai maschietti. Ancora adesso combatto per evitare che i miei figli subiscano l’influenza di stereotipi di genere. E per finire vorrei raccontare un’ultima cosa: non furono i miei a farmi prendere la patente. La prese mio fratello che usciva con la macchina di mio padre. Quando provai a chiedere di poter fare la stessa cosa e dissi che un’amica mi aveva fatto guidare la sua macchina, mio padre mi disse che se mi avesse beccato a guidare mi avrebbe dato una lezione. Presi la patente quando mi sposai, con il consenso di tutti, perché era necessario che io fossi disponibile per accompagnare i bambini. Dunque io, donna, potevo guidare solo perché madre. Se non avessi fatto due figli, fosse stato per loro, non mi avrebbero fatto guidare neanche un motorino.

Ecco, questa è la mia storia, e spero di non avervi annoiato, ma dovevo raccontarla per dire che la cultura che premia certi uomini, che godono di privilegi di vario tipo, esiste ed è ancora difficile sconfiggerla. Negare che esista non serve a niente. Teniamo conto, invece, del fatto che a combattere quella cultura dobbiamo essere in tanti, uomini e donne, perché è una cultura che fa male a tutti e non solo alle donne. Come dice mio marito: guai a chi dirà ai miei figli di fare cose in base al sesso. A voi non sembra sia così?

Pamela

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Comments

  1. Mi sembra, legandomi a questo racconto, che nei commenti e nelle reazioni su questo tema si perda un poco la prospettiva storica della faccenda, e che ci si soffermi troppo sulla propria esperienza per essere d’accordo o meno con quanto detto da ognuno. Parlare di privilegio maschile non vuole ovviamente essere la letterale traduzione per cui ogni maschio è un privilegiato. I punti elencati dalla persona transessuale credo andrebbero presi dagli uomini come un invito alla riflessione, anche sui propri comportamenti, rispetto al modo di essere nei confronti delle donne, del proprio ambiente culturale. Il punto dovrebbe essere mettersi nei panni dell’altro. Chiaro che avendo la società una continua evoluzione, nomi e battaglie storiche possano proseguire su una situazione cambiata, per cui oggi in Italia per le donne ci sono più opportunità nei fatti, poiché certe cose cambiano in maniera netta attraverso le leggi ad esempio, mentre il clima culturale è più astratto nelle sue modificazioni. Ma allora il senso può diventare discutere di cosa è rimasto del patriarcato, e anche di come questo agisce sulle vite degli uomini stessi. E un altro aspetto della questione è che ci sono piani diversi sui quali agire che non si escludono. In questo il femminismo ha contribuito a modificare la società, senza modificarne l’assetto economico, perché non era e non può essere un’azione “femminista”, per quanto le cose possano andare di pari passo. La prospettiva di classe, per chi la vuole avere, non esclude la prospettiva di genere. E d’altronde comprendo la diffidenza di alcuni uomini, però allo stesso tempo bisogna comprendere che il maschile è un concetto, un simbolo, nient’altro. Nessuno dovrebbe sentirsi tirato in ballo in quanto uomo dal concetto di maschile, anche se ci sono comportamenti dominanti che sono la diretta espressione di quello che nel tempo ha assunto le forme del maschile, come lo stupro, con tutta la contingenza evolutiva del caso.

  2. Sembra un racconto così lontano nel tempo… Eppure se ci penso, quando ero adolescente io, 15 anni fa, queste cose le sentivo anch’io, le vivevano le mie coetanee. Fortuna che la mia casa era in periferia ed eravamo esclusi da certe dinamiche del paese !

  3. Ànche se il racconto sembra cosí antico e lontano, come sospeso in un passato e in uno spazio di un’altra dimensione, credo che in Italia, soprattutto in certe zone periferiche, vi siano ancora tracce ben presenti di questo ‘codice culturale’. Ormai in gran parte del Paese, probabilmente e per fortuna, codice non cosí dominante, anche se magari qua e là resistente in forme e modi meno espliciti, non immediatamente riconoscibili e dunque piú difficili da combattere. Il presente del priviegio è, in questo senso, un campo di grande interesse antropologico. Mi limito qui a notare che il cosiddetto ‘privilegio’ è spesso una prigione anche per i presunti privilegiati, come del resto emerge da uno spunto del racconto qui sopra, a proposito del sovrappiú di umiliazione subita dal fratello quando torna a casa piangente. La liberazione dai modelli di genere imposti dalla tradizione culturale e sociale è tale per ogni persona, donna o uomo.

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