Un femminismo di pochi fatti e troppe parole

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Vivo da sola, mi mantengo con il mio stipendio da precaria, ho un letto in un soppalco e in pochi metri quadri ho anche il bagno, la cucina, un tavolo per mangiare e una scrivania per scrivere e studiare. Sono una quasi militante femminista, nel senso che ho partecipato a qualche riunione ma pensavo si potesse fare qualcosa di concreto, di tangibile e pratico. Discutere ore e ore per decidere una singola cosa su una singola iniziativa non fa per me. So che le compagne sono in buona fede e non mi sognerei mai di dire che quello che fanno è inutile, ma io avrei voluto dare disponibilità per qualcosa di diverso.

A me interessa la lotta contro la violenza sulle donne, per esempio. Mi interessa perché l’ho subita e so cosa significa e quanta fatica ci vuole per tirarsene fuori. Quando però se ne è parlato mi è sembrata più una questione burocratica, una parentesi da spuntare, tante belle parole per definire il fenomeno e nulla di concreto per opporsi ad essa. Ho confidato a una del gruppo che conoscevo una ragazza che voleva andarsene e mollare la famiglia. Il padre la picchiava. Un’altra era in difficoltà e voleva lasciare la casa del marito. Poi c’era quella che stava male a vivere con la madre, anche lei violenta. Tre casi che concretamente si sarebbero potuti risolvere se solo queste tre donne avessero avuto un punto di riferimento che le avesse aiutate a trovare casa e lavoro. Perché senza un reddito non puoi rompere la dipendenza economica che ti lega alle persone che ti fanno violenza e non puoi andartene, a meno di non voler finire in mezzo alla strada a fare la senzatetto.

Ho chiesto se ci fosse una struttura per ospitare quelle donne. Se ci fosse un posto, una comunità, per restituire a quelle donne fiducia in se stesse e per impegnarle in attività che possono diventare professioni. Mi hanno parlato di case rifugio, ma non hanno molti posti disponibili e poi non sono precisamente posti in cui poter vivere in una dimensione privata avendo tempo e modo di riqualificarsi e trovare un lavoro. Ho chiesto allora cosa concretamente avremmo potuto fare noi. Mi hanno detto che le donne, negli anni, hanno lottato per assicurare i violenti alla giustizia. Le donne possono denunciare i violenti e forse provare la soddisfazione di vederli condannati. Ma poi? Quanto tempo serve per i processi e le condanne? E a cosa serve denunciare se quelle donne poi non possono comunque vivere autonomamente?

La denuncia, così mi hanno detto, è parte del percorso di separazione. Cioè si scambia la delega alle istituzioni per una assunzione di consapevolezza. Non credo di aver capito bene e ho chiesto se non fosse invece un alibi per le istituzioni di alimentare la loro anima repressiva invece che pensare davvero alla prevenzione e a metodi per rendere quelle donne indipendenti anche dal punto di vista economico. Allora mi hanno detto che se le donne non denunciano non possono a volte neanche esigere attenzione dalle istituzioni. Cioè, tu devi per forza denunciare, quindi affidarti a istituzioni paternaliste, perché sia presa in considerazione la tua opinione?

Ma metti caso che lei non volesse denunciare? Metti che lei volesse scrollarsi di dosso la faccenda in fretta per troncare con il passato e vivere per costruire un nuovo futuro? Se la denuncia fosse un mezzo per tenerla ancorata ad un passato che lei vuole lasciarsi alle spalle? Cosa si può fare per queste donne se rivendicano altre soluzioni per se stesse?

Ho sentito tanti bah, boh, buh. Insomma niente. Concretamente io potrei mettere a disposizione un lato del mio letto per ospitare qualcuna ma cosa posso fare di concreto per loro? Niente. Allora mi tengo la mia frustrazione e il mio senso di impotenza e in ogni caso smetto di partecipare a sedute catartiche che fanno star bene e servono più a chi vi partecipa che alle donne abusate oggetto di tante riflessioni.

In un’altra occasione venne una tizia che raccontava di una trans che avrebbe voluto smettere di prostituirsi. Aveva preso per buone le parole di quelle che “la prostituzione, schifo, schifo” e che sembravano proporre meraviglie in cambio. La trans, conosciuta come Erin, le aveva prese sul serio, davvero pensava di poter trovare sensibilità e tanta solidarietà. Le abolizioniste tesero la mano a Erin affinché lei facesse parte della stesura di un documento contro la prostituzione e partecipasse in prima fila ad una manifestazione.

Erin fece presente la sua situazione: casa in affitto, indietro con il pagamento della rata di sette mesi, una ingiunzione di sfratto a breve esecutiva, nessuna risorsa per potersi mantenere, strozzata dalla precarietà e dai debiti, mangiava grazie ad alcune sue colleghe. Le abolizioniste non credevano a quel che sentivano. Tramite lei avrebbero potuto dimostrare, come sciacalli in testa a un cadavere, che la libertà consegue all’indipendenza economica. Belle parole, ma nel concreto?

Concretamente, a quanto pare, si trattava di universitarie di buone intenzioni mantenute dai genitori che non avevano la minima idea di quel che volesse dire precarietà. Poi si trattava di donne adulte che avevano un lavoro, alcune prossime alla pensione, ma ciascuna era persa nei propri guai, perciò l’impegno alla sconfitta del nemico capitalista era stabilito solo su un piano teorico. Soltanto una decise di ospitare Erin per qualche tempo, ma già dopo un paio di settimane raccontava che Erin si lamentava sempre, era forse colpa sua e della sua pigrizia se non trovava lavoro e le fece intendere chiaramente che anche la presunta solidarietà ha la data di scadenza. Senza più casa e soldi a Erin non restò che tornare in strada a prostituirsi. Non si è più fatta vedere né sentire. Chissà se sta bene o invece no.

Ricordo di una volta in cui si parlò tanto di ruoli di cura, di come liberare le donne da tante responsabilità. Non fu mai messa in discussione la schiavitù delle badanti, grazie alle quali le altre potevano essere un po’ più libere. Non si è mai parlato di organizzare un tempo di solidarietà per tenere i bimbi delle donne impegnate nel lavoro. Non si è mai parlato del sostegno da dare alle persone che sono impegnate ad assistere figli disabili. Se si vuole sollevare una donna dal ruolo di cura, come altrimenti si potrebbe fare? Non sarebbe utile che donne e uomini imparassero, come una vera e propria comunità, ad aver cura di tutt*?

Io so che probabilmente mi sfuggono molte cose e che quello che vi ho raccontato non deve affatto servire per trarre le somme e arrivare ad una inutile generalizzazione. Forse altrove le soluzioni concrete sono portate avanti. Forse ci sono spazi che servono ad aiutare concretamente chi ne ha bisogno. Forse. Ma fino a che non avrò visto, letto, sentito, di luoghi del genere, non biasimatemi se ho difficoltà a separare la lotta per la conquista dei diritti civili, importantissima, dall’assenza di pratiche di mutuo soccorso e solidarietà con chi di quei diritti non dispone. Voi che ne pensate?

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. Io penso che l’errore stia nel credere che tutto si risolva con la reclamazione dei diritti civili e le pratiche di mutuo soccorso. Le realtà di movimento (femminista comprese) per come la vedo io sono ancora troppo recalcitranti nel comprendere che i diritti civili, senza quelli sociali (ovvero il mettere il becco nella gestione della pecunia) sono foglie di fico per anime belle, ma in concreto del tutto inesigibili.

  2. Io credo che un esempio possa arrivare dalla PAH, in Catalunya. Si tratta di una rete di sostegno alle persone che rischiano di essere sfrattate perché non possono più pagare l’ipoteca, ma non è solo quello. È un gruppo di persone che attraverso le riunioni e le esperienze altrui hanno ritrovato la voglia di combattere e di sperare. E hanno trovato, quando hanno avuto fortuna, una famiglia allargata.

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