Quelle che ti giudicano “schiava” perché scegli di essere madre

946716_461659923922718_1877293277_nHo letto tante storie di figlie che non sopportano le madri, di madri che non vogliono stare con i figli, e le capisco, tutte quante, perché ciascuna vive quelle esperienze in modo diverso. Perciò vorrei raccontare la mia diversità, senza giudicare le altre o imporre a nessuno il mio punto di vista. Spero che quello che sto per raccontare non faccia sentire in difetto nessuna, incluso quelle donne che decidono di non volere figli o quelle che hanno figli ma non si sentono madri fedeli alle convenzioni sociali.

Quel che io sono dipende strettamente dalla maternità. Sono compagna, femminista, voglio rendermi economicamente autonoma, non tollero che qualcun altro scelga al posto mio, ed è stato difficile per me riuscire a vivere una relazione in cui mi sentissi al sicuro, mai minacciata nel mio bisogno di indipendenza, eppure ascoltata quando manifestavo bisogni che a tante persone, quelle che vivono di stereotipi, sembravano stonati per una donna come me.

Quando dicevo che speravo di essere incinta mi guardavano come fossi un’aliena. Speravo di poter essere madre, ma non volevo crescere un figlio da sola, perciò ho aspettato il compagno giusto e poi tutto andò da se. Sono rimasta incinta, per scelta condivisa, dopo due anni di convivenza. Ricordo quel momento come fosse magico. Sarà che avevo ormoni in circolo ed ero allegramente sedata dalla chimica del mio corpo che stava cambiando, però quel momento mi sembrava perfetto.

Ho adorato quella carne che cresceva e mi rendeva morbida, non più ossuta com’ero sempre stata. Mi piaceva avere la pancetta, il viso più rotondo, i seni più grandi. Ero eccitata per quel che vedevo allo specchio quando guardavo me. Non mi sono mai sentita così sicura come in quel periodo. Mi sentivo decisamente bella, sexy, sensuale. Non voglio raccontare lagnosi luoghi comuni sulla gravidanza, anche se rischio decisamente di farlo. Voglio pensare di essere in uno spazio pubblico, con diritto di parola, a raccontare la relazione che il mio bambino ebbe da subito con suo padre e me. L’abbiamo tenuto in braccio, nutrito, lavato, cambiato in due e io ero quasi dispiaciuta per il mio compagno, pensavo di dovergli qualcosa a risarcimento, perché lui non aveva vissuto la gravidanza e non aveva tenuto quel figlio tutto per se per nove mesi come avevo fatto io.

Quando suo padre lo reggeva per parlargli, cullarlo o raccontargli a voce bassa tante storie, pensavo di pareggiare i conti, perché quel figlio era anche suo. Odiavo l’idea di doverlo escluderle per ritagliarmi un rapporto esclusivo con il bambino. L’ho visto fare a tante e poi i loro rapporti sono andati in crisi. Coppie separate, i bimbi usati per ferirsi. Io sapevo che dovevo risarcire il mio compagno e dovevo lasciare che lui costruisse con il bambino un rapporto non condizionato dalla mia presenza.

Questo mi aiutò moltissimo, perché avevo tempo per me, potevo contare sul suo aiuto, sapevo che oltre me c’era suo padre sul quale poter contare fino alla morte. Non ho mai costretto me stessa a sacrificarmi come una martire in nome di mio figlio. Non gli ho lasciato spazio per rendermi schiava in alcun modo. Ed era l’unico modo per non considerare mio figlio un oggetto, una cosa, una proprietà. Era un modo per lasciare che lui si distinguesse da me.

Direte che allora è andato tutto bene, ma non vi ho detto ancora tutto. A un certo punto decisi di restare a casa per crescere mio figlio. Non avrebbe interrotto le sue tante attività ma sarei stata io ad accompagnarlo, prenderlo, aiutarlo, in ogni momento della sua giornata. Era quello che mi faceva sentire bene, realizzata, completa, ed è quel senso di completezza che non si può spiegare. Non ho invaso i tempi del mio compagno ma ho stipulato un nuovo compromesso che costava molta fatica. Avrei lasciato il lavoro, volevo un altro figlio, e l’ho fatto. Sono rimasta incinta a godermi della mia nuova rotondità. Fu una bambina ed ero così felice di vedere mio figlio avvicinarsi alla piccola per accarezzarla.

Non c’è un particolare finale in questa storia. Considero che quelle che mi hanno detto che ho rinunciato a tante cose per i figli fossero in errore. Non era una formula che potevano applicare anche su di me. La mia storia si conclude con me che sono madre di due figli e con un compagno che si spacca la schiena per mantenerci. Non ho rimpianti e non vorrei tornare indietro. Non mi metterò a scrivere la versione proletaria di sposati e sii sottomessa, perché i miei ideali restano intatti, ma una cosa vorrei dirla, con sincerità: mi sento discriminata, chi mi ascolta è solit@ attaccarmi etichette, sei una moglie di uomo maschilista, sei costretta, te ne pentirai, non ti resterà niente, sei cattolica integralista e via di questo passo.

Sono notizie false. Non sono nessuna di queste cose e quel che chiedo è: perché è così impossibile da credere che quel che sono io l’abbia liberamente scelto?

Ps: è una storia vera. Grazie per averla raccontata.

Comments

  1. Perché è più facile, perché pensare che altri possano essere sereni e tranquilli invece che perennemente in guerra con sé stessi e con il mondo fa male, perché riconoscere che i fallimenti sono personali e non collettivi fa paura.

  2. Perché la maggior parte delle persone oggi vede la maternità come una schiavitù e la collega a quel ruolo antiquato di madre e moglie serva, quando invece, ne sono ben consapevole, non lo è. Devo essere sincera, ti invidio, perché sotto sotto vorrei essere madre anche io e mi spaventano tanto i racconti sulla maternità: il corpo che cambia, gli ormoni sotto sopra, la depressione post-partum, il tempo sacrificato per i figli. Sono contenta di sapere che esiste un modo di essere madre ed essere serena allo stesso tempo.
    Purtroppo le persone cosiddette “avanti” vedono una madre mantenuta come semplicemente mantenuta, mentre non si rendono conto che il genitore è il mestiere più difficile e meno remunerato del mondo, in compenso i tuoi figli non potranno mai biasimarti per non esserci stata. Un bacio, e buona fortuna.

  3. Ciao! Grazie per questa tua testimonianza.
    Vorrei, se permetti, farti una domanda che avrei voluto fare anche all’altra lettrice che aveva scritto di essere femminista e di fare la madre di quattro figli a tempo pieno (poi con lei “persi l’attimo” e mi parve assurdo commentare a distanza di dieci giorni). Non è una domanda polemica, e spero non suoni tale, sono sinceramente interessata a sapere la risposta (anche se, trattandosi di questioni personali, capisco se non ti va di rispondere).
    Come vivi il fatto di non avere una tua fonte di reddito? Io sono figlia di genitori separati, nipote di due nonne che hanno sempre lavorato, e per me l’indipendenza è prima di tutto indipendenza economica. La cosa che infatti mi ha sempre lasciato un po’ perplessa di fronte a donne che scelgono di non lavorare per seguire la famiglia è proprio questa… Non le ho mai considerate “sottomesse” o “schiave” perché “sceglievano” i figli: la quasi totalità di quelle che conosco io sono felicissime così, si vede che fanno ciò che dà loro gioia. Ma non sono mai riuscita a capire come facessero a rinunciare al salvagente dell’indipendenza economica. A loro non l’ho mai chiesto perché o hai un’intimità enorme con una persona, oppure faccia a faccia questa è una domanda che viene percepita come invadente… Lo chiedo a te (sperando che l’anonimato mitighi l’invadenza… se non è così mi scuso in anticipo) perché sono sinceramente interessata a capire questo punto di vista così diverso dal mio.
    Grazie in anticipo,
    un abbraccio.

  4. Andrea Torti says:

    Si tratta di una testimonianza preziosa.
    Qualunque stile di vita, purché autodeterminato e rispettoso del prossimo, è sacrosanto: ci dobbiamo battere per la libertà di tutti, non solo di coloro che compiono le nostre stesse scelte.

  5. Hai ragione, il lavoro è la peggiore droga dei nostri giorni. Alcuni quando smettono vanno in crisi e non sanno più cos’è una giornata di sole…se puoi vivere felice coi tuoi figli senza dover lavorare (è un po’ anche la mia situazione) ti auguro di godere di ogni attimo con loro!!
    Rispetto alla questione economica…beh, posso dire nel mio caso che con mio marito il rapporto è simbiotico e, anche dovessero esserci problemi, si arriverebbe a un accordo per avere un minimo aiuto nel caso mantenessi io i figli. Oltre a ciò, nel caso in cui non si potesse contare su “rendite” di qualsiasi tipo (non c’è niente di peccaminoso..se ci sono ben vengano..detto a chi addita i ‘parassiti’ e non vede poi dove finiscono i propri soldi versati allo Stato), penso che la scelta sia sul trovare un’entrata propria. A meno che non si ricrei lo stesso equilibrio con un’altra persona!Ma l’indipendenza economica è un po’ una chimera perchè nel mondo odierno, come detto in altri post e commenti, si risolve poi nel dover sgobbare con stipendi minori degli uomini e dover comunque ritagliare del tempo per i figli se i servizi (vedi asili) non sono adeguati. Detto ciò, ripeto, il lavoro è sempre legato al capitale e ai suoi perversi meccanismi, per cui è raro che dia gratificazioni e che “faccia” la persona, perchè penso che le persone non siano ciò che fanno ma ciò che sono. Del resto è la società a orientarci verso un individualismo sfrenato, in una società ideale le persone si aiutano a vicenda e ognuno contribuisce con ciò che gli è più consono (ad es la cura dei figli)…

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: