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Sono una sopravvissuta della tratta e questa è la mia storia

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E’ una lunga intervista a Meg, ex vittima di tratta. E’ divisa in due parti anche se qui la pubblicherò per intero. E’ lunga ma veramente interessante. Spero che interessi anche a voi. Grazie a Antonella per traduzione. Trovate le versioni in lingua originale QUI (prima parte) e QUI (seconda parte). Buona lettura!

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“Sono sopravvissuta alla tratta e questo è ciò che ho da dire agli attivisti cristiani”

di  Benjamin L. Corey

Come forse molt* di voi sanno, la tratta di esseri umani è uno dei problemi che più mi appassionano, e ho avuto occasione di studiarlo dettagliatamente per molti anni, negli Stati Uniti e in India, come parte della mia ricerca di dottorato. Questa mia ricerca è stata in gran parte una fenomenologia dei modi di assistenza alle vittime coinvolte nella tratta, e sarà ora inserita nella mia tesi dal titolo provvisorio ‘Tutto Bene? Una Teologia dello Shalom (Pace) nell’Assistenza alle Vittime di Tratta’.

Alla tratta, ovviamente, è stata concessa la prima pagina nel bollettino delle cause del mondo cristiano evangelico (definita da Ruth Graham la ‘Cause Célèbre Cristian’ in questo articolo a scopo informativo). I risultati sono stati tanto positivi quanto negativi, e mi auguro che il mio lavoro avrà modo di discutere entrambi questi aspetti. La più grande mancanza del movimento anti-tratta cristiano va situata alla base del problema: la causa si è diffusa così in fretta ed è diventata così popolare che molti individui, e pure le stesse organizzazioni cristiane, stanno ora cercando di agire dall’interno di una questione che non capiscono del tutto, tentando di aiutare persone che quest* attivist* non capiscono. Nessuna missione può andare in porto se non ascoltiamo davvero e non arriviamo a conoscere coloro che, a quanto si dice, vogliamo aiutare.

Questo è ciò che va cambiato nel mondo della lotta cristiana alla tratta. (Ad esempio: immaginate di partire missionari* in India senza capire una sola parola di Hindi, senza aver mai studiato la cultura indiana, mai conosciut* un* indian*, di avere, insomma, come sola fonte un paio di episodi documentaristici sull’India, o di aver ascoltato una sola persona indiana durante una conferenza. Non funziona così – ma sfortunatamente è così che le missioni di livello base sono condotte, da gente certo di buone intenzioni, ma non adeguatamente preparata.)

Questo metodo non è soltanto inutile, ma spesso –come ho avuto modo di vedere– è direttamente dannoso per i/le sopravvissut*.

Non voglio dire che tutt* sono impreparati. Nel corso della mia ricerca ho trovato alcune organizzazioni cristiane, con un pensiero filosofico ben definito, il cui lavoro era degno di nota. Mi è anche capitato di trovare organizzazioni cristiane con fondi pressoché illimitati, che ciononostante risultavano fallimentari al 100%, senza che nessun* sapesse spiegare il perché. Altre organizzazioni avevano buoni propositi, ma il loro discorso sulla tratta era derivato dagli stereotipi, montati dai mezzi di comunicazione sensazionalistici, comunemente associati alla tratta e all’industria sessuale (che non sono sinonimi: una cosa è il lavoro per scelta nel sex work, un’altra il lavoro forzato, costretto, per inganno: sono due cose diverse); non davano ascolto alle voci reali dei/lle lavoratori/trici nell’industria sessuale e nella tratta. Troppo spesso nella mia esperienza mi sono imbattuta in attivisti cristiani anti-tratta che non avevano consultato né ascoltato un* sol* sopravvissut* alla tratta, a eccezione di quei/lle sopravvissut* che vanno in giro parlando o vendendo libri. E questo, sono convinta, è il tallone d’Achille del movimento.

In questa luce, ho invitato i/le sopravvissut* al traffico umano a parlare qui sul blog, cosicché l’ampia comunità cristiana sulla tratta possa imparare dalla loro saggezza – e forse possa dare inizio all’era di un nuovo modo di ascoltare e imparare. Meg Munoz è la fondatrice di Abeni, nell’Orange County, California. Abeni esiste per ‘creare un luogo sicuro e confidenziale per quant* lavorano nel commercio sessuale nell’Orange County, e per le vittime di tratta domestica.’ Meg è stata una lavoratrice indipendente nell’industria dell’intrattenimento per adulti, ha lavorato per molti anni prima di finire nel racket: il tempo da lei trascorso nell’industria del sesso comprende un ampio raggio di esperienze differenti. Meg è inoltre una mia amica, e sono onorat@ che abbia trovato il tempo per sedersi e dialogare insieme, pubblicamente.

L’articolo di oggi è parte di una serie che porterò avanti insieme a Meg. La prossima settimana rilascerò un’intervista integrale (la trovate già tradotta in basso ndb) dove avrete modo di ascoltare altre delle sue storie accattivanti.

La prima domanda posta a Meg è la seguente. È stata così gentile da includere alcuni link per ulteriori riferimenti; se sei un* attivista cristian* anti-tratta, ti prego di salvare questo post e prenderti il tempo per leggere le fonti che Meg ha gentilmente elencato per il tuo interesse.

BLC: ‘Sembra ci sia un numero crescente di Cristian* e di organizzazioni no profit di matrice cristiana, a concentrarsi sul problema del traffico di esseri umani. Nella mia esperienza, troppe tra queste persone non si sono mai sedute a dialogare con una reale vittima di traffico (o con qualcuno che lavora per scelta nell’industria sessuale). Questo dato è preoccupante. Se potessi averl* tutt* qui insieme, in questa stanza, cosa diresti loro?’

Meg: Ecco cosa direi.

  • Ascoltate e conoscete i/le sex workers.

(Per informazioni: http://titsandsass.com/category/activism)

  • Smettete di escluderci dalle conversazioni riguardanti il nostro lavoro, le nostre vite e la tratta. Non definireste mai una linea direttiva né prendereste decisioni su altri gruppi di individui senza il loro contributo. Pertanto vale il detto: ‘niente su di noi se non con noi’.

(Per informazioni:    https://www.opendemocracy.net/transformation/nadia-van-der-linde/nothing-about-us-without-us-reversing-power-dynamics-of-philanthr)

  • Smettete di arrestarci e di criminalizzarci. Il modo in cui trattate chiunque nell’ampio spettro del sex work influisce direttamente e indirettamente sulle vittime di tratta.

(Per informazioni: http://redumbrellaproject.org/advocate/nyhtic/ e: http://www.vice.com/read/sex-workers-and-the-city-0000550-v22n1)

  • Smettete di dire ai/lle sopravvissut* cose come ‘siamo così felici che tu ora stia meglio’ oppure ‘puoi fare cose migliori’ o anche ‘ti meriti molto di meglio’. Queste affermazioni rivelano un giudizio chiaro sulla nostra esperienza nell’industria sessuale e se volessimo/avessimo bisogno di ritornarci sapremmo già tutte le vostre opinioni su di noi e sul nostro lavoro. State solo rafforzando lo stigma sociale e il sentimento di vergogna, e ci state confermando che non possiamo trovare nessuna sicurezza in voi.
  • Smettete di protestare contro gli strip club e le compagnie pornografiche. Non potete dire ‘ti voglio bene, ma odio quello che fai’ e poi aspettarvi che gli altri provino lo stesso e si fidino di voi quando le cose si mettono male.
  • Smettete di dire che noi non comprendiamo le nostre stesse esperienze.
  • Smettete di pensare che il salvataggio sia la risposta.

(LEGGETE OGNI SINGOLA PAROLA:

http://www.canadianwomen.org/blog/%E2%80%9Crescue%E2%80%9D-harmful-anti-trafficking-efforts)

  • Smettete di denigrare i/le sopravvissut* per la loro incapacità di adattarsi ed essere felici all’interno di programmi o servizi non salutari e squilibrati che non incontrano i loro bisogni nella loro totalità e non aiutano il loro successo e sviluppo a lungo termine.
  • Smettete di basarvi sul discorso ‘il sex work è giusto o sbagliato?’ e iniziate piuttosto a basarvi sulle persone. Siamo tutt* titolari di diritti, meritiamo rispetto, dignità e protezione. Smettete di limitare diritti umani a coloro con cui andate d’accordo.
  • Rendetevi conto che le vostre riforme legislative, sebbene con buone intenzioni, possono in realtà danneggiare coloro che cercate di aiutare.

(Per informazioni: http://www.citypaper.com/news/mobtownbeat/bcp-unintended-consequences-how-making-sex-trafficking-a-felony-might-hurt-sex-slaves-20150317-story.html#page=1 )

  • Smettete di servirvi di campagne e immagini shock. Smettete di mostrare ragazze vestite da bambole in scatole a grandezza di persona con tanto di codice a barre. Smettete di mostrare donne bianche con mani scure a coprir loro la bocca. Smettete di mostrare ragazze ammanettate e piangenti. Smettete di mostrare i volti e i luoghi delle persone che avete “salvato”. State lucrando sul nostro sfruttamento, c’è la possibilità che stiate traumatizzando delle persone, state rafforzando stereotipi e concezioni errate.

(Per informazioni: https://love146.org/anti-trafficking-fail/ )

  • Smettete di confondere il sex work con la tratta, perché ci sono in gioco molti discorsi, non tutti riducibili a quello sex work/tratta. Non tutt* sono vittime, non tutt* sono ‘pappa’.
  • Smettete di tirare fuori Gesù ogni volta. Alcuni tra i maggiori danni o abusi possono essere stati compiuti da persone nella chiesa o da autorità spirituali. Per alcun* di noi è sale su una ferita.
  • Smettete di trattare i problemi mentali come problemi spirituali. Smettete di fare degli studi biblici, del pregare, dell’andare in chiesa, degli esercizi spirituali un elemento obbligatorio dei vostri programmi/servizi. I passi della Bibbia possono certo confortare, ma per quei/lle sopravvisut* che lottano con i propri problemi non sono che garze su una ferita da arma da fuoco. 
  • Smettete di usare le immagini, le storie e il dolore di quell* che state aiutando. Spesso ci si sente in debito, è strumentalizzante, può riportare in vita un trauma e crea squilibrio e dinamiche di potere malate – in modo simile a come facevano i papponi da cui ci si è appena liberat*.
  • Iniziate a mettere in dubbio i numeri, i discorsi e le linee politiche – Le prospettive sono sempre molte e i numeri non solo possono essere fuorvianti, ma possono anche raccontare tante storie diverse.

(Per informazioni: http://www.theatlantic.com/business/archive/2014/09/is-one-of-the-most-cited-statistics-about-sex-work-wrong/379662/ )

  • Interessatevi di più e fate di più per la disuguaglianza di genere, il razzismo, i diritti LGBTQ, le riforme socio-economiche, il sistema carcerario, i diritti dei/lle migranti, la salute mentale e le altre dimensioni della giustizia sociale perché è lì che inizia e si gioca la vera battaglia contro la tratta.
  • Smettete di demonizzarci e di trattarci come se fossimo da criticare per la tratta.

(Per informazioni: http://www.theatlantic.com/health/archive/2014/12/alaskas-prostitution-law-isnt-working/383818/)

  • Smettete di stare dalla parte di Raab e poi prendervela con quell* che si trovano ora nell’industria sessuale, a QUALSIASI livello. Raab non si è mai pentita del suo lavoro, ha fatto cose grandiose, non ha abbandonato la professione e discendeva da una famiglia coi controcazzi [Raab è un personaggio biblico del libro di Giosuè: prostituta-locandiera nella città di Gerico, supporta a rischio della sua vita due spie israelite, dando loro alloggio e aiutandole nella fuga, NdT]
  • Smettete di inveire contro l’industria pornografica mentre fate la spesa da [inserire nome a piacere], comprate frutti di mare importati, mangiate lattuga a un dollaro, vi fate fare manicure e massaggi a basso costo, mangiate da McDonald’s, rifiutate di sostenere le battaglie per l’innalzamento del salario minimo, votate sempre per il minimo sindacale, non fate niente quando crescono le rette universitarie, lottate contro i diritti riproduttivi. Se volete essere moralmente di parte, prendetevela con i problemi del sistema prima di attaccare coloro che cercano di sopravvivere all’interno di un sistema che non scelgono, ma sotto cui devono vivere e provare a sopravvivere.

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Sono una sopravvissuta della tratta e questa è la mia storia

BLC: Da quanto so della tua storia, hai vissuto e comprendi a fondo molti aspetti dell’industria sessuale e del traffico umano, visto che hai fatto esperienza di entrambe le condizioni estreme di questa varia gamma. Puoi dirci qualcosa della tua storia?

Meg: ‘Possono esserci somiglianze, ma credo sia importante capire che le esperienze di ognun* e le ragioni per cui qualcun* entra nell’industria sessuale rimangono uniche e personali. Nel mio caso, cominciai fresca di scuola a fare la escort (lavoravo in proprio) mentre lavoravo e andavo al college. Ero curiosa, in cerca di avventura, e avevo un certo gusto per gettarmi nelle esperienze di vita non ancora sperimentate. Avevo diciott’anni. Non stetti nemmeno a pensarci, decisi di farlo – E POI di ricavarne dei soldi. In breve tempo cominciai a fare la escort e conobbi un ragazzo che mi introdusse alle metanfetamine. Era una relazione incredibilmente abusiva e violenta, divenni presto dipendente tanto da lui quanto dalle droghe – non ero più “funzionale” ad alcun livello. La mia vita sembrava sfaldarsi a poco a poco, così mollai la scuola e per un po’ anche il mestiere. In sostanza, mollai la vita.

Gli anni seguenti furono una nebbia di abusi psico-fisico-emotivi, un tentativo fallito di riabilitazione, cacciata via, un po’ di aborti, il primo incontro con Dio, sobrietà tirata fuori a cazzotti, un fidanzamento andato al diavolo, un’altra ricaduta, di nuovo a scuola, nessuna indipendenza economica o emotiva, nessun sostegno. Furono principalmente le ragioni economiche a riportarmi al mestiere verso la metà dei vent’anni.

Allora, quando mi resi conto che potevo tirare via un po’ di capitale culturale e un po’ privilegi, tutto cominciò ad andare davvero bene… In generale, i miei clienti erano piuttosto a posto, facevo abbastanza soldi da potermi mantenere da sola, avevo tempo per inseguire i miei obiettivi accademici, la libertà di impegnarmi in altre attività che per me allora erano ricche di significato. Ci furono anche brutte giornate – come per tutt*, ma in generale mi piaceva il mio lavoro. Non era solo per la comodità o per la possibilità che mi dava di pagarmi l’università. Il sex work mi diede la possibilità di abitare in una casa. Mi permise di mangiare e comprarmi i vestiti. Letteralmente: mi tirò via dalla strada, e mi offrì un sostegno mentre la mia vita sobbalzava in un enorme caos, in forme di abusi e incertezze. Ero marginalizzata, criminalizzata, facevo a pugni con lo stigma sociale impresso sulla mia professione, ma nonostante mi sentissi isolata, so per certo che il sex work ha cambiato la mia storia, mi ha dato una base solida, mi ha salvato la vita.

Ho visto uomini a cui il cancro aveva portato via la moglie e volevano soltanto parlare e sentire di nuovo la pelle di qualcun* contro la propria. Ho visto uomini con serie disabilità che non riuscivano a uscire con qualcuna, ma desideravano un contatto sessuale, umano. Ho visto uomini appena usciti da un divorzio che volevano sentirsi di nuovo a loro agio con le donne. Ho visto veterani di guerra che avevano perso gli arti e temevano un rifiuto, ma volevano toccare ed essere toccati. Ho visto uomini che avevano subito gravi traumi infantili e l’idea di una vicinanza lunga e profonda li spaventava. Ho visto uomini che sono felice di non aver più rivisto.

Ho visto alcuni uomini che pensai mi avrebbero ucciso. Ho visto coppie che volevano esplorare e giocare in sicurezza. Ho visto turisti, banchieri, poliziotti, businessmen, professori, sportivi, venditori, musicisti, contabili, agenti immobiliari, operai, pubblicitari, politici, pastori… E tutti mi hanno insegnato più di quanto avrei potuto imparare altrimenti sull’essere umani e sull’accogliere. Certo, ci sono state alcune chiamate orribili ma, per la maggior parte, ogni notte mi portava qualcosa di nuovo e un invito a ritrovare nelle persone individui pieni di umanità. Riconosco il grande valore alle mie esperienze e alle lezioni che mi hanno donato.

Tuttavia, al di fuori e indipendentemente dalle mie esperienze nel mestiere, le cose non andavano alla grande. Mi ero invischiata in due relazioni abusive allo stesso tempo: una col mio ragazzo, l’altra col mio più caro amico con cui si instaurarono dinamiche di co-dipendenza e controllo molto possessive. Quando uno non abusava di me, lo faceva l’altro. Inoltre, stavo vivendo essenzialmente una doppia vita, nascondendo sia il mio lavoro che la mia dipendenza dalla metanfetamina (lo sapeva solo il mio amico, che la prendeva con me).

Circa due anni e mezzo dopo il mio ritorno nel sex work, le cose iniziarono a cambiare. Come molt* sanno e capiscono, è difficile che le relazioni abusive rimangano identiche a sé. Progrediscono, peggiorano, e proprio questo accadde. Entrambi cominciarono a competere per avere il controllo su di me e mi misero in mezzo a un gran conflitto con tenore ancora maggiore di esplosioni e violenza emotive, psicologiche e fisiche. Alla fine mollai il mio ragazzo (ordinanza restrittiva), ma il distacco non fu così secco dal mio amico. Vivevo coi suoi genitori e affittavo da loro, e lui era tornato a casa. La situazione si acuì e tanto la mia privacy quanto la mia indipendenza mentale cominciarono a scivolare via, rapidamente. Cominciò a minacciarmi, ricattarmi di dire a tutt* che ero una sex worker e una drogata.

Venivo da una famiglia di poliziotti, avevo già affrontato così tanti rifiuti e giudizi da parte di così tante persone, temevo di finire in mezzo a una strada e temevo le ripercussioni legali: così mi arresi pensando che avrei potuto tranquillizzarlo abbastanza da farlo smettere. Ma non smise, peggiorò. Alla fine non stava solo lucrando sul mio lavoro sessuale, mi ci stava proprio costringendo e si accaparrava tutti i soldi che poteva. Per i due anni seguenti vissi nel terrore più totale, soggetta ad abusi tanto imprevedibili quanto costanti. E a quel punto, accadde qualcosa che non avrei mai immaginato.

Dopo una serie di botte particolarmente violente e un’aggressione sessuale, capii per istinto che sarei probabilmente morta se non me ne fossi andata. Vidi Dio, che aveva camminato con me e mia aveva dato forza per tanti anni, e in quel momento mi aprì una porta come solo Lui poteva fare. Rientrai in contatto con una persona che aveva avuto grande importanza nella mia vita, e questa persona mi aprì la porta della propria casa. Si creò così la possibilità di un ambiente sicuro e questo mi offrì l’occasione che mi serviva per andarmene. Il giorno seguente aspettai che tutt* se ne fossero andat* da lavoro, gettai l’indispensabile in macchina e partii.

Arrivai in un luogo sicuro e da lì non sono più partita. Mi trasferii con Tony, rimasi incinta pochi mesi dopo, qualche mese ancora e mi sposai, qualche mese ed ebbi il mio primo, bellissimo, figlio. Pochi mesi ancora e mi trovai incinta di nuovo. Cercavo di fare il genitore e costruirmi questa nuova vita, con la continua intermittenza di sovraeccitazione emozionale e indifferenza dovuta agli strascichi dei ricordi e delle violenze subite. Lo stigma sui/lle sex workers, ormai interiorizzato, mi ossessionava. Mi divorava la vergogna socialmente indotta. I flashback e i disturbi post-traumatici si susseguivano e il mio desiderio di lasciarmi tutto alle spalle e rivolgermi alla cultura evangelica cresceva a ogni passo. Mi diedi alla vita ecclesiastica… studi biblici, eventi comunitari, incontri femminili, gruppi ricreativi, insegnamento domenicale, bla bla bla… L’unico effetto fu di ricordarmi quanto io mi sentissi differente, quanto mi sentissi esclusa pur all’interno della mia comunità, e quanto insano fosse il mio ambiente spirituale ed emotivo. Non fu facile, tentai l’impossibile per seppellire ogni segreto che mi ero portata dietro in otto anni.

Poi un giorno capii che non poteva continuare. Mi sembrava di strisciare dentro la mia stessa pelle. Per anni Tony aveva continuato a chiedere quando sarei stata onesta sul mio “passato”; gli dissi che non lo sarei mai stata e lui smise di chiedere. Ma un giorno, dopo l’ennesima preghiera a Dio perché mi aiutasse a capire quale fosse il problema e a eliminarlo, ricevetti una risposta inaspettata. Chiarissimo, lo udii dire “non posso guarire ciò che continuerai a negare.” E tutto cambiò. Quello stesso giorno la vergogna scivolò via definitivamente e provai un senso di libertà mai sentito prima. Iniziai a realizzare che avevo portato sulle mie spalle la vergogna di qualcun* altr*. Iniziai a condividere frammenti della mia storia, cominciai a guarire, a cercare di delineare nella mia mente Dio e una comunità sana in modi più freschi, in modi altri. Iniziai a lavorare sui miei traumi e a capire meglio le mie esperienze passate. Iniziai a riconciliarmi e ad apprezzare il tempo trascorso lavorando nel mestiere.

Cominciai a sentire una vicinanza e tanto affetto nei confronti delle persone che libere dallo sfruttamento. Iniziai a realizzare che avevo disprezzato un intero settore a causa delle azioni di un solo individuo. È stato il percorso più bello, mai concluso, trasformante, vitale, un percorso che mi ha resa modesta e semplice e mi ha lasciato un profondo senso di gratitudine per ogni esperienza vissuta. E così, ovviamente, ebbe inizio il percorso di Abeni (abeni.org). Non voglio assolutamente banalizzare ciò che mi è accaduto né sorvolare sui traumi e gli abusi, ma alla fine ho realizzato di essere incredibilmente grata per la mia esperienza.”

BLC: Sembra che tu abbia fatto un percorso intenso e tortuoso. Quali sono i fattori più rilevanti che ti hanno resa ciò che sei oggi? Cosa ti ha aiutato di più a guarire?

‘Ah ah, sì, è stato sicuramente interessante, ma la verità è che mi sono innamorata del mio percorso, passato e presente. A essere onesta, il mio percorso e la mia comprensione del mio percorso sono in costante evoluzione, cambiano, si fanno più profondi. Credo molto in una guarigione equilibrata e olistica, quindi direi che molti fattori mi hanno portato a dedicarmi a questo. Senza metterne nessuno al di sopra degli altri, sono sicura che è stato il loro insieme ad avere il maggiore impatto sulla mia guarigione. Ora te li dico:

  • Innanzitutto, una fede molto incasinata, imperfetta, non convenzionale, che non teme le domande, non teme di essere scoperta, messa in dubbio, esplorata, e talvolta abbandonata per un po’. Mi sono dovuta liberare del perfezionismo e della certezza in tema di teologia spirituale. Mi sono dovuta liberare dalla sensazione di dover essere adeguata all’interno di un incasellamento religioso oltremodo doloroso, limitato, traumatico e costrittivo. Questo per me significò lasciare la Chiesa evangelica e ritrovare Gesù. Imparai ad abbracciare l’ignoto e trovai una grande libertà nel non possedere tutte le risposte – non dover rispondere a tutte le domande mi ha dato molto spazio per accogliere e amare me stessa e gli altri in modi in cui non sarei stata capace prima. Passai dal ‘devo fare…’ allo ‘arrivo a fare…’ e questo mi ha cambiato la vita. Ho affidato a me stessa la mia vita spirituale e non ho più delegato la mia fede e la mia crescita spirituale a qualcuno o alle mani di qualcun* altr*. La mia fede, ora, è mia, non è dettata da affiliazioni dottrinali o politiche.
  • Una comunità che guarda e accoglie me, mi lascia essere incasinata e vulnerabile, ed è più interessata a me come persona che alla mia teologia, al mio attivismo o alle mie etichette. È un dono prezioso, e rende umili. Nessun* di noi guarisce dal nulla, nell’isolamento, e gli elementi fondamentali della mia vita quotidiana e della mia guarigione sono stati e sono ancora mio marito, i miei figli, la mia casa spirituale alla Epic Church, i/le mie* amic*, la mia comunità di sex workers, la mia chiesa domestica, il mio fronte, i miei pastori (Kevin ed Erin), i/le mie* colleg*, la mia comunità online.
  • Una continua crescita nella comprensione della mia vita, delle mie esperienze, delle relazioni che hanno formato e influenzato tutto. Sono determinata ad accettare e superare i miei traumi, i conflitti interpersonali, il disprezzo di me stessa, i problemi con la mia immagine, le origini della mia dipendenza e i miei schemi comportamentali, la co-dipendenza, le paure dalle radici profonde, i detonatori, le ferite emotive, i blocchi psicologici, i problemi relazionali (tutti ne hanno da vendere!). Non mi piace “dovere”, ma dovrebbe esserci un Giorno Nazionale del Terapista in cui ognun* abbia accesso ai servizi per la salute mentale.
  • Una chiara comprensione del ruolo che l’ingiustizia sociale ha giocato nella mia vita, nella vita della mia comunità e in generale nel mondo. Non sempre mi accorsi dei privilegi che avevo, ma quando passai dalla parte più stigmatizzata, marginalizzata e criminalizzata della società, allora cominciai a leggere e a sentire la vita attraverso una nuova lente. Ora mi sono concessi l’onore e la responsabilità, incredibili, di poter agire sui privilegi e porre domande più ambiziose su di me e sul mondo. Mi impegno tantissimo per riuscire a vedere le persone e i problemi che ho a cuore da una prospettiva intersezionale e anti-oppressiva. Mi ha aperto gli occhi, mi ha resa umile, ma è stato necessario ed efficace perché mi ha fatta diventare più consapevole (personalmente, professionalmente e didatticamente) di come cose e situazioni influiscono sulle comunità che ho a cuore e di cui sono parte.
  • La dedizione alla mia salute fisica e al vivere bene è diventata una mia priorità. Da persona che ha passato decenni nei traumi prima di liberarsi e tornare alla sicurezza, mi rendo conto dell’impatto che questo ha avuto sul mio fisico e sulla mia salute. Mi piace l’equilibrio, ma so bene che quando la salute se ne va all’inferno fare qualsiasi altra cosa non è facile.’
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