Se tra compagn* si pratica il “sessismo militante”

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Ci sono cose che per amore di militanza non sono dette a voce alta. Ricorre un’omertà che ci fa male o di sicuro fa male a me. Se un compagno ti molesta non va bene dirlo perché contribuisce alla demonizzazione che la società fa dei contesti antagonisti. Ma chi sa discernere sa bene che dire di uno che è stronzo non vuol dire che lo sono tutti. È la pretesa superiorità morale di tutti gli uomini di sinistra o anarchici che invece diventa mezzo di assoluzione per tutti, un po’ come quando dici che le donne, dato che alcune tra loro sono vittime di violenza, allora dovranno tutte essere considerate vittime.

Tra compagn* siamo abituat* a ironizzare sulle nostre contraddizioni. C’è quello che dice di essere tanto anarchico e poi posta sulla sua pagina facebook una gogna a settimana includendo varie istigazioni al linciaggio, con tanto di legittimazione del giustizialismo e della galera. C’è il modello complottista, diversamente stalinista, che dice che tu sei finanziata da Soros se sputi sul suo paternalismo e che difende Putin anche se fa cagare. C’è quello che addirittura pensa di avere le carte in regola per poter dare o togliere patenti femministe e già che c’è agisce da squadrista e passa sulla tua testa e su quella di altre compagne decidendo che sui diritti delle donne ne sa più lui di quanto non ne sappia tu.

C’è il leader di ‘sto cazzo che se sei donna e vuoi fare militanza devi iniziare a militare a partire dalla pulizia del cesso. Perché anche nei nostri contesti, diciamocelo, c’è a volte una assegnazione di ruoli in base al genere. Tutto appare molto bello fintanto che non si arriva al tema di vero e proprio contrasto anche in contesti compagni. Quando si parla di molestia ci sono quelli che, appunto, fanno i paternalisti e ti difendono perché aspirano a rivestire un ruolo in cima alla graduatoria patriarcale e poi ci sono quelli che invece negano all’infinito che alcune cose possano accadere.

Non serve dire che non mi piacciono né gli uni e né gli altri. Non aspiro a essere difesa da un cavaliere maschilista e fuori moda e non vorrei essere compagna di chi non tratta la politica in senso intersezionale. Se viene, giustamente, chiesto a me che sono femminista di ampliare le materie di interesse militante includendo, con l’antisessismo, anche l’antirazzismo, l’antifascismo, l’antispecismo, perché allora io non dovrei aspettarmi da un compagno che consideri l’antisessismo assieme a tutto il resto?

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Lo so che c’è chi può strumentalizzare quello che scrivo ma giuro che conosco tantissimi meravigliosi compagni che adoro e con i quali scendo in piazza molto volentieri. E poi. Poi c’è anche uno come Michele che è molesto e che però viene considerato un buon compagno perché si fa il culo su altri fronti. Non mi sono mai fatta problemi a toccare e farmi toccare. Il mio non è un giudizio moralista e non ho mai avuto problemi a fare sesso occasionale, duraturo, anche sveltine, con chi mi piaceva. Ma ho il diritto di dire di no e non per questo Michele ha il diritto di trattarmi da zoccola. Non si tratta solo di lui ma anche delle sue amiche che per la mia “disponibilità” sessuale mi hanno più volte giudicata con vari eufemismi giusto per non chiamarmi “troia”.

Le ragazze sono forse gelose (?), o non so. Capisco che si tratta di uno stereotipo sessista ma non so che altro possa spingerle a guardarmi come se avessi la peste. Sono carina, corteggiata, non sono stupida, e per quello che mi riguarda sono disponibile a restare in pace con chiunque, se non mi fanno male. Uno come Michele, invece, mi tratta male perché se la do a tutti non capisce perché non la do a lui. Altro cliché di merda. Un’inutile regresso nelle relazioni tra compagni sul quale non si apre alcuna parentesi politica. Non se ne discute con la stessa serietà dedicata all’atteggiamento razzista che viene messo in discussione per ben due ore in assemblea. L’atteggiamento sessista è come fosse una questione privata, da risolversi “tra noi” e non politicamente.

Non sto parlando di mettere alla gogna qualcuno, di processarlo in assemblea, di denunciarlo o chissà cosa, perché a me, anarchica, non piacciono affatto quelle opzioni, ma si potrebbe trovare un modo per discuterne, per alimentare anticorpi necessari, per crescere collettivamente, per trarne insegnamento e per sentire, una volta tanto, quello che io ho da dire, io compagna femminista eccetera. Michele ha un modo di fare molesto. C’è chi dice che lo fa con tutte, che non devo prenderlo sul serio, ma a me sembrano tutte scuse e se Michele fa il coglione ambiguo, volgare e squallido, che dietro un A.C.A.B. e un “bruciamo le galere” nasconde un “quanto sei troia”, scusate ma io non riesco a vedere il suo valore militante.

Non me ne frega un cazzo se lui attacca manifesti e si fa il culo per il movimento. Non importa se lui ha una storia familiare di qualunque tipo, perché ho avuto i miei guai anch’io e dopo essermi liberata da una famiglia con un padre sessista e una madre che sorvegliava la mia verginità mi aspetto che la mia esigenza di liberazione sia accolta, condivisa, supportata. Ho lottato per liberarmi nella vita privata e non vedo perché devo tacere quando si tratta della mia vita militante e pubblica. Non cerco riconoscimento dai compagni, non dapprincipio. Almeno poterne parlare con le compagne. Ma lì è pure peggio. Le compagne sono ancora più inaccessibili di alcuni compagni. E i compagni si dividono, appunto, in paternalisti e maschilisti con uomini antisessisti e senza pregiudizi che sono, almeno nella mia piccola realtà, in minoranza rispetto agli altri.

Gli altri sono quelli che se gli dici che devi dare supporto alle rivendicazioni di una sex worker o di una che vuole fare film porno ti guardano malissimo e danno a cesare quel che è di cesare e agli anti/zoccole quel che è degli anti/zoccole. Mentalità bigotta, specie in quelli che hanno un’età attorno ai cinquanta anni. Misogini. Stronzi. Si galvanizzano per battute sessiste e omofobe. Omofobi che non si definiscono tali perché non è politically correct.

Finisco: dato che si è aperta su Abbatto i Muri la settimana dell’antisessismo nei luoghi militanti io do questo mio piccolo contributo. Sperando che serva.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. Grazie. adesso che lo dici così ho capito che è esattamente questo aspetto che da giovane mi ha sempre tenuta lontanissima dalla militanza di gruppo, quello per cui devi versare il cervello alla cassa comune in nome dei superiori principi che siamo così bravi a difendere a chiacchiere e a calpestare a parole. Avrei dovuto capirlo prima, meglio tardi che mai.

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