#Femminismi e #Antiviolenza: quello che non farò a novembre!

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Mi chiedono cosa farò a novembre, targato ormai come mese contro la violenza sulle donne. Posso dirvi quello che NON farò.

Non mi lascerò coinvolgere da chi usa il 25 novembre senza sapere niente del 25 novembre.

Non mi lascerò coinvolgere dalle professioniste del vittimismo, da chi usa l’antiviolenza come brand per vendere qualunque cosa, incluse linee politiche, leggi di governo, fashion victim per raccontare le donne come infanti non in grado di intendere e volere o di saper usare strumenti, da loro richiesti, per difendersi da sole.

Non chiederò alle donne di autocommiserarsi. Non racconterò la violenza sulle donne come una cosa neutra, buona per tutti i palati, a legittimare omofobe, fanatiche dell’anti/gender, moraliste e antiabortiste, come se l’aborto negato, da obiettori di coscienza e no-choice, non fosse già una violenza.  Non separerò l’antiviolenza dalla lotta per i diritti di ciascun@, raccontando la violenza per quel che è, un meccanismo di potere esercitato da chiunque, includendo la violenza economica, autoritaria, istituzionale, di quei sedicenti tutori che dicono di volerti difendere e invece usano ti reprimono se scendi in strada per rivendicare reddito, casa e lavoro.

Non negherò che novembre, e soprattutto la data del 25, siano usate per fare marketing sulla pelle delle donne. Sono date che rafforzano la necessità istituzionale di piegare le lotte al punto di normalizzarle e farle diventare nuovi dispositivi di potere.

Non ascolterò programmi televisivi in cui una presentatrice affranta usa i lividi di qualcuna per fare audience. Non mi interesserà partecipare alla svendita di gudgets, parole, statistiche, immagini, che raccontano un femminismo necrofilo che usa la figura della “vittima” per accreditare l’industria del salvataggio e offrirlo al mondo come modello sociale. Sii vittima e sarà l’istituzione machista, con le matriarche al seguito, a difendere te che torni ad essere una fanciulla fragile, bisognosa di aiuto e non in grado di autodeterminare alcunché.

Non sarò la borghese o la figlia mantenuta da papà che dall’alto della propria posizione senza preoccupazioni economiche offre parole in vecchi e nuovi “manifesti” dal sapor senonoraquandista, lasciando che piovano dall’alto a chi non coglie, a volte, il fatto che i percorsi devono essere partecipati dall’inizio e che ogni parola dovrà corrispondere e coinvolgere la partecipazione di tutte le parti che si dice di voler rappresentare.

Non firmerò appelli che contengono punti chiusi, non modificabili, autoritariamente imposti, per chiamare a raccolta le donne, ritenute idiote, cui offrire un’arma di distrazione di massa allontanandole da altr* compagn* di lotta e dalle battaglie, personal/politiche che combattono tutti i giorni.

Non lascerò che alcune soggettività siano escluse dal racconto di “femministe”, parziali, propagandistiche, che strumentalizzano le vittime, le loro ferite, per definire confini a limite del patrimonio culturale femminista, e dunque per presentarvi le trans, le sex positive, le sex workers, le porno femministe, le donne autodeterminate tutte, qualunque scelta facciano, come nemiche, solo perché a loro stanno sulle ovaie.

Non lascerò che zone non aperte ad un reale confronto, pronte a criminalizzarti, a diffamarti, se la pensi in modo diverso, possano sovradeterminare donne che vengono censurate perché non intendono delegare la propria lotta ad alcune signore, dall’indignazione incontinente, che trattano il femminismo come una religione autoeleggendosi a guardiane del tempio.

Non lascerò che alcune parlino a nome di tutte, ponendo un muro tra quelle che firmano l’appello tal dei tali e quelle che no, al di là del quale starebbero le vere femministe e al di qua le false. Chi vuole il monopolio, l’egemonia culturale su quel che riguarda le questioni di genere, ha una sola aspirazione: diventare fascista, nella pratica, nei modi. Ed essendo antifascista non potrò mai accettare che alcune impongano ad altre, come fanno le antiabortiste, le fondamentaliste di qualunque genere, certe abolizioniste della prostituzione non libertarie, una visione morale non condivisa da tutte.

Le donne sono tante e diverse, non sempre biologicamente connotate, e una lotta che voglia ritenersi tale dovrà prendere in considerazione donne, uomini, gay, lesbiche, trans, precari*, migranti, sex workers, porno attrici, baby sitter, disabili, commesse, monogami e poliamorose, quelle che fanno sesso alla missionaria e le amanti del bdsm, quelle che vogliono un figlio e quelle che invece non lo vogliono affatto, quelle che hanno bisogno di reddito e se ne fregano delle teorie strampalate di chi strumentalizza novembre per evitare di parlare di violenza economica, e quelle, tante, che si raccontano attraverso queste pagine, con storie che leggiamo senza giudicare.

Detto ciò, ditemi, di che lotte vorrete lottare domani? Quali parole volete usare per definire il vostro mese di novembre?

Un abbraccio a tutt*

Vostra

Eretica

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