Il gruppo femminista e la teoria che si scontra con la realtà

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Con un panino in una mano e una birra nell’altra mi concedo un momento di pausa prima di affrontare una merdosissima serata. Su un’altra poltrona c’è Renato privo di connessione con il mondo. Guarda nel vuoto, non parla, ogni tanto sorride e il suo stato è quello di un coglione che per disconnettersi dal mondo si massacra di canne, vino e ketamina.

Qualche ora prima stavamo provando a fare sesso ma a lui non gli si rizzava e non riusciva neanche ad essere partecipe per far venire me. Odio restare a fare la guardia a un corpo inanimato. Mi nutro e vado alla riunione con le altre. Si tratta di capire se dobbiamo intervenire o no in un caso di violenza e sfruttamento. Con le compagne è difficile parlare di prudenza. Loro vanno a diritto e nulla può fermarle.

Il piano è questo: “liberare” una prostituta di strada, ospitarla da qualche parte e dirle che se denuncia il suo pappone noi siamo con lei. Nessuna però ha valutato le possibili conseguenze. La più cazzuta tra le compagne dice una cosa tipo la lotta non è un pranzo di gala, o qualcosa del genere. Una del gruppo ha un aggancio con un ragazzo che conosce un altro ragazzo che conosce una ragazza che si prostituisce. Organizziamo una riunione segreta in un luogo segreto che neanche gli agenti segreti potrebbero scovare.

Le compagne avanzano guardinghe, la capa va in ricognizione e segnala il via libera. Sicure di non essere seguite (ed è tutta paranoia, mania di persecuzione e megalomania) avanziamo nella notte, giungendo a destinazione attraverso un percorso durato almeno un’ora. Il posto si trova praticamente all’angolo ma per dare filo da torcere ai cattivi camminiamo per circa tre chilometri. Varchiamo la soglia con soddisfazione e siamo lì, senza esperienza, con i soli ideali nella testa e in mano, a dire a una giovane donna straniera che potrà contare su di noi e l’accompagneremo in tutto.

Lei dice che non vuole denunciare nessuno e che quella è la sua unica fonte di reddito. Dice che per lei va bene così. Manda i soldi a casa e nel frattempo sta pensando di mettere qualcosa da parte per viaggiare e andare un po’ più a nord. In Germania, forse, o in Olanda.

La compagna cazzuta dà il via alla sua opera di persuasione. A volte penso che il nostro non sia un gruppo femminista. Sembra un ordine religioso, le suore del sacro ordine delle scassa minchie (o fiche). Le parla come si parla a un bambino che ha la febbre alta. Non fa neppure finta di ascoltarla. La prostituta si arrende, sorride, ma sta quasi per abboccare.

Fa comunque due domande chiare: mi trovate un altro lavoro? Mi fate avere il permesso di soggiorno? La capa aggira la questione e parla di rispetto del corpo, liberazione dagli abusi, lotta anticapitalista, e lo sguardo della prostituta si fa sempre più ironico. Dice che in realtà ha capito ben poco e dunque noi siamo costrette in ritirata.

L’amico dell’amico dell’amica viene comunque informato del fatto che abbiamo fatto breccia. Non è quello che è sembrato a me ma le compagne sanno il fatto loro e quindi faccio a meno di metterle in discussione. Sono vagamente infantili e un po’ autoreferenziali ma in buona fede. Non hanno certo, però, i problemi economici che ha la prostituta. Non saranno espulse non appena tirano fuori il naso dalla clandestinità e quindi hanno la tendenza ad essere poco pratiche e molto lontane dalla realtà.

All’incontro successivo portiamo un avvocato. Impegnato nella difesa dei diritti civili, giovane, carino. Sono stata a letto con lui un paio di volte e direi che lui ottiene buon sesso in cambio delle sue prestazioni professionali. Quel che si dice sui nostri ambienti è infatti che c’è “fica”. Da lì dipende lo stimolo a far opera di volontariato per alcune persone.

La prostituta dice che in passato aveva creduto alle false parole di un membro delle forze dell’ordine che le aveva promesso il permesso di soggiorno. L’avvocato le dice che stavolta può essere diverso. Lei può denunciare, sarà considerata vittima della tratta e quindi non potranno espellerla. In realtà le cose sono andate in un modo un po’ diverso. La ragazza viene beccata in un’altra circostanza: portata in un Cie ed espulsa dopo un po’ di tempo.

Sto tentando di pulire un cavolo per cucinarlo. Sono abbastanza fatta e ho già bevuto due bicchieri di vino. Renato resta fermo a contemplare il muro. Parlo da sola. I compagni che dormono nell’altra stanza sono tornati a fare visita ai genitori per il fine settimana.

Se non cancelli la discriminazione razziale non puoi offrire speranza. È crudele regalare illusioni perché sai che non potrai fare niente per cambiare le cose. A volte, per quel che dicono le compagne, mi pare di sentire le signore benestanti che sono felici all’idea di togliere dalla strada le battone per poi condurle a diventare serve nelle loro ricche case. Tu che sei troppo giovane per considerare le implicazioni di quel che fai o prometti non puoi certo capire. Soprattutto se ti barrichi dietro l’alibi della lotta alla violenza sulle donne.

È sbagliata la filosofia, perché sarebbe meglio chiedere cosa vogliono e poi tentare di aiutarle a raggiungere i loro obiettivi, invece che imporre un punto di vista che parla solo di questioni morali e mai di questioni economiche. Se tu non hai problemi di soldi perché ti mantiene il papà o perché lavori e hai uno stipendio non puoi capire quanto sia difficile emanciparsi economicamente da una situazione di bisogno.

Il cavolo è dentro la pentola. L’acqua bolle e ribolle e cerco qualcosa per accompagnare la pietanza. Un pezzo di pane duro e un po’ di pasta. Vada per la pasta. E penso a quelle donne che attraversano il deserto e vivono in situazioni disastrose per arrivare qui da noi. Penso sia comodo eleggersi rappresentanti di donne che non sono neanche in condizione di parlare per se stesse. È comodo scendere le scale, attraversare un paio di isolati e arrivare alla sede in cui un gruppo di donne annoiate e armate di enormi intenzioni fissano gli ordini del giorno.

Telefono a una compagna e dico “stasera non vengo”. Mi spiace ma non riesco. E sono almeno tre anni che non riesco. ..

Ps è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. Trovo molto costruttiva la pubblicazione di testimonianze di questo genere, mi riferisco anche al precedente scritto sull’occupante cacciata perché promiscua.
    Andrebbero maggiormente diffuse e soprattutto dibattute in ambienti di militanza, che in molti casi, soprattutto quelli dimensionalmente piccoli ma non solo, mostrano un’irrilevanza che fa spavento, oltre a presentare tutti i cliché che anche al potenziale compagno di lotta, fanno pensare che certi soggetti, alla fine, sono giusto “zecche” come sostengono celerini e fasci.
    Buona parte dell’universo di sinistra radicale è mal messo e per quanto sia vero che “la rivoluzione non è un pranzo di gala” (grazie Mao…), bisogna comunque essere in grado di fare analisi e poi trarne una strategia percorribile, altrimenti si finisce a pisciare controvento, come nella storia qui raccontata, o peggio come verificatosi recentemente in Grecia.

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