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Quando mia madre negò che suo fratello mi molestava

Venticinque anni fa sono scappata da casa e da allora non sono più tornata. Avevo litigato con mia madre. Aveva messo in dubbio la mia parola quando dissi che suo fratello mi aveva molestata. In quel momento lui viveva con noi. Era in difficoltà economiche e veniva fuori da una grossa crisi personale. Io gli volevo molto bene ma lui deve aver scambiato il mio affetto per disponibilità a fare altro. Avevo compiuto da poco 19 anni. Frequentavo l’università. Lui disse che non sarebbe stata né la prima e né l’ultima storia tra zio e nipote. Tentai di dirgli, in modo gentile, che io gli volevo bene solo come si vuol bene ad un parente. Per me era diventato anche una specie di fratello maggiore, giacché era dieci anni più giovane di mia madre e dieci anni più grande di me. Non ci fu verso di farglielo capire. Me lo ritrovavo dappertutto. Entrava nella mia stanza. Mi aspettava per vedermi comparire con l’asciugamani dopo una doccia. Non mi sentivo libera di fare niente. Se prima anche la mia nudità era naturale, nei limiti in cui può esserlo con uno zio che in qualche modo ti ha cresciuta, in costume da bagno, reggiseno e mutandine, pigiami o camicie da notte fresche e corte per l’estate, poi per me diventò impossibile girare per casa senza indossare almeno un paio di jeans e una maglietta. Avevo preso l’abitudine di chiudermi a chiave in stanza e provai a dire a mia madre che suo fratello mi stava mettendo in una brutta situazione.

Dissi che ero una ragazza e lui un giovane uomo e non mi sentivo a mio agio in nessun modo. Mia madre, per tutta risposta, disse che conosceva bene suo fratello e sapeva che non mi avrebbe fatto mai del male. Piuttosto ero io che dovevo smettere di circolare per casa mezza nuda. Era luglio di venticinque anni fa. Si schiattava dal caldo e io dovevo indossare un burqa mentre mio zio stava in pantaloncini corti e a torso nudo. Dissi a mia madre che per prepararmi bene per alcuni esami da dare in autunno era necessario che mi trasferissi da un’amica. In una settimana mi organizzai per lasciare casa mia e andare a vivere con un ragazzo che avevo conosciuto un po’ di tempo prima. Avevamo una specie di relazione, senza impegno, ma in quel momento si rivelò un amico, l’unico disposto a credermi. Non vi nascondo che per me fu molto difficile, trovare un lavoro, mantenermi, studiare, ma dopo altri sette anni, con molto ritardo rispetto ad altri, mi laureavo in psicologia. Da tempo abitavo con un altro uomo che mi aiutava moltissimo, e devo dire che, contrariamente a quel che dicono alcune, per me gli uomini sono stati punti di riferimento assai migliori delle donne, inclusa mia madre.

Accettai di fare tirocinio e cominciai ad alternare il lavoro alla fatica di dover costruire qualcosa per il mio futuro. Non fui in grado di terminare il lungo periodo di pratica e studio per diventare una terapeuta ma potevo aspirare ad altre mansioni che richiedevano la laurea nella mia disciplina. Mi presentai ad uno degli ultimissimo concorsi per un impiego pubblico. Fui assunta a tempo indeterminato e così pensai di concedermi una lunga vacanza da tutti i miei punti di riferimento. Ero indipendente economicamente, finally. Casa da sola, un cane, che per me era un figlio, un’automobile che mi portava dappertutto, qualche viaggio e incontri, molto lontani gli uni dagli altri, con i miei parenti. Molte persone dissero che sarebbe stata ora di farmi una famiglia e sarebbe stata anche la mia ultima occasione per potere avere dei figli. In questo non sono stata granché originale. Mi riavvicinai all’uomo che mi aveva sostenuto per tanto tempo e mi sono detta, a proposito di un figlio, se non con lui allora con chi? Era la persona adatta. Lui. Il punto è che non lo ero io. Dopo un anno nacque mia figlia. Cominciai allora ad avere attacchi di panico, sintomi di depressione, e decisi di allontanarmi dal nucleo familiare per riprendermi e tornare con maggiore equilibrio quando sarei stata in grado di farlo.

Il mio piccolo appartamento distava da quello del mio compagno poche centinaia di metri, eppure mi sentivo libera da qualunque peso. Lontana da tutto, figlia inclusa. Con quella stessa sensazione di sollievo che sentii quando lasciai casa di mia madre. Fu allora che conobbi un uomo con il quale tutto fu più semplice e chiaro. Mi innamorai di lui senza poter fare nulla per impedirlo. L’intimità, la chimica, il sesso, la compatibilità intellettuale, interessi simili e simili passioni. Lui più giovane di me di dieci anni. Non solo in senso anagrafico. Lo era soprattutto per la capacità di instaurare un rapporto tutt’altro che pigro, basato su una dialettica vivace e uno scambio continuo. Uno scossone per me che ero abituata a stare con chi a volte non riusciva a seguire i miei picchi di vivacità intellettuale. Provai a spiegare al mio, a quel punto, ex compagno quel che era successo e lui diceva che si trattava solo di una fase. Sarei tornata indietro e lui avrebbe atteso come sempre. Gli dissi che non sarebbe stato così e fummo d’accordo sul fatto che nostra figlia doveva rimanere con lui, nella casa che conosceva e dove stava crescendo.

Fu mia madre allora che mi contattò per dirmi che ero una cattiva mamma, e lo diceva proprio lei che non aveva saputo ascoltarmi mentre dicevo che suo fratello era molesto. Mi disse che aveva dato disponibilità al mio ex compagno per tenere la bambina e crescerla per riparare al danno fatto da me. Le dissi che quando un uomo metteva fine ad una storia e si innamorava di un’altra donna non era giudicato così severamente. Dissi che ad un uomo era data la possibilità di viversi un amore o prendere una lunga vacanza per pensare a stesso. Perché per le donne deve essere così difficile? D’altronde mia figlia era con suo padre e non con uno sconosciuto di passaggio. Così fu che per telefono, un bel giorno, mia madre disse che i bambini non devono stare da soli con i padri perché se quei padri non hanno una donna a contenere e soddisfare i loro istinti sessuali allora avrebbero molestato i figli e le figlie. Lì per lì misi giù il telefono, non volli più ascoltarla, ma poi, più tardi, decisi di andarla a trovare per dirle quello che pensavo di lei. Le dissi ancora quel che suo fratello aveva fatto e le rinfacciai di non avermi difesa, in quel momento. Le dissi che era una sessista di merda e che attribuiva ad altri uomini quello che forse avrebbe dovuto vedere nella sua stessa famiglia. Dissi che il mio ex compagno non era un orco e che lei non si sarebbe mai più dovuta fare vedere attorno a mia figlia. Riferii al mio ex quello che lei aveva detto e lui, a quel punto, disse che avrebbe protetto nostra figlia da quella donna di merda.

Sto ancora con l’uomo che mi ha fatta innamorare. Mia figlia abita sempre con suo padre e la vedo un paio di volte a settimana salvo quando io e il mio ex ci mettiamo d’accordo per lasciarlo libero di viversi i suoi impegni o le sue vacanze. Anche lui ha incontrato una nuova compagna. Splendida donna che è sempre stata molto dolce con mia figlia. In qualche occasione ci vediamo, tutti assieme, per riunire la nostra famiglia allargata che non comprende affatto mia madre, mio zio, e tutta la mia parentela sparsa. Questa è la mia storia che racconto per dedicarla alle donne, alle madri, che si sentono in colpa quando affidano i propri figli ad altri e nel frattempo costruiscono la propria vita. La dedico alle donne e agli uomini che non hanno mai vissuto bene con i propri genitori e a tutt* quell* che non sono mai stat* credut* quando hanno raccontato di aver subito delle molestie. Siatene cert*: la vita vi restituirà quello che qualcun@ vi ha tolto. Non so il perché ma è quello che succede.

Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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