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E per fortuna che c’è la Marija

Il punto di incontro è sempre lo stesso. Mi chiede in cambio un pompino e poi mi consegna un po’ di marijuana. Mi basterà per un paio di giorni. Non di più. A casa rollo la canna e fumo guardando la televisione. Non c’è nulla di interessante e cerco il portatile per curiosare tra le ultime mail. Mi ha scritto quello stronzo del mio ex con la minaccia implicita che non smetterà mai di perseguitarmi. Non ho voglia di pensarci e allora cerco un video eccitante su youporn. Mi tocco già alle prime immagini e con l’altra mano cerco scene che mi facilitano l’orgasmo. C’è uno che gliela lecca e sembra un cane che sbava sulla faccia del padrone. Cerco un altro video e stavolta seleziono quello con due lesbiche. Qui la leccata è perfetta. La tizia riesce a farla venire senza problemi e godendo a occhi aperti vengo pure io.

Il frigo è tanto vuoto che pare inutile tenerlo acceso. Trovo una fetta di formaggio con la data di scadenza ferma a una settimana fa. Non importa, la mangio lo stesso, anche se ha un retrogusto acido. Mi ci vorrebbe una fetta di pane e qualcosa di dolce. La marijuana mi fa sempre questo effetto. Ho solo un pezzo di pane duro e per disperazione lo cospargo di zucchero e mastico a fatica. Ho un lavoro da finire ma sono in altomare. La mia capa dice che se non lo finisco subito rischio il licenziamento. Mi ha affidato un lavoro noiosissimo. Leggere al posto suo molti documenti e poi relazionare con una sintesi che lei porterà in tribunale. Sono una tirocinante, il che equivale a dire che faccio la schiava per due soldi.

Suona il campanello e vedo Riccardo allo spioncino. Se passa a trovarmi a quest’ora del pomeriggio significa che vuole scopare prima di andare dalla sua fidanzata. Secondo la morale corrente dovrei dirgli di no, ma io non rispetto la morale e mi faccio scopare sul divano. A cosce larghe, lui preme perché gli piace penetrarmi a fondo. Mi tocco e scopro i seni. So che lo eccitano molto. Stringo le gambe sulla sua schiena e mi trascina a letto. Girati, dice, e io gli do il culo. Mezzora dopo siamo ancora qui e io mi esercito a tirarglielo su per un secondo round.

Riccardo esce e il mio problema resta. Ho ancora fame e il frigorifero non si riempie da solo. Scendo a comprare un panino al kebab dal tizio all’angolo. Trovo il mio ex che mi aspetta sotto casa. Mi chiama troia e dice di sapere che mi sono scopato Riccardo. Sono una troia che va con chiunque e io lo interrompo e correggo: io vado solo con chi mi piace. Si fa più gentile e chiede di poter entrare. Ha una giacca nera e se non fosse di una bellezza così comune potrebbe perfino sembrare uno dei vampiri cattivi di True Blood. Lo respingo e minaccio di spezzargli un braccio. Lui sa che sono molto più forte e non potrà mai vincere contro di me. Fottuto stronzo e maledetta me per averlo fatto entrare nella mia vita.

Arriva, tempestiva, l’inquilina del mio stesso pianerottolo. Lui si allontana e ci lascia entrare. La tipa è decisamente bella. Mi è sempre piaciuta e non so come dirle che vorrei eccitarla e farla stare bene per tutta la sera. Riesco solo a dirle che l’aspetto, prima o poi, per un caffè, per conoscerci meglio. Annuisce mentre strofina un occhio e chiede se vedo qualcosa che le è entrato dentro. Mi dà l’occasione di toccarla e scopro un minuscolo insetto nero che riesco a toglierle via. Ringrazia mentre continua a lacrimare. Vorrei dirle qualcosa ma temo di essere banale. Sono certa che io e lei siamo compatibili. Lo sento. Lo so.

L’ascensore segna il terzo piano. Siamo già arrivate. Mi avvicino a lei per salutarla e lei mi respinge, come se avesse paura. Devo averla intimidita coi miei modi un po’ rozzi. Forse ha capito e se vorrà qualcosa da me saprà dove trovarmi. Avrei davvero molta voglia di toccarla. Mi tengo la voglia e vado a sedarmi. Rollo un’altra canna e me la fumo distesa sul pavimento. Qualcuno bussa alla porta. È lei. Piange. Mi abbraccia forte e dice che vuole stare da me per un po’. Ha paura di qualcosa, ecco perché mi ha respinto. Non voleva la toccassi e scoprissi i lividi. Dice che ha una madre malata che la comanda a bacchetta da un po’ di anni. Non le lascia spazio per vivere. Si arrabbia se qualcosa non va precisamente secondo i suoi piani. Poi ha degli attacchi d’ira incontrollata. Non si direbbe a guardarla. Pare innocua. Invece distrugge, spacca, picchia.

Chiedo perché non sta in ospedale e mi dice che la tengono solo per un paio di settimane e poi la rimandano a casa. Non sa come fare. Chi le crederebbe? Chi crederebbe che una vecchina malata picchia la figlia? Come si fa a sottrarsi all’abbraccio mortale di una madre completamente folle? Odio i manicomi e non potrei mai suggerirle un Tso ma vorrei fare qualcosa per lei. Scuote la testa, rassegnata, non c’è nulla da fare. “Devo badare a lei finché non muore“. Lo dice come se quella fosse la soluzione di ogni male. Non so che altro dirle a parte abbracciarla come una sorella. Archivio il progetto di una scopata lesbica. Lei mi saluta e mi ringrazia. Dice che se non disturba tornerà a trovarmi, per parlare d’altro e distrarsi. Invece, poi, non mi capita proprio più di incontrarla. Mi fisso con l’idea che le sia successo qualcosa. Così spio i movimenti di tutte le persone che si fermano al pianerottolo.

Scendo dal bottegaio per prendere un po’ di latte e sento che discute con alcune donne di un brutto incidente che è costato la vita di due persone. Chiedo notizie e mi dicono che inspiegabilmente l’auto ha preso male una curva ed è finita in un dirupo. Forse i freni o forse un errore dell’autista. Dentro c’erano due cadaveri, quello di una vecchia signora malandata e di sua figlia. La ragazza della porta accanto è morta e sento un dolore acuto, lancinante. Odio il dolore. Non posso sopportarlo.

Stesso punto di incontro, stesso pompino e stessa dose di marijuana. Fumo, poi esco sul pianerottolo. Siedo dando le spalle alla porta della sua casa, e resto lì, tutta la sera, pensando a come sarebbe stato se si fosse lasciata amare. Non ho fatto niente per lei, ma, per un attimo, l’ho amata. Sono sicura di averla amata.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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