Sex Working e Amnesty: risposta ad un articolo abolizionista

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di Gabriele

L’articolo in questione, intitolato ‘le voci delle sopravvissute che Amnesty non ha voluto ascoltare’ (15 settembre 2015), è stato pubblicato meno di due settimane fa sul blog abolizionista ResistenzaFemminista. Il pezzo presenta tredici punti di critica (o una tesi che tende in una sola direzione) al documento redatto da Amnesty International a Dublino (agosto 2015). Di seguito propongo una risposta ai tredici punti, risposta che vuole essere a tratti personale, a tratti più ‘scientifica’. Ho riportato la sintesi dei punti dell’articolo originale e il mio commento relativo subito dopo. Il punto 7. è stato diviso in due parti, 7.1. e 7.2., in ragione dell’eterogeneità degli argomenti. Mi scuso in anticipo per ogni inadeguatezza e imprecisione: i mezzi di ricerca a mia disposizione sono al momento limitati. Spero che questo testo sia di vostro gradimento e aiuti a fare chiarezza in un discorso condotto, il più delle volte, in maniera purtroppo retorica e oscura. 

  1. Sintesi: Resistenza Femminista racconta che Amnesty sosterrebbe la depenalizzazione di bordelli, sfruttatori, e poi definisce i clienti in un sol gruppo formato da “responsabili della violenza e dell’abuso” contro le prostitute. Per demonizzare ancora di più la posizione di Amnesty si racconta che si verrebbe a creare quel che accade in Germania e anche lì va giù di disinformazione. Quel che di vero c’è sulla Germania lo trovate scritto a partire da QUI (in fondo al post trovate altri articoli e testimonianze che raccontano la reale situazione della Germania).
  1. Risposta: Innanzitutto, Amnesty non sostiene la depenalizzazione delle parti terze, semmai la linea della ONG la comporta. L’Associazione mostra soltanto che la depenalizzazione di ‘tutti gli aspetti del sex work’ è una condizione necessaria ‘to ensure that sex workers enjoy full and equal legal protection from exploitation, trafficking and violence.’ Ciò significa che Amnesty chiede di riconoscere la differenza tra chi lavora nell’industria sessuale e chi sfrutta. Comprare servizi sessuali o gestire un bordello non equivale di per sé a sfruttare i/le sex workers. Semplicemente, che qualcuno lavori per garantire una qualsiasi attività non vuol dire di per sé che sfrutti chi svolge tale lavoro. Amnesty propone di marcare la differenza e di prevenire ed evitare così ogni forma di sfruttamento.
  1. Sintesi: Amnesty dice di aver affrontato la questione “from the perspective of international human rights standards” (“secondo la prospettiva internazionale della protezione dei diritti umani”). Per Resistenza Femminista questo non è assolutamente vero. 
  1. Risposta: Se vogliamo definire ‘violazione’ come ciò che è definito tale da un ente che decide cos’è violazione, allora ok. È una cosa un po’ circolare, ma non porta molto lontano. Di più, è una cosa un po’ legalista, senza alcuna idea di legittimità: se un trattato stabilisse che bere caffè è violazione, allora così sarebbe e non potrebbe cambiare; se chiedessi perché bere caffè è violazione mi si risponderebbe ‘perché lo dice il trattato’. Ossia, la risposta sarebbe: ‘perché sì (zitto e mosca)’. Al contrario, Amnesty sembra suggerire un modello più legittimista, affermando che va rilevata violazione laddove si ha un danno. E sembra anche aggiungere che è cosa miope, oggi, dire che il commercio di servizi sessuali corrisponde sempre a un danno, soprattutto quando sono i/le sex workers stessi a rivendicare quello che fanno. Inoltre, clienti 99.9% uomini e sex workers più dell’80% donne? Su quali fonti si basano questi dati? Fonti di che anno? Strano che si abbia accesso a informazioni così dettagliate quando proprio il regime di illegalità non permette una chiara analisi del fenomeno.
  1. Sintesi: RA afferma che Amnesty avrebbe presentato la sua proposta di depenalizzazione in modo fuorviante, continuando a dire che non riguardava sfruttatori, bordelli e compratori (ovvero i clienti che le abolizioniste vorrebbero criminalizzare).
  1. Risposta: Amnesty nota semplicemente che non si può depenalizzare chi vende un servizio senza depenalizzare anche chi lo acquista. Altrimenti si dà un assurdo formale: una condizione in cui un* può vendere qualcosa ma nessun* può acquistarlo. E che tutela del sex work è? Ovviamente, e questo Amnesty lo dice chiaramente, chi compra un servizio sessuale non è punibile solo e soltanto nella misura in cui rispetta i diritti di chi lo vende. E questi diritti possono essere garantiti e tutelati solo attraverso la depenalizzazione del mercato sessuale, ossia: attraverso il riconoscimento del sex work come lavoro. Di nuovo, Amnesty propone di distinguere chiaramente tra lavoro nell’industria sessuale e sfruttamento; al contrario di quanto detto dagli/lle abolizioniste, questa risulta proprio la condizione ottimale per identificare ogni tipo di abuso e, quindi, combattere sfruttamento e tratta.
  1. Sintesi: Secondo RA nel documento di Amnesty sarebbe contenuta la criminalizzazione delle persone che si prostituiscono.
  1. Risposta: Questo punto è scritto in modo molto confuso e dice ben poco. Il titolo è fuorviante. Amnesty non dice mai che i/le sex workers vanno depenalizzati qui sì e lì no; semplicemente, l’associazione non si permette di pronunciarsi sulle modalità attuali con cui ogni stato dovrà gestire la depenalizzazione. Riconoscere il sex work come un’attività commerciale lo rende, ovviamente, sottoposte alle leggi specifiche dei singoli Paesi. Ma questo tipo di ‘restrictions’ è lo stesso che si applica a qualsiasi altra attività. Esattamente come in Italia ci sono certe regole per la vendita di cibo, al di fuori delle quali il commercio è da considerarsi illegale. Amnesty non si pronuncia su queste decisioni specifiche, rimettendole al potere degli stati. Ad esempio, in alcuni casi il sex work potrà essere regolamentato (che non vuol dire soltanto depenalizzato), in altri potrebbe esserci regolamentazione parziale e via dicendo. Questo sembra quasi ovvio se si riconosce che gli stati e le culture nel mondo sono tanti e le condizioni dei/lle sex workers del Belgio non possono essere le stesse di quelle del Burkina Faso. Così facendo, Amnesty lascia semplicemente ampio margine di libertà all’azione dei singoli paesi, pur indicando una linea generale.
  1. Sintesi: secondo RA la bozza originale del documento approvato da Amnesty International sarebbe stato scritto da uno “sfruttatore”, così viene definito Douglas Fox.
  1. Risposta: Il signor Fox potrebbe (e probabilmente dovrebbe) denunciare chi sporca la sua immagine e quella di Amnesty. Innanzitutto, Fox è un sex worker. È parte attiva dell’Unione Internazionale dei/lle Sex Workers e ha condotto varie campagne e dibattiti televisivi (specie su Channel 4). È un attivista che da anni si batte per il buon esercizio del sex work, chiedendo quindi la depenalizzazione di clienti e figure organizzative perché solo questo può garantire il pieno rispetto dei diritti di lavoratori/trici del sesso, finalmente riconosciuti come lavoratori/trici. Fox ha fondato la Christony Companions insieme al suo compagno (ora uniti civilmente) John Dockerty. Il motto ‘you call them pimps, we call them managers’ riflette semplicemente la volontà di distinguere tra sfruttamento e lavoro sessuale – che nel caso della Christony Companions è inteso come lavoro all’interno di un’agenzia, che quindi richiede amministratori e organizzatori. Nel 2008 era membro della sezione Amnesty di Newcastle e avanzò una proposta di depenalizzazione del sex work. Tuttavia, questa proposta fu rifiutata in toto e solo nel 2012, quando Fox non era più membro, Amnesty cominciò il processo di indagine che avrebbe portato alla stesura del recente documento (agosto 2015). Amnesty ha dichiarato ufficialmente di non riconoscere alcun ruolo a Fox nella redazione del testo definitivo, né nella sua ideazione iniziale. La linea di Amnesty è stata definita a seguito di consultazioni ad ampio raggio con varie parti in causa (sex workers da tutto il mondo, associazioni di attivisti e di femministe, organi delle Nazioni Unite, organi interni di Amnesty, etc). La ‘paternità’ della proposta rivendicata da Fox è stata fermamente smentita.
  1. Sintesi: Secondo RA la posizione di Amnesty sarebbe stata decisa dal “segretariato internazionale prima della consultazione”. Quindi si racconta che la consultazione non sia stata democratica e che la posizione emersa non sarebbe stata condivisa in maggioranza.
  1. Risposta: C’è stato sicuramente del dissenso – come è naturale che sia. Tuttavia, il processo decisionale di Amnesty è stato elaborato e complesso, coinvolgendo organizzazioni da tutte le parti del mondo e, soprattutto, tenendo primariamente in considerazione le dichiarazioni e i resoconti dei/lle sex workers. La decisione è stata votata regolarmente e mi sembra normale che parte delle critiche siano state infine omesse dal testo definitivo. Che non ci sia riferimento al modello nordico è falso: Amnesty lo condanna e mostra chiaramente come questo abbia portato a vari casi di sfruttamento, violenze e intimidazioni da parte delle forze dell’ordine ai danni di sex workers. Inoltre l’articolo attacca di nuovo Fox: ogni legame tra lui e la ONG è stato smentito e continuare a definirlo ‘pappone’ e ‘sfruttatore’ è diffamatorio.

7.1. Sintesi: RA sostiene che Amnesty avrebbe ignorato la “voce dei gruppi internazionale di sopravvissute” allo sfruttamento. Si mette poi in discussione, com’è di rito per le abolizioniste, il termine “sex worker”. Si insiste poi con il definire Fox un pappone e si contesta il fatto che egli si definisce un sex worker..

7.1. Risposta: Questo punto gioca (disgraziatamente) coi termini. Decidere di chiamarlo sex work serve a molti individui che voglio sottrarsi allo stigma associato al termine ‘prostituzione’. È vero che si cerca di eliminare la connotazione di violenza e degradazione associati al termine, ma eliminare tale connotazione non vuol dire nasconderla (che ne implicherebbe un mantenimento celato). Chi si definisce sex worker intende mostrare che nella sua pratica quella connotazione non c’è, non che è messa tra parentesi. E dal momento che molti di questi individui scelgono liberamente il commercio sessuale e non ne riportano danni diretti, non vedo perché si debba insistere col dire che qualcosa di negativo è proprio del sex work di per sé. Se poi lo si vuole ancora chiamare prostituzione, meretricio, peripatetismo, zoccolaggine (sebbene il termine ‘zoccola’ sia slittato verso un significato debole), si faccia pure. Sono termini.

La richiesta di Fox va compresa in questa luce. Intende dire che chiunque lavori nella sex industry è un sex worker, un po’ come dire che chi lavora nella music industry (compresi manager, produttori, promoters, etc) è un music worker, ossia: un lavoratore nell’industria della musica [o del sesso]. Se invece preferiamo riferire il termine ‘sex worker’ ai/lle sol* prostitut*, potremmo allora chiamare queste altre persone sex manager, sex promoters, etc. Il discorso è interessante al fine di una chiarificazione del lessico tecnico, ma ha poco a che fare con il riconoscimento e la tutela dei diritti. Inoltre, la rivendicazione di non-criminalità per chi lavora nell’industria – e quindi anche di chi organizza e gestisce agenzie – sessuale non è poi così assurda: significa rivendicare lo status di lavoratore per chi opera in un settore che è riconosciuto pienamente legittimo – ed è riconosciuto legittimo solo e soltanto laddove tutti coloro che ne fanno parte sono liberi, consenzienti e legalmente riconosciuti e tutelati (prostitut* compres*). Altrimenti, si parla di sfruttamento, che è da condannare e combattere.

7.2 Sintesi: RA sostiene di stare in contatto con “numerose donne” e prostitute che sostengono il modello nordico. Così descrive le rivendicazioni di persone sfruttate che vorrebbero lasciare, legittimamente la prostituzione (si, ok, ma cosa c’entra questo con chi lavora nell’industria del sesso per libera scelta?). 

7.2 Risposta: Qui c’è di nuovo confusione. Il modello nordico è stato preso in considerazione da Amnesty ed è stato rifiutato proprio perché espone i/le sex workers a elevati rischi e soprusi, anche da parte delle forze dell’ordine. Inoltre, non garantendo alcuno status lavorativo ai/lle sex workers impedisce che i loro diritti vengono sufficientemente tutelati. Molt* prostitut*, contrariamente a quando dice l’articolo, hanno denunciato il modello nordico come pericoloso e inadeguato. Se la signora Chelsea Geddes non conosce nessun* sex worker che avanzi richieste di depenalizzazione delle parti terze vuol solo dire che non conosce moltissime persone in questo campo. Una rapida ricerca online può dimostrare il contrario. In generale: la criminalizzazione delle parti terze sembra utile per quei soggetti che esercitano la prostituzione sotto costrizione e che quindi si sentono violati da clienti e collaboratori. Fin qui tanto bene; tuttavia esiste una larga parte di individui che rivendica e sceglie liberamente il lavoro sessuale e che pertanto non si riconosce nelle premesse di criminalizzazione di parti terze proposte dal modello nordico. Non si capisce infatti perché un’attività che non genera danno ad alcun* (come nel caso di chi sceglie liberamente questa professione) debba essere scoraggiata. Il modello nordico si basa sull’assunto che il sex work è di per sé qualcosa da scoraggiare: depenalizza i/le prostitut*, ma mantiene lo stato di illegalità per le parti terze al fine di rendere impossibile il commercio. Negli ultimi anni, invece, molt* hanno richiesto la fine di questa vessazione e Amnesty ha dato ascolto alle loro voci, insieme a quella di chi si sente sfruttat*. Riguardo ai ‘programmi di uscita’, la ONG ha più volte dichiarato che sì gli stati dovrebbero tendere verso la depenalizzazione di tutte le parti, ma ha pure aggiunto che al tempo stesso andrebbero rafforzate le misure per garantire a chiunque altre possibilità lavorative oltre al sex work. Facendo in modo, insomma, che chiunque voglia farlo possa, ma nessun* che non voglia sia costrett* Il documento di Dublino, distinguendo chiaramente le condizioni di sfruttamento da quelle di libero esercizio del sex work, dà armi di difesa tanto a chi è costrett* sfruttat* quanto a chi è consenziente. Nel primo caso, clienti e papponi saranno comunque perseguiti in quanto sfruttatori, nel secondo saranno perseguiti se sfruttatori.

  1. Sintesi: Secondo RA la proposta di Amnesty si baserebbe sulla premessa “inaccettabile” che il sex work possa avvenire per libera scelta, che dunque vi sia, alcuni casi, consensualità. RA nega questa possibilità e usa la retorica abolizionista per definire tutte le sex workers, in quanto economicamente ricattabili, come vittime.  
  1. Risposta: Anche questo punto si basa su una fallacia. Dire che il lavoro sessuale è sfruttamento è condivisibile; ma lo è perché lavoro, non perché sessuale. La critica alla logica neoliberista non va certamente rigettata, ma bisogna riconoscere il sex work come una tra le moltissime attività a cui un soggetto può essere costretto da precarietà economica. Se si dice che non è consensuale chi esercita un’occupazione in mancanza di scelta, allora si deve dire che questo vale in ogni caso: commessi, lavoratori part time, personale delle pulizie, etc. L’argomento dell’articolo è che vendere la propria forza-lavoro è una condizione di sfruttamento: vero, ma vero sempre. Non c’è nessun motivo evidente per cui un’attività particolare (leggi: il sex work) vada isolata e vista come il luogo dello sfruttamento per antonomasia. Inoltre, vanno distinti due punti. [a] Può darsi che alcune persone, pur in presenza di altre offerte, scelgano comunque il sex work. Può darsi che non solo non lo ritengano aberrante, ma lo considerino addirittura piacevole, bello, bellissimo. Molte voci esprimono questa volontà – certo, è facile tapparsi le orecchie e poi dire che nessuno ha parlato. Se non ci credete, lo faccio io: tra una lunga serie di lavori possibili, il sex work sarebbe sicuramente tra i favoriti. È chiaro che comporterebbe dei problemi, ma questi dipendono proprio dal clima di illegalità, dalla difficoltà di accesso a risorse sanitarie e aiuti legali, da rischi di essere sottopost* a soprusi – tutte cose ascrivibili alla criminalizzazione del lavoro sessuale. [b] L’articolo mette in chiaro le ragioni per cui il sex work è visto sempre come sfruttamento. ‘Stupro a pagamento’. Inviterei chi l’ha scritto a dare ragioni di come un rapporto consenziente possa essere considerato stupro, e soprattutto perché ci si voglia sostituire al giudizio di quelle persone che dicono di voler intraprendere il lavoro sessuale. Mi sembra che l’argomentazione si basa sull’assunto morale – e indimostrato – che il sesso sia qualcosa di altro rispetto alle altre pratiche umane, qualcosa di cui il commercio costituirebbe uno svilimento di per sé. Ma non si capisce la ragione di quest’idea. Se anche per molti individui il sesso è qualcosa di così prezioso[1] da non poter essere venduto, non è chiaro perché il sesso debba essere così per tutt*. Similmente, non è chiaro come chi afferma questo possa negare di star imponendo la propria volontà e la propria visione della sessualità a molti individui – in altre parole: mi sembra chiaro che chi dice di voler difendere i sex workers l* stia piuttosto delegittimando, costringendo e danneggiando. Se ci sono argomenti a supporto di una visione universale della sessualità, che li mostrino. Ma finora non l’hanno fatto.
  1. Sintesi: RA afferma che ci sarebbe perfino un conflitto di interessi perché Amnesty avrebbe ricevuto finanziamenti da George Soros e dai governi britannico e statunitense. Da qui in poi si descrivono una serie di accuse complottiste che gettano discredito su Amnesty invece che argomentare le bizzare convinzioni abolizioniste.
  1. Risposta: Errore. Il sex work è ufficialmente finanziato dalla CIA. Quella che sparge le scie chimiche.
  1. Sintesi: RA scrive che la definizione di “tratta” verrebbe ristretta per ampliare quella del sex work per libera scelta (???). Si mette perciò in discussione il termine “coercion” usato da Amnesty.
  1. Risposta: Un altro errore. Amnesty dice ‘coercion’, coercizione, e l’articolo la intende come ‘coercizione violenta’. Si capisce chiaramente che ResistenzaFemminista gioca sul termine ‘violenza’ limitandolo al caso del traffico o della violenza fisica. Ma ‘coercizione’ ha una sfumatura abbastanza ampia da includere le costrizioni psicologiche, sociali, familiari. Di nuovo non si capisce la differenza tra chi sfrutta e chi opera all’interno di un sistema in cui tutte le parti sono libere e consenzienti. In quest’ultimo caso, dove sarebbe la ‘coercizione’? O stiamo forse parlando di una violenza così aerea da non essere percepita da nessuno, da non limitare nessuno e da non danneggiare nessuno? Non si capisce come possa qualcun* costringere senza che qualcun* altr* venga costretto. Ovviamente loro direbbero che anche quei/lle sex workers che non non si sentono costrett* lo sono, senza sapere di esserlo. Ma in mancanza di un’evidenza per tale assunto mi sembra più verosimile che siano proprio gli/le abolizionist* a delegittimare quei soggetti che invece chiedono di esprimersi liberamente. Di nuovo, è facile non dire che una voce non ha validità solo perché si è deciso (senza dimostrarlo) che la persona che la produce non è in grado di esprimersi. Riguardo ai punti: [a] Niente che non si sia già detto (vedi il punto 7.2). [b] A proposito della tesi di RA che afferma che il sex working riguardi esclusivamente le donne. È probabile che la disparità di genere sia importante. Se anche fosse, il problema sarebbe a livello dei rapporti generali uomo-donna, mentre qui si sta parlando di diritti civili e lavorativi dei/lle sex workers. Inoltre 1) perché si assume che i generi siano solo due e che l’influsso del ‘patriarcato’ si eserciti solo ai danni della donna? 2) Perché si crede che il discorso del sex work riguardi solo donne prostitute? 3) Perché si dice che le donne ‘vendono il proprio corpo’? 4) Perché si dice che lo fanno solo per vivere (mentre alcun* possono farlo perché a loro piace – e poi anche per vivere)? 5) Perché non va ritenuta normale una cosa che non comporta danno alcuno (laddove non comporti danno alcuno)? 6) Si crede davvero che vedere come anormale (leggi: stigmatizzare) sia meglio che vedere come accettabile e legittima la condizione dei/lle sex workers? [c] Se sono sfruttate dai loro ragazzi/papponi non c’è motivo per non parlare di coercizione. E quindi di sfruttamento. E quindi di reato. Ovviamente il reato andrebbe denunciato, e proprio la garanzia di diritti civili e lavorativi permette ai/lle sex workers di denunciare simili casi di violenza, aiutando a distinguere tra rapporti consensuali e rapporti coatti.
  1. Sintesi: RA scrive che la ricerca condotta da Amnesty sarebbe “insoddisfacente e contraddittoria” (figuriamoci se le abolizioniste non trovassero altre ragioni per screditare la posizione di Amnesty).
  1. Risposta: Mi sembra che i dati (forniti da RA) siano un po’ di parte. Le fonti citate sono parziali, già schierate in partenza contro il sex work. Purtroppo al momento non posso verificare il numero di sex workers intervistat* da Amnesty, ma le ricerche per la stesura del documento sono state condotte ad ampio raggio, dando ascolto – forse per la prima volta – alle associazioni di sex workers più che alle associazioni sul sex work. Se Amnesty viene criticata per non aver ascoltato tutte le società abolizioniste, che dire di quelle stesse società che non ascoltano minimamente gli uomini e le donne nel mondo del mercato sessuale? In materia di diritti civili e lavorativi, conta più la testimonianza dei/lle sex workers o delle star di Hollywood? Ad esempio: http://www.theguardian.com/global-development/2015/aug/18/sex-workers-welcome-amnesty-international-policy-help-empower-us. P.s. In Germania la prostituzione non è depenalizzata, ma legalizzata.
  1. Sintesi: Secondo RA Amnesty non affronterebbe il problema della tratta e dello sfruttamento dei minori.
  1. Risposta: Ovviamente Amnesty ‘non fa nessun riferimento a quali tipi di provvedimenti legislativi gli stati dovrebbero prendere’. Semplicemente perché ha sempre reso chiaro il suo intento di non fornire direttive particolari ai singoli stati, bensì di indicare una linea generale. Il compito di tutelare i minori è infatti lasciato alle legislazioni dei vari paesi, tenendo conto che lo stato di maggiorità non è uniforme nel mondo e che diverse nazioni possono avere regole specifiche non solo in materia sessuale (in Svizzera l’età idonea per il sex work è stata spostata da 16 a 18 anni nel 2013, negli USA la patente di guida è conseguibile a 15, etc).
  1. Sintesi: Secondo RA Amnesty avrebbe mentito dicendo di aver consultato sopravvissute, ex vittime di tratta e associazioni femministe abolizioniste. (cioè non hanno tenuto conto di una abolizionista?)
  1. Risposta: Di nuovo, non posso consultare tutte le fonti, ma sembra che dialogo ci sia stato.

http://www.cnbc.com/2015/08/12/amnesty-international-just-backed-decriminalizing-the-sex-trade.html.

Ma se anche Amnesty avesse peccato di poca accuratezza, questo non direbbe comunque nulla sulla bontà della proposta. Se io non tengo conto della tesi del mio avversario mi potete dire che sono uno stronzo, ma non che – per questo stesso fatto – ho torto. E visto che non si sta tessendo un’apologia o una critica ad Amnesty, ma si sta discutendo dei diritti dei/lle sex workers, non mi sembra che questa sia una buona strada da seguire.

In realtà, le obiezioni sollevate dagli/lle abolizionist* hanno avuto più di una risposta da parte della ONG. Amnesty ha inoltre dichiarato di aver cooperato con associazioni abolizioniste, femministe e con sopravvissute alla prostituzione. Certo non mi sembra si possa accusare l’associazione per non aver risposto ad alcune persone in particolare, come la suddetta Rachel Moran.

Questo punto, in più, mostra un vizio tipico della strategia abolizionista: credere che i principali termini di dialogo siano le associazioni abolizioniste e/o gli altri enti che si occupano di sex work. Amnesty, al contrario, sembra dire che le principali parti in causa sono proprio i/le sex workers e le associazioni e comunità da loro costituite: l’articolo di ResistenzaFemminista non riporta il parere di sex workers e/o associazioni di persone che lavorano nel mercato del sesso. Ovviamente non c’è da biasimarl*: è chiaro che non vedano ragione per dialogare con chi non sa nemmeno di non essere consenziente, con chi si ostina a rivendicare diritti che invece dovrebbero venire concessi dall’alto, come un dono, da chi di competenza.

Postilla:

Criminalizzare l’acquisto di sesso, come vuole il modello nordico, vuol dire intendere i/le sex workers come produttori di un servizio la cui accessibilità rimane illegale. In sostanza, che loro stess* non sono punibili, ma che ciò per cui sono pagat* non è riconosciuto come un prodotto di vendita regolare (infatti se ne vieta l’acquisto). Questo vuol dire che non viene attribuito loro un reale status di lavoratori/trici e che, di conseguenza, il godimento dei diritti lavorativi è intaccato alla base. I motivi per cui questo servizio sia da mantenere illegale non sono espressi, eppure sono evidenti: persiste alla base l’idea che il sex work sia qualcosa di sbagliato – in fin dei conti, immorale. Visto che non ci sono argomenti validi per sostenere quest’idea se non che il sesso goda di un qualche status particolare, inviterei gli/le abolizionist* a ragionare su questo terreno. 1) Perché, nella loro visione sessuale, il sex work sarebbe sbagliato? 2) Perché la loro visione corrisponderebbe all’unica visione del sesso possibile, a quella vera, corretta, sana – in definitiva: santa? Mettendo un po’ da parte la retorica emotiva e il lessico usato in modo non-innocente e tuttavia non giustificato, proviamo a scoprire le carte. Di cosa stiamo parlando quando parliamo di sesso?

[1] Ma poi, ‘prezioso’ non è già un termine di valore economico?

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