Capricciosa, fragile, egoista, così è mia madre

Lei scrive:

Cara Eretica, ti scrivo questa lettera in un momento di sconforto, di grande rabbia, di disperazione. Non so se sia giusto, ma la cosa che mi spinge a farlo è che tu e il tuo pubblico non giudicate, ed è tutto ciò di cui ho bisogno: non essere giudicata. Non essere compresa mi va bene, ma vorrei solo essere ascoltata e non giudicata.

Ho 23 anni e vivo due vite parallele. Dopo un’adolescenza fatta di insicurezze fisiche e sociali e relazionali adesso mi sento bene, provo ogni giorno a conoscermi un pochino meglio, a riflettere sulle mie azioni. Mi va bene il mio corpo, il mio aspetto, mi sento quasi sempre a mio agio in mezzo agli altri, ho delle certezze e non ho paura delle incertezze. Ho un ragazzo che mi ama e che amo, ho degli amici intimi, legati.

Poi c’è l’altra esistenza: quella tra le mura domestiche, quella con mia madre, il perno della mia esistenza. Le sue angosce, le sue insicurezze, la sua ansia e i suoi modi di fare hanno segnato la mia vita sin da quando ho memoria: una madre melodrammatica, preda di crisi isteriche, di infiniti slanci d’amore subito dopo ritrattati con parole taglienti, crudeli, che non hanno mai tenuto conto della mia età. Le prime uscite con gli amici protrattesi fino all’una o alle due di notte sono state momenti cruciali in famiglia: mia madre piangeva, mio padre, inetto e solo a lei devoto, mi guardava con fare schifato. Ero la “rovina della famiglia”, la causa dei dolori di mia madre, che non mi riconosceva più. La prima tinta ai capelli è stato il sintomo che stessi definitivamente intraprendendo una profonda strada di perdizione, che non fossi più la sua bambina, quella di 12 anni, semplice e con la treccia.

E questi sono solo degli esempi. Tutta la mia vita è stata costellata da sensi di colpa, da rimorsi, da confusione. Soprattutto, da confusione. Se un’uscita fino a tardi un giorno mi veniva “passata” con un sorriso un po’ costernato, ecco che settimane dopo, alla prima mia risposta non perfettamente riverente, quella stessa uscita veniva ripresa da mia madre per attaccarmi, per rinfacciarmi, per mettermi alle strette, per dimostrarmi quanto la mia maleducazione fosse sintomo di quello schifo di persona che ero diventata.

So che non sono uno schifo di persona. Fumo, anche marjiuana, bevo qualche birra, faccio sesso come mi piace, uso parole scurrili, studio, coltivo un orto, sono vegetariana, vado in locali di musica indie, ascolto il rock, sono cinica. Sono tante cose, insomma, come tutti. Mi trovo bene con quello che faccio, mi trovo bene con le persone con cui lo faccio. Ma quando sono con lei divento una mosca piccola, piena di odio verso quella donna, sempre sull’attenti per il fatidico momento in cui cose successe mesi, o anche anni or sono, mi saranno rigettate addosso colme di crudeltà, ferendo i miei punti più sensibili.

A 19 anni sono stata molestata in strada, pesantemente. Due ragazzi che passavano hanno scongiurato il peggio. Mia madre, nella sua insaziabile ansia di controllo, è venuta a saperlo, forse leggendo qualche diario che avevo scritto al riguardo. Ha passato giorni a piangere, e un’atmosfera di lutto aleggiava in casa. Io ero la sua rovina, secondo mio padre e mia sorella. Io ero quella che aveva camminato da sola per strada alle undici di sera, che aveva provocato tale dolore alla cara dolce mamma. Ed ecco che quella storia, per me fonte di sentimenti negativi, ma che la parte di me che non vive in casa ha da tempo superato, viene rigettata su di me se rispondo male a mia madre, se bisticcio con mia sorella, se torno a casa alle quattro di mattina.

Odio quella donna, e allo stesso tempo so che in realtà mi piacerebbe renderla felice, compiacerla, stare bene con lei. Ci sono dei momenti in cui stiamo bene, ma so che da un momento all’altro lei potrebbe rinfacciarmi stronzate successe nel passato. E non so fidarmi di lei. Credo che in maniera implicita io applichi questa ansia paranoide anche alle altre relazioni. Inoltre, il fatto che dipenda da lei materialmente mi toglie il fiato. Provo ad andarmene da questa casa, provo a liberarmi. I lavoretti saltuari non mi aiutano in questo. Ogni raro soldo che le chiedo mi viene rinfacciato, mesi dopo. Come tutto.

Non posso contare sulla mia famiglia, completamente in balia di quella donna, perché so che in quel modo i miei sensi di colpa e di debito non svanirebbero. Ho sensi di debito per ogni cosa che hanno fatto per me, da quando sono nata ad oggi.
Non credo in nessun istinto materno, probabilmente non avrò figli, ma avrei voluto che questa donna fosse stata in grado di essere più forte e più matura di una persona che ha trent’anni meno di lei, e non una capricciosa, fragile, egoista ragazzina.

Grazie, scusami per il groviglio di pensieri che forse non si capiranno. Grazie ancora.

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Comments

  1. Conosco tante delle cose che hai descritto e negli anni la soluzione che diverse psicologhe mi hanno dato è stata: vai via immediatamente. Purtroppo non è facile, per cui l’unico sistema è stare il meno possibile in casa e isolarsi emotivamente quando si è fra le mura domestiche. La sua vita, le sue scelte, sono sue e non tue, le sue reazioni sono sue e non dipendono da un tuo essere sbagliata. Lo ripeto a te per ripeterlo anche a ,me. Ti abbraccio.

  2. Comprendo i tuoi sentimenti, alla tua età li ho provati anche io. Se uscivo e tardavo erano urla, punizioni…e questo quando mi andava bene, perché su di me ha usato spesso le mani e talvolta anche la cinghia ( mi ricordo di un’estate in cui non uscii per molto tempo per non mostrare i segni). In un momento di difficoltà familiare mi son dovuta rimboccare le maniche e andare a lavorare, lavoretti poco retribuiti che toglievano molto tempo allo studio e che non non mi hanno lasciato nulla, e questo perché lei piangeva e si disperava con me per la nostra condizione economica e io mi sentivo di dover fare qualcosa. Ma ero solo una ragazzina spaventata che non ha potuto vivere la sua adolescenza nel migliore dei modi.
    Oggi mi rendo conto che mi ha resa fragile, insicura, incapace di andare incontro al mondo, un agnello nelle fauci di un lupo.
    Però aggiungo che ora che sono madre posso capirla, a volte l’amore ci fa sbagliare e lei era vittima della stessa educazione impartitale, per cui con me applicava le stesse rigide regole che sulla sua pelle aveva sperimentato.
    Un giorno forse anche in te passerà il risentimento, anche se certi dolori rimangono.

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