Quella famiglia che mi fa stare così male

Lei scrive:

Ho imparato a mie spese che la rabbia nasconde sempre un dolore .

A volte si tratta di un dolore così grande che non può essere espresso, altre volte è socialmente non accettabile e va soffocato, ma cerca di uscire ugualmente e la rabbia è assurdamente accettata da tutti.

Ho imparato che il dolore nasconde sempre una ferita.

Ed infine ho imparato a curare la ferita. Perché è il solo modo per sistemare la faccenda con la rabbia. Ma le ferite, specie se profonde e lasciate aperte a lungo generano cicatrici a volte molto dure, ma …. beh, si può convivere con una cicatrice! Poteva andarmi peggio ed avrei dovuto convivere con me stessa comunque.

Ho letto la lettera della ragazza di 24 anni che vive con una madre da accudire …. e la sua rabbia mi ha ricordato la mia.

No, non sono riuscita a fare nessun commento né a mettere alcun “mi piace”. Perché tante belle parole possono essere soggettivamente giuste ma le realtà iniziano a volte prima della nostra nascita. E non parlo di quello che succede all’embrione o al feto, no. Parlo di quando ancora non esisti prima della fecondazione … a volte diventi un pensiero o un desiderio di qualcuno e poi arrivi tu.

E pochi si soffermano a pensare al desiderio che li ha generati, a chi lo ha “partorito” come e perché, mentre moltissimi discutono di quello che succede dopo la tua nascita.

E pochissimi poi indagano sui motivi che hanno generato quel desiderio!!

Per tutti gli altri questo fatto, il non sapere e non chiedersi nulla, è una benedizione!!

Io sono nata per curare una depressione: la depressione di mia madre, causata dalla morte prematura di mio fratello dopo soli 7 giorni dalla sua nascita. Su consiglio di un medico: “Signora, ne vada a cercare un altro! Vedrà che le passa!”.

Ma sono nata io, che non ero un maschio e non andavo bene così com’ero per quanto facessi, non era mai abbastanza.

E quindi non avevo assolto il mio compito di curare la sua depressione.

Parliamo di sensi di colpa?! Parliamo dell’origine dell’autostima?!

Però ora esistevo.

Non so come fosse mia madre prima, ma credo che fosse una candidata alla depressione in ogni caso e che quell’alibi le sia stato molto più che comodo.

Di fatto le interminabili discussioni tra i miei genitori, i pianti e gli urli, la rabbia che successivamente lei metteva (come conseguenza) nelle punizioni si calmavano un po’ solo quando i problemi per la mia salute mi fermavano e allora aveva paura, paura di perdere anche me. Questo è quel che ricordo fino ai miei 9 anni. E ricordo i capelli corti ed i pantaloni. E ricordo cose che sarebbero andate bene ad un maschio, come il calcio, le chiavi inglesi e i cacciavite. Con ciò il lato positivo è che ora so cavarmela da sola sia come donna che come un uomo. Ma forse io qualche fiocco tra i capelli l’avrei voluto.

Di fatto i capelli mi sono cresciuti solo quando “per caso o per fortuna”, all’età di 9 anni mi è arrivato un fratello e sono anche comparse nell’armadio le gonne!

Ero libera di essere quel che ero. Forse.

Il ruolo di maschio erede del nome, era ufficialmente assolto da qualcuno! A quel punto a me iniziarono a venire pensieri strani per la tanta differenza che sentivo negli atteggiamenti verso il nuovo nato. Mi chiedevo che cosa ci facessi io in quella famiglia un po’ scalcagnata: ero sicuramente di troppo! Forse ero stata adottata? Avrebbe avuto un senso. E allora ecco perché non mi riconoscevano in nessuno di loro io non somigliavo abbastanza a nessuno né fisicamente (forse a mia madre di corporatura ma ero più robusta –per fortuna!) né caratterialmente (se non in senso negativo! E allora i “Sei come tua nonna!” o “Sei tutta tuo padre!” si sprecavano!!).

Andarmene? Magari! Era esattamente il mio sogno! Ma dove scappi a 9 anni?

Gelosia tra fratelli e basta, direte. Forse. Ma io l’ho sempre adorato lui, era da casa che volevo scappare! Ancora adesso, passati i miei 40, si sa bene dove vadano le attenzioni, le energie e le preoccupazioni di mia madre! Al punto che più di qualche amic* non crede ai propri occhi quando vede.

Malgrado l’arrivo di questo “maschio” le cose però tra loro migliorarono poco. Anzi le litigate fra loro furono anche più feroci e l’alibi di mio padre del lavoro, lasciava tempo a casa alle sue frustrazioni.

Quando sei piccolo credi che la tua situazione sia normale così com’è ed immagini che non esista altro di diverso. Per questo impari ad adattarti alla tua vita.

E provi a migliorare senza conoscere cosa in realtà sia il “meglio”. Forse è “meglio” se vai bene a scuola? Forse è “meglio” se pulisci e metti in ordine più che puoi? Forse è “meglio” se riesci a non fare arrabbiare nessuno, a comportarti bene, a passare quasi inosservata a fare tutto e contemporaneamente a sparire. Forse è “meglio” se … Ti riduci ad essere alta m 1,70 per kg 55 ma sei ancora grassa perché tua madre era più magra di te alla tua età.

E in mezzo provi a crescere, perché la natura lo vuole.

Quando tornando da scuola al pomeriggio lavoravo al bar, e la sera, a casa, badavo a mio fratello, fino a metterlo a letto.

Quando facevo i compiti a volte con la candela (anche disegno tecnico!) : non avevo la corrente perché mia madre non pagava le bollette, si scordava o meglio dirottava i soldi per lasciare che mio padre giocasse la schedina, fumasse e bevesse a sufficienza per restare diciamo “sedato” nel suo guscio.

Quando mi scottavo con la stufa a legna perché nessuno badava a casa.

Poi ti accorgi anni dopo, andando ad una cena con ex compagni di classe, che la maggior parte di loro non credeva che all’epoca della scuola dicessi il vero.

Per i miei ex compagni di scuola erano balle, non ci credevano e per questo mi emarginavano.

Non è facile credere al male che vivono alcuni e non è facile uscirne.

Per questo capisco la ragazza che odia sua madre, l’ho fatto anch’io. Il suo isolamento, l’emarginazione, il vuoto e la sua disperazione li conosco.

Ma è sbagliato dare consigli perché ad uscirne – beh, ne esci da solo – solo tu puoi.

Di fatto entrambi, mio padre e mia madre, in separata sede, mi dissero qualche tempo dopo che avevano più volte pensato di separarsi consapevoli che trascinavano una situazione logora, ma che non era possibile perché c’eravamo noi.

Beh, grazie tante! Ora sì che con queste vostre confessioni liberatorie, mi sentivo definitivamente in debito per questo vostro “sacrificio”! Mica l’avevamo chiesto noi di venire al mondo e di vivere in quel casino poi!

E di questo debito verso di loro, inesigibile ed impossibile da pagare, non avremmo mai più potuto svincolarci e sdebitarci! Ed “il bello” è che lo avevano fatto per noi!!

Poi si parla di senso del dovere o di obbligo morale?!

Dopo l’ennesima litigata, a poco più di 23 anni me ne andai di casa con i miei vestiti e basta. Riuscii a finire gli studi lavorando e pagando una stanza con altre ragazze. Ed iniziai a stare meglio. Da subito.

Già, perché tra le altre cose, mi ero scordata di dirvi che avevo ereditato così misera considerazione dell’essere donna che persino il ciclo mi provocava ogni mese dolori così invalidanti al punto che dovetti, negli anni, ricorrere al pronto soccorso più volte, ed almeno una volta al ricovero! Perché il dolore psicologico, soffocato ed inespresso, diventa spesso dolore fisico a nostra insaputa.

Ed uscire di casa e trovarmi da sola in “quei giorni” era tra le mie paure. La scoperta di poter avere una vita normale anche in “quei giorni”, mi spiazzò.

Da lì iniziai a cercare delle risposte, capire perché, come mai, cosa aveva potuto scatenare tutto questo. Perché io a 23 anni non lo sapevo.

Così come non sapevo prendermi cura di me stessa perché avevo sempre assolto il compito di prendermi cura degli altri. Anche di mio fratello.

Feci un matrimonio sbagliato. Al quale mio padre nemmeno si presentò. Prevedibile.

Nacque una figlia. Mi resi conto di che cosa aveva fatto mia madre con me solo quando un giorno mia figlia, ancora alle elementari, mi disse: “Dai mamma! Mettiamo tutto a posto! Così papà stasera forse non si arrabbia! Così stasera saremo tutti più contenti!”

Ma tu, figlia mia, vai bene così come sei!

Nessuno si deve permettere di amarti di meno, per quello che fai o non fai!

Nessuno ha diritto di amarti di meno, di non accettarti così come sei, di dimenticarsi della tua felicità che è la cosa più importante ed inviolabile.

Ed io lo stavo facendo di nuovo, come lo avevano fatto i miei genitori con me. Solo con scuse diverse.

Mi separai, e me ne andai di casa. Non prima di aver cercato ancora di rimettere le cose a posto, col rifugio in una nuova scusa di salute…ancora esaurita provavo ad esercitare un controllo? Decisi definitivamente dopo un suo nuovo tradimento. Avevo ancora bisogno di una scusa per lasciarlo? A ri-pensarci è pazzesco!!

Ora sono sola con la figlia. Vivo in una casa popolare. Ma lei è felice. Io ci provo ogni tanto ad esserlo, felice, ma forse non so proprio bene come si faccia.

Se ho un merito, se cerco qualcosa, se voglio qualcosa nella vita, è tutto lì. Spero di aver spezzato la catena di inadeguatezza. Forse saprò se ci sono riuscita solo se riuscirò ad aver tempo per vedere le facce dei figli di mia figlia, se ne avrà.

Tutti hanno una o più croci da portare. Accettarle è la metà della soluzione.

Non odio più mia madre perché so che è stata vittima di una catena. Credo abbia fallito nella sua occasione di migliorare un poco l’esistenza, e mi spiace per lei. Perché la vita, secondo me, è solo un’occasione per poter cambiare una parte della realtà che viviamo. E lei ha perso la sua occasione.

Molto di ciò che mi è mancato nella mia crescita e nella mia educazione, l’ho trovato in questa pagina di FB che seguo da qualche mese.

Non sempre ho condiviso le varie scelte delle varie lettere, non sempre avrei fatto la stessa cosa, non sempre ho approvo le soluzioni trovate, ma ne ho sempre visto il dolore e la rabbia, sempre uguale alla mia. E mi sono sentita meno sola.

Per questo dico: attenzione.

La legge e la società attuali non danno né aiuti né soluzioni a chi non si allinea agli archetipi ufficiali. Al limite offrono qualche pastiglia in più.

Attenzione non solo qua, nei giudizi e nei commenti, non solo a me (che ormai ho le spalle fatte) o all’altra ragazza (più giovane ed ancora in cerca di risposte che le auguro di trovare).

Attenzione anche per strada, sul marciapiede, sull’autobus, coi compagni di scuola dei vostri figli. Perché non sapete cosa stanno attraversando gli occhi di chi incrociate e non si può mai dire nulla sul personale inferno che ogni essere si porta dentro. Abbiate la tenerezza di un sorriso e la comprensione che non giudica, consapevoli che solo ognuno potrà salvare se stesso e nessuno al posto tuo. Ed aggiungo che per fare un passo indietro e non dare troppi consigli serve anche una dose di “umiltà” (questa sconosciuta!), perché nessuno è un Padreterno con le risposte in tasca!

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Comments

  1. Grazie.

  2. Spezzare la catena… Che coraggio che hai! Non sai quanto ti stimo, immensamente, infinitamente. Non ho figli, ma a 29 anni mi sono trovata a fare delle scelte, e a fronte di un (ex) compagno ossessionato dalla riproduzione che voleva “colmare” i suoi vuoti con i bambini (che neppure gli piacevano), ho fatto queste scelte pensando, come dici splendidamente tu, a chi non c’era ancora, e ancora non c’è, ma ci sarà forse un giorno, forse no, come se questi figli già esistessero in potenza, e mi sono detta che non sarebbero mai stati il tappabuchi e l’estensione di nessuno, e nemmeno io. così ho deciso di diventare autonoma e andarmene. Avevo riletto “Una donna” di Aleramo dopo 10 anni dalla prima lettura e quelle parole di quando dice che i figli non si fanno per far loro contrarre un debito ma per tramandare in essi PIU’ forte e bella la vita…e’ stato come un risveglio, rischiai , me ne andai, da allora ho perso tutto e soffro, non so bene perché, forse perché sento il peso della solitudine e di quelle catene, del remoto passato, di cui tu parli, e fanno male. Mi domando se riuscirò, se sto riuscendo a cogliere quella mia opportunità di cui tu parli, me lo chiedo tutti i giorni. Spero di starlo facendo, ma talvolta fa così male che non capisco… . Però grazie di avermi fatto sentire meno sola. Ti abbraccio fortissimo e ti auguro tutto il meglio!

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