Certe “femministe” mi hanno offesa come sex worker e come trans

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Lei scrive (traduzione di Alessia):

Cara Eretica,

ti leggo da molto e vorrei raccontarti la mia storia. Sono una trans e sono anche una sex worker, una lavoratrice sessuale. Soffro di una doppia discriminazione, come sex worker e come trans. Ho tentato di parlarne con altre donne ma mi hanno ignorata. “Tu sei trans e non puoi sapere quello che sentono le donne“. Questo è quello che mi hanno risposto quando io ho chiesto di poter dire la mia opinione sulla prostituzione. C’è un dibattito che si svolge in rete con modi molto violenti. Ci sono femministe che mi hanno trattata come se io fossi un caso raro. Hanno detto che la libertà di scelta non esiste e che tutte le prostitute sono sfruttate. Ho detto che per me non è così e mi hanno insultata e disprezzata. Perché mi piace il mio lavoro, perché sono trans e perché non mi considerano una “vera” donna. Scrivo a te perché so che la pensi in modo diverso e sebbene io non mi sia mai esposta, perché non amo i riflettori e non mi piace prendere parte alle polemiche, voglio dire che mi sento profondamente offesa.

Non mi era mai capitato prima di essere trattata da “puttana travestita” così come mi sono sentita quando quelle femministe mi hanno aggredita su facebook. Io sono straniera, anche se vivo da tempo in Italia, e so che anche nel mio paese d’origine ci sono donne altrettanto offensive che perseguitano le mie colleghe. Sono felici di vedere le sex workers perseguitate dalla polizia e rispondono violentemente quando le mie colleghe chiedono la depenalizzazione. Non capisco come una femminista possa essere così arrogante da voler decidere anche al mio posto. Non capisco perché possa volere che io dica di essere una vittima anche se non lo sono. Non capisco perché abbia bisogno di distinguermi dalle altre solo perché sono una trans. Sono femministe o hanno saltato la lezione in cui si parla di rispetto per l’autodeterminazione di tutte le donne? E hanno saltato anche la lezione in cui si parla di transfobia a quanto pare.

Conosco colleghe di lavoro che la pensano come me e poi ci sono altre colleghe che sono sfruttate, io lo so, ma non ci facciamo la guerra, l’una contro l’altra, perché non ci sentiamo minacciate dalla nostra reciproca presenza. Quelle che si nascondono dietro le vittime di sfruttamento per sentirsi libere di insultare me e altre colleghe fanno opera di sciacallaggio. Puritane che pensano di poter parlare a nome di tutte, sulla pelle di tutte, sulla mia pelle. Leggo quello che scrivi e talvolta non sono s’accordo con te su alcune cose ma le prime volte in cui ho letto quello che hai scritto sul lavoro sessuale ho pensato che finalmente era arrivato un po’ di ossigeno.

Alle femministe che offendono quelle come me io vorrei porgere alcune domande:

  • chi vi dà il diritto di parlare anche a mio nome;
  • chi vi dà il diritto di discriminarmi in quanto trans;
  • chi vi dà il diritto di escludermi da ogni discussione in cui si parla del lavoro sessuale, quindi del mio lavoro;
  • perché avete così maledettamente bisogno di speculare sulle vittime di sfruttamento;
  • perché non vi impegnate con altrettanta foga per chiedere l’eliminazione di ogni lavoro;
  • perché non vi indignate per le straniere che vengono sfruttate nelle campagne per la raccolta di pomodori o nelle case come colf e badanti;
  • perché avete così tanta paura dell’opinione di quelle come me al punto tale da negare la nostra esistenza e censurarci a suon di insulti.

Mi piacerebbe ricevere una risposta. Io non ho niente contro di voi e sono contenta del fatto che ci siano donne che lottano per liberare altre dalla schiavitù. Siete voi che lottate contro di me ritenendo che io, sex worker per libera scelta, sia una vostra nemica. E se invece le vere nemiche foste voi, con le vostre granitiche certezze, la vostra presunzione e il vostro fanatismo?

Un abbraccio a te e alla community di Abbatto i Muri.

R.


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Comments

  1. Mi sono scontrato spesso con quest’opinione diffusa e arrogante secondo la quale il lavoro sessuale non può mai essere una libera scelta. Le persone che esprimono e impongono questa opinione (e spesso sono donne, spesso anche femministe) non si rendono conto di operare loro stesse una discriminazione e una ghettizzazione, con una forte riduzione dell’orizzonte mentale della libertà personale. Secondo loro la “puttana” deve essere o una vittima costretta o, se proprio non lo è, allora una disturbata mentale che si prostituisce in seguito a chissà quali traumi o psicopatologie. Pensarla così credo sottintenda un rifiuto “morale” del lavoro sessuale, che viene paragonato in sostanza a un crimine o comunque a qualcosa di non accettabile.
    Se la maggior parte delle prostitute sono sfruttate e schiavizzate questo è dovuto proprio invece alla criminalizzazione e alla clandestinità.
    Eppure io ho conosciuto personalmente alcune prostitute (italiane) che lo erano o lo sono per libera scelta. Una in particolare mi ha detto di avere intrapreso quel lavoro dopo sue anni da impiegata: “In ufficio mi sentivo soffocare, mi piace molto di più il lavoro sessuale”. Ho poi conosciuto altre persone che facevano del lavoro sessuale occasionale, per esempio una fotomodella che “a volte e quando le pareva” accettava proposte diverse dal posare per foto. C’è un’ampia gamma di possibilità e, da sempre, il sesso si può fare in mille modi e per mille motivi – e, come in tutte le attività umane, secondo me esiste un unico confine morale: non fare del male ad altre persone.
    E il lavoro sessuale, in sé, non fa del male a nessuno: casomai il male lo riceve, dalle camorre, dai trafficanti, dai criminali, che però hanno spazio grazie proprio alle leggi restrittive che forse sono incentivate anche dalle “femministe” che trovano inaccettabile tale lavoro.

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