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Mio fratello mi ha fatto violenza e la mia famiglia lo difende

urlo-web

Lei scrive:

Cara Eretica,

seguo da un po’ il tuo blog e mi sei capitata nella vita in un periodo di grande crescita, cambiamento, di consapevolezza di me stessa innanzitutto e poi di tutto quello che mi circonda, che mi riguarda in quanto donna da un lato, e persona che cerca di pensare con la sua testa da un altro.

Ho voglia di scriverti da un anno, da quando sono successe delle cose che hanno a che fare con molti degli argomenti di cui tratti giornalmente. Non so se sarò in grado di renderti chiaro il mio pensiero, ma ci provo, come ci provano tante di quelle persone che ti scrivono e che leggo e che mi fanno rimettere in discussione le mie idee, i miei modi di pensare e di agire, anche quelli che considero “nuovi” perché frutto comunque della mia evoluzione.

Ti scrivo dopo aver letto l’ultimo post sulla violenza. Spesso quando si parla di violenza domestica e/o di violenza sulle donne, si dà per scontato che questa violenza avvenga nell’ambito di relazioni di coppia. Si dà per scontato che sia l’unica forma di violenza. Oppure quando si parla di abusi nell’ambito familiare, è scontato che l’abuso sia dell’adulto nei confronti del bambino.
So che per te non è assodato e le tante lettere in cui si è parlato della maternità anche dal punto di vista dei figli me lo confermano. Pero vorrei parlarti, se ci riesco, della mia esperienza e delle riflessioni che ne sono scaturite.

Ho subito un’aggressione da parte di mio fratello (che non considero più tale e definisco così solo per facilità di comprensione), davanti a tre persone – madre, zio e zia – che non hanno fatto nulla per fermarlo, a cominciare da quando erano iniziati gli insulti e le minacce per finire a quando mi ha preso a pugni e calci mentre mi trovavo per terra cercando di uscire di casa.

Sono stata accusata di: essere andata via da quella casa senza voler sentire ragione di restare (be’, provino loro a restare in un posto dove vieni picchiata e insultata e nessuno fa nulla); di essere andata da sola in ospedale (se potevo guidare non ero messa poi così male no?); di aver denunciato quell’individuo (come mi sono permessa di denunciare un padre di famiglia? Il primogenito adorato, venerato e considerato intoccabile dalla madre). Dulcis in fundo, ma non credo ci sarà mai un vero “fundo” alle giustificazioni assurde e incoerenti che riesce a trovare mia madre a ciò che fa suo figlio, è stata capace di dirmi, testualmente: “Non eri moribonda! Non avevi ossa rotta! Non sanguinavi! Quindi…”

Quindi? Quindi i lividi, le lacrime, l’aspetto fragile delle campagne antiviolenza? La mia risposta alla luce della mia esperienza è che sono deleterie nei confronti di chi la subisce ma non ha poi quell’aspetto, quei segnali che ormai tutti vedono come distintivi di una persona vittima di violenza! Certo ho pianto, ero sconvolta quando sono arrivata in ospedale, i lividi sono anche venuti fuori dopo due giorni. Ma soprattutto ero e sono ancora arrabbiata. E lo sono anche contro queste campagne che NON mostrano questa rabbia!

Non mostrano questa voglia di non sentirsi vittima pur avendo subito violenza e volendola denunciare a gran voce. Non fanno vedere quanta forza e quanto coraggio ci vuole per andare contro tutti quando denunci una persona di famiglia. E se è difficile denunciare un marito, un compagno, un convivente, un fidanzato, comunque percepiti come “estranei” rispetto alla tua famiglia, considerati “altro” da chi è tuo amico da una vita, riesci a immaginare quanto sia difficile dover affrontare un’intera famiglia che cerca di dissuaderti? Che cerca di “riportarti alla ragione”, che giustifica, che copre, che adotta la tattica del cerchiobottismo, che ti dà ragione ma, ma, ma… ogni “ma” una giustificazione per l’ingiustificabile.

Questo dare un visione monocromatica della violenza, come giustamente facevi notare tu nel post, lascia fuori troppe categorie di persone che la subiscono. E a tutte quelle che tu hai elencato, io aggiungo la mia categoria. Sono una donna, sono etero, sono precaria, sono costretta a vivere ancora con quella stessa madre che mi guarda in faccia e nega di avermi visto aggredita, e ho subito violenza da un consanguineo! E vorrei dire anche fanculo il sangue! Fanculo la famiglia, fanculo tutte le bugie con cui sono stata educata e cresciuta a casa, a scuola e in chiesa.

Mi chiedo: una persona deve arrivare a essere morta per essere considerata? Da tutti, dalla famiglia e dallo stato? A che servono queste campagne (a questo punto più pericolose perché fuorvianti) e tutti i bei discorsi per convincere a denunciare quando io l’ho fatto e non solo ho dovuto affrontare il biasimo, come dicevo prima, ma devo anche sentirmi ignorata nella mia richiesta di giustizia? Dopo più di un anno la mia denuncia giace sotto pile di carte in tribunale, lettera morta e sepolta perché il mio avvocato già ha subodorato che faranno, a lungo andare, richiesta di archiviazione. E allora, anche a quel punto io mi chiederò: “solo” sette giorni di prognosi giustificano l’archiviazione perché ovviamente anche lo Stato mi dirà, come mi ha detto mia madre, non eri moribonda! Non avevi fratture né lesioni gravi!

Lo Stato è peggio di mia madre perché mi mantiene in questa situazione precaria, per sempre adolescente costretta a restare in casa con lei, per sempre dipendente. Non c’è solo la dipendenza economica delle mogli e delle compagne dai loro uomini, impossibilitate ad affrancarsi da situazioni intollerabili perché disoccupate, sole, abbandonate da chi però spende troppi euro in campagne in cui si raccontano bugie su bugie. Lo Stato è l’estensione di quella famiglia bugiarda e ladra che mi ritrovo. Lo stato è l’estensione di quel paternalismo che trovo a casa.

Io mi sono sollevata da terra, letteralmente, e ho denunciato eppure sono ancora qui, a distanza di un anno, a convivere e condividere e dover contare sulla stessa persona che se potesse mi preferirebbe morta. E non è un’esagerazione, ma forse ci vorrebbe un giorno intero per scrivere delle tante patologie di mia madre e del suo rapporto con il figlio masculo!

Che me ne faccio delle quote rosa e della foto di Renzi con le ministre? Che me ne faccio di un lavoro – per conto di una sede istituzionale – che non mi viene pagato perché nessuno vigila che chi ci ha assunto ci paghi? Che me ne faccio di uno Stato così che mi predica di ribellarmi alla violenza e che mi violenta ogni santo giorno costringendomi a questa vita precaria?

Io combatto ogni giorno contro chi vorrebbe che ritirassi la denuncia e non lo faccio, non lo farò mai. Ma non vorrei che nessuno mi costringesse a non poterla ritirare. Ed è tutto in contraddizione comunque. La facciata è di uno Stato che volendoci tutelare ci controlla e controlla le nostre decisioni, anche eventualmente di ritornare sui nostri passi. E poi nella realtà, quella che c’è dietro la facciata, non ci tutela quando abbiamo realmente bisogno, non ci rende giustizia, immediata.

Scusa se mi sono dilungata un po’, vorrei ringraziarti tantissimo per la varietà di voci che sento dal tuo blog, la tua e quelle di tutti coloro che vi trovano uno spazio di ascolto reciproco, un conforto in tempi in cui sono tutti bravi a giudicare senza riuscire mai a mettersi nei panni degli altri.

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Comments

  1. &nnesimafuga says:

    sono basita… per ora non riesco a dire altro… devo dedicare alla lettura il giusto tempo. 🙂

  2. Un abbraccio. So che servirebbe molto di più. Purtroppo, lo so. Ma intanto beccati un abbraccio. E coraggio! Ché – come hai ben capito scrivendo ad Eretica – proprio sol* non si è, non siamo, in questo gran caos che è la vita (precaria).

  3. sono disponibile a venire a prenderli a calci in culo tutti quanti. Poi gli diciamo “ehhh erano solo calci nel culo che sarà mai…”

  4. io sono stata picchiata brutalmente da mio fratello io 20 anni e mio fratello 35 anni e tossicodipendente ed e violento.Solo perchè l’ho risposto a tono , prima mi ha lanciato un pacco di surgelati addosso poi mi ha inseguito correndo, mentre che stavo per salire le scale mi prende per i capelli mi trascina giù e mi picchia violentemente sulla testa con i miei capelli in mano, e io riesco a scappare. Dopo un pò viene papà e sale nella mia camera e cerca di parlare con me ma io infuriata urlando, mio fratello che sta giù sente le mie grida sale velocemente e mi da uno schiaffo sulle labbra facendomi uscire il sangue dalla bocca con mio padre davanti, ma mio padre riesce a farlo scendere giù. Sono spaventata, terrorizzata . Stamattina non mi reggo in piedi quando sto alzata mi gira la testa

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