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Ancora una campagna antiviolenza che colpevolizza le donne

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Gabriella mi segnala una terribile campagna contro la violenza sulle donne. Naturalmente è tutta colpa della donna, perché non confida nelle istituzioni, perché crede ancora che lui possa cambiare e inoltre è necessario presentare la donna piena di lividi non rispondendo alle stesse richieste che chi si occupa di comunicazione da tempo fa a chi promuove queste sbagliatissime campagne antiviolenza.

Con campagne del genere sollecitano i patriarchi buoni che dovranno venire a salvarci. Vittimizzare, con lividi e aspetto quasi rassegnato e fragilissimo, graficamente le donne e presentarle con quegli slogan toglie loro ogni credibilità e le fa diventare incapaci di intendere e volere e quindi da soccorrere anche con la forza. In totale contrapposizione alle strategie di chi invece lavora per rinsaldare l’autostima della donna nel rispetto della sua autodeterminazione.

Questo tipo di campagne rendono possibile ai governi di decidere per la denuncia d’ufficio, per esempio, o per effetto della delazione, cose che erano state proposte per la proposta di legge sul femminicidio poco tempo fa. La querela di parte invece è assolutamente utile a evitare che il percorso della donna sia quello di chi delega ad altri la propria salvezza senza sviluppare, allo stesso tempo, consapevolezza e abilità ad interrompere quella relazione che sono poi caratteristiche indispensabili e personali che la aiuteranno a ricominciare.

Non è lasciando che altri decidano per lei che si aiuta una donna vittima di violenza. Ciascuna ha il proprio tempo e le lotte femministe sono sempre state fatte per restituire alle donne capacità e libertà di scelta, perché ogni patologizzazione, ogni esclusione della donna affinché le istituzioni o altri si sostituiscano a lei nel processo di liberazione dalla violenza è quanto di più sbagliato si possa fare. Chi dice di liberarci in fondo, come spesso avviene, non fa altro che colonizzarci, usarci, per rinsaldare il potere di un pezzo di patriarcato che per quanto possa considerarsi “buono” è lo stesso che ci ritroveremo per le strade quando le forze dell’ordine, parenti strette di securitarismi e repressione, ci manganelleranno perché invece che “vittime” ci mostriamo forti, autodeterminate a rivendicare diritti.

La patologizzazione diventa totale infantilizzazione delle donne che infatti vengono sempre più spesso associate ai bambini vittime di violenza affinché siano i patriarchi buoni, evocati da un certo femminismo reazionario, a scegliere per te.

Tu e tu sola potrai crescere e prendere distanza. Tu sola puoi slegarti dalla co-dipendenza che si realizza tra carnefice e vittima. E’ un percorso interiore prima che istituzionale ed è per questo che gli stessi centri antiviolenza hanno espresso totale disaccordo non solo all’idea della denuncia d’ufficio, come se la violenza sulle donne fosse un problema pubblico, sociale, invece che una violenza che colpisce la persona, ma anche al “percorso rosa”, altra brillante idea del governo. Il percorso rosa ti obbliga a denunciare, dal pronto soccorso alle forze dell’ordine, quando vai a chiedere aiuto per riparare le tue ferite.

Il risultato di tutta questa pressione e insistenza e infantilizzazione delle donne è che le donne potrebbero evitare di andare in ospedale a farsi medicare o evitare di sporgere denuncia se sanno che non la potranno mai ritirare. La questione della violenza sulle donne nelle relazioni è molto più complicata di come la presenta chi ha deciso di investire sul brand “femminicidio” facendo in modo che la stessa parola fosse svuotata di contenuto e fosse trasformata nel termine che indica una moglie/madre vittima di violenza piuttosto che qualunque donna, lesbica, trans, sex worker, migrante. Non solo: quel termine ha sostituito il più ampio concetto di violenza di genere, la violenza praticata per imposizione di ruoli di genere, che include i delitti transfobici, omofobici e riguarda donne, uomini, gay, lesbiche, trans, migranti e sex worker, che subiscono violenza non solo nell’ambiente domestico ma anche in molti altri contesti.

Così è stato semplice per l’inesistente ministero alle pari opportunità investire su una legge a tutela di quella che è stata definita “risorsa” addetta ai lavori di cura, la cui perdita causerebbe un grave danno in termini economici e sociali, invece che abbracciare la questione della violenza a 360% includendo, per esempio, anche quella subita da chi si vede negata pillola del giorno dopo, un’assistenza adeguata per l’aborto e tutto quello che il governo mi pare abbia difficoltà ad affrontare come si deve.

Come possiamo essere grate alle istituzioni se grazie alla svendita di immagini di donne con lividi sono riuscite ad ottenere fiducia mentre spostavano finanziamenti non a chi si occupa di violenza sulle donne ma ai corpi militari, la cosiddetta industria del salvataggio che ora dispone di braccialetti elettronici e altri ammennicoli acquistati grazie ad articoli di leggi dedicate alla violenza sulle donne.

Forse ascoltarci sarebbe un buon piano, in special modo se chi, come me, è stata vittima di violenza e ha perfettamente chiaro quel che serve in questi casi. E un’altra cosa: se un governo (pseudo femministe comprese definite ancelle del neoliberismo) vota per la precarizzazione delle persone, toglie lavoro, spreme soldi e quindi rende economicamente dipendenti soprattutto le persone che diventano soggetti discriminati, perché hanno figli, hanno meno tempo, o non sono riuscite a venir fuori dalla precarietà e ora dipendono da compagni e mariti, come fa poi, lo stesso governo, a dire che lotta contro la violenza sulle donne? Le donne, spesso, non possono uscire dalla violenza non per le frasi ripetute nella campagna orrenda della quale vi sto parlando ma perché non hanno soldi, reddito, lavoro e casa. Perciò restano con i compagni violenti. Cosa fa il governo per prevenire la violenza e mettere le vittime in condizione di poter ricominciare altrove?

Nulla. Il governo non fa nulla. Allora che si tenessero le leggi bizzarre che parlano di noi ma non rappresentano nessuna di noi. Si tenessero le loro parole in rappresentanza di donne che non hanno delegato a nessuno la propria rappresentanza. Si tenessero anche queste campagne orrende, qualunque sia il Paese che le vede circolare, che non ci rappresentano e smettessero di parlare a nome di tutte le donne perché quelle donne siamo noi e sappiamo parlare con il nostro linguaggio. Sicché, ecco, invece che patologizzarci e infantilizzarci passate al piano B: provate ad ascoltarci.

Ps: per capire, in una metafora, quali possono essere le conseguenze di una invasività virile e un maggiore interventismo paternalista sulla pelle di chi subisce violenza, vi suggerisco di vedere il film The Living. Chi vuole aiutare la donna che è stata vittima di violenze alla fine finisce solo per sovradeterminarla e farle del male. 

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Comments

  1. Il tasto “brava!” non c’è, devo scrivertelo

  2. perchè definire le istituzioni paternaliste e/o patriarcali quando molte donne ne occupano i suoi gangli?
    forse dobbiamo cercare nuove forme del patto sociale, e questo bisogno lo si scorge non solo dalla questioni di genere, ma mi sembra ormai anacronistica questa definizione di stato patriarcale. e basta guardare guardare in altri settori di disagio sociale per capire che di paternalistico ci sta poco o niente.

    • la struttura di potere non è realizzata a immagine e somiglianza delle donne e non lo dico per alludere al fatto che altrimenti sarebbe eccezionale. ma le istituzioni, le banche, le strutture di potere sono ancora luoghi di monopolio e potere maschile che usano le donne per accreditarsi come moderne. vedi le azioni del governo con le 8 ministre, poi la cgil con la segretaria, la confindustria con la presindentessa e via di questo passo. se avessero sul serio interpretato le istanze femministe non avrebbero concluso che va bene una donna in quanto donna ma che le donne sono diverse tra loro e quindi ce ne freghiamo di una donna che recita lo stesso verbo del potere maschile. è vero, la definizione stona ed è vero che serve nominare nuove forme di patto sociale. la plebe vive di questioni di classe e di genere. i ricchi hanno bisogno di soldi e se ne fregano delle questioni di genere. non so se ho spiegato bene ma sono stancherrima e la mia giornata è stata di merda. casomai ci riaggiorniamo. 🙂

      • scrivi che ‘la struttura di potere non è realizzata a immagine e somiglianza delle donne……’ spiegami allora come e’ fatta la struttura di potere ad immagine maschile.
        forse è la struttura di prospettive ed aspettative di vita sedimentate in una società che definisce come agisce chi ha il potere

  3. Beh, in quanto uomo bisessuale vittima di violenza ti ringraziò.
    Però…
    Una struttura di potere realizzata ad immagine e somiglianza delle donne: sarebbe matriarcato, non eguaglianza.

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