Il muro che ho abbattuto nella mia mente

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Lei scrive:

Ciao Eretica,
ti scrivo perché ti ammiro molto. Ammiro il tuo blog e il piccolo spazio di aria pura che hai contribuito a creare qui sul web.
Vorrei parlarti di un muro che sono riuscita ad abbattere e di quanto questo mi faccia sentire una persona più completa ma anche incompresa dai miei amici. Si, perché quando rifletto su questi temi con le persone a me piu care mi trovo circondata da sdegno e incredulità. È per questo che ho deciso di scrivere proprio a te.

Iniziamo dal fatto che sono un’infermiera laureata da poco. Ho avuto l’enorme fortuna di trovare lavoro dopo due mesi dalla laurea in un ospedale di riabilitazione psichiatrica.

All’inizio le paure e i pregiudizi erano molti: lavoro con tossicodipendenti, assassini, donne che per una sigaretta extra si prostituiscono con altri pazienti, gente che parla da sola, coprofagi. Chi più ne ha più ne metta.
Ognuno di loro ha una storia pazzesca e il più delle volte viene da un contesto familiare difficile. Il primo giorno di lavoro, indimenticabile, mi hanno minacciata di morte per una porzione extra di pasta. Eppure, con i mesi, ho iniziato ad ambientarmi, a fare buon viso e cattivo gioco e anzi a divertirmi imparando da loro che ormai sono soli e veramente non hanno più niente e nessuno. Alcuni non hanno quasi più niente che li possa definire effettivamente umani (parlo specialmente dei pazienti cronici che hanno subito le crudeltà dei manicomi di una volta).

Non riuscivo però a lavorare con un paziente. Era stato condannato per vari reati, uno fra questi abusi su minori. Un pedofilo! Da donna, da probabile futura mamma, non riuscivo proprio a relazionarmi con lui. So che non è professionale ed è deontologicamente scorretto, ma proprio non ce la facevo.
Riuscivo a lavorare con tossicodipendenti che avevano derubato i propri genitori fino a farli morire senza nemmeno i soldi per il funerale, con alcoolisti che avevano ammazzato una famiglia intera in seguito ad un incidente stradale, con uomini e donne violenti che avevano abusato dei consorti e molto altro ancora. Ma con il pedofilo proprio no. Lo odiavo.

Come potrei relazionarmi con chi ha abusato della cosa più sacra che esista al mondo, ovvero della purezza dei bambini? Della loro innocenza? Non merita di stare in questa struttura, dovrebbe stare in un carcere a raccogliere saponette nelle docce. Mi trasmetteva un senso di ripugnanza e di sporco che non riuscivo a superare. Giorno dopo giorno lo osservavo con diffidenza, leggevo la cartella medica, guardavo il lavoro che faceva con le tecniche di riabilitazione psichiatrica e ho iniziato a Vederlo.

Ho notato, per esempio, che vestiva abiti e scarpe più piccoli di due taglie almeno, indossava un cappellino con visiera il più stretto possibile al punto da lasciarsi i segni sulla testa. Si stringeva la cintura fino al punto che aveva difficoltà a sedersi e si tirava il più in alto possibile il cavallo dei pantaloni. si imponeva di non urinare per il maggior tempo possibile. E tante tante altre piccole torture che forse non ancora colgo.

Chiesi alla psicoterapeuta il perché di questi strani comportamenti. Lei mi ha spiegato semplicemente che si puniva. Si puniva cercando di comprimere fisicamente se stesso e i suoi impulsi. Una specie di gabbia, una tortura alla quale si sottopone tutti i giorni, tutte le ore da non so ormai quanti anni.
So che molti potranno pensare: “e sti cazzi? con tutto il male che ha fatto è il minimo” eppure, per quando io condanni con tutta me stessa la pedofilia, ho provato pietà per lui.

Il “grande mostro” aveva un cuore e provava disgusto e odio nei confronti di se stesso a tal punto da autopunirsi ancora ancora e ancora tutti i giorni con mille piccoli espedienti. Si tortura per quello che ha fatto e per quello che è. E per quanto sia condannabile quello che ha fatto, è davvero condannabile quello che è? È un pedofilo, ma l’ha scelto lui? Ha scelto lui di essere malato e di soffrire così? E di desiderare ardentemente qualcosa che va contro anche la sua stessa etica?

Provo pietà per lui e adesso mi sento in colpa per averlo odiato a prescindere. Ho ancora molti muri da abbattere, molti pregiudizi che considero “giusti” da scardinare ma adesso mi sento una professionista migliore e anche una persona migliore. Ti mando la mia piccola esperienza perchè spero che possa essere uno spunto di riflessione per chi, come me, a questi temi non ha mai pensato.

Grazie per il tempo che hai dedicato alla lettura della mia lettera.

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Comments

  1. Che incasinamento di patologie che nulla c’entrano tra loro… Comunque, anche io ho un paio di pazienti pedofili Non provo pietà per loro. Han distrutto l’esistenza di alcuni bambini. Tu dici di provare pietà per uno che si punisce da solo. E allora? La pedofilia è la patologia più devastante ( per chi subisce) in assoluto. Provare pietà per un pedofilo che si sente in colpa? Ma perché ? E che c’entra la pietà con il tuo lavoro?

  2. posso ammettere che alcuni di loro tipo il tuo paziente si senta in colpa ma la maggior parte degli psicologi ritiene che siano solo un’esigua minoranza: la maggior parte di loro non solo sa che quello che ha fatto e’ reato ma nemmeno pensa di aver fatto qualcosa di male

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