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La depressione è (anche) una questione politica

dsfsfff

Lui scrive:

Ciao Eretica,
quel che ti scrivo vuole essere una sorta di riflessione o commento da condividere con quanti, negli ultimi giorni, hanno scritto di depressione standoci dentro. I miei pensieri nascono dal botta e risposta della coppia prossima all’implosione. Il loro dialogo e le testimonianze successive mi hanno appassionato, non per questioni di tifo, quanto per “analisi”, quella che nessuno più fa su stesso, su quel che ci circonda e sui modi in cui l’ambiente in cui viviamo influisce sul nostro personale.

Leggendo da qualche settimana il tuo blog ho notato una tendenza generale che accomuna tanto gli autori delle testimonianze quanto la maggioranza dei commenti: tutti scrivono della propria condizione come esclusiva, e soprattutto non ne colgono chiaramente le correlazioni con quel che gli sta intorno.
Inchiostro (e in parte la ragazza che testimoniava il suo spaesamento tra le femministe e gli antagonisti), buttando in faccia ogni 3×2 a noi lettori che il “politico” si annida in tutto, la fallacia insita in quell’approccio che eleva il personale a teoria sistemica l’ha compresa in maniera direi cristallina.

Tutti gli altri, commentatori in primis (in questo senso ha ragione Maria a commentare che tante opinioni fanno inorridire) no, e quindi via con supercazzole più o meno buoniste e da “soggettività sola contro il mondo” che riscopre non si sa bene quale primordiale fuoco e risolleva le proprie sorti.

Al netto di queste baggianate da pensiero comune anni ’90 (guarda caso quello da fine delle ideologie e quindi di ogni analisi e pensiero che si ponesse l’obiettivo di indagare anche oltre i confini impostici e conosciuti) occorrerebbe che tutti riflettessero sul dato storico per cui i progressi e i regressi, nella storia umana, sono sempre stati collettivi e che anche i malesseri di quest’epoca – lo scrivo in particolar modo a quanti si sentono depressi (ed è già tanto ammetterlo a se stessi, altro che sentirsi apostrofati come “nullafacenti borghesi”…) – sono strutturali agli assetti sociali in cui viviamo.

Per farla breve, se siete depressi non è colpa vostra, se non riuscite a infilarvi nello stereotipo di uomo/donna attiv*, di successo, che sale i grandini sociali o più banalmente “produce” (qualsiasi cosa) più velocemente di quanto Bolt corra i 100m piani, non è perché voi siete degli incapaci che non meritano di calpestare lo splendente globo terraqueo disegnato dal pensiero unico (occidentale, sì, per fortuna in altri emisferi qualcuno ancora riesce a mettere in dubbio la centralità di un solo ed unico dogma a cui tutti si devono inchinare).

Se siete in tale condizione di profondo disagio esistenziale è perché il sistema odierno così vi vuole.

Già immagino l’espressione interdetta alla lettura di quanto sopra… per ricondurre a rilassata curva le sopracciglia bisognerebbe aprire una bella parentesi d’analisi materialista sull’odierna fase del capitalismo e su come essa abbia plasmato in peggio e al ribasso le condizioni di vita di tutti noi a partire dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso ad oggi. Siccome non è cosa che s’improvvisa in due righe, tanto per capacità espositive dell’eventuale relatore (sono conscio dei miei limiti), quanto per “basi” di chi eventualmente ascolta, provate a fare un piccolo “atto di fede” (ogni tanto tocca bestemmiare, mi spiace…) e prendete per buono il mio assunto.

A questo punto domandatevi, perché il “sistema” (batate bene a non associare il termine alle supercazzole complottiste tanto in voga oggi…) mi vuole “depresso”?
Come scrivevo poc’anzi, alla risposta non ci potete arrivare senza aver masticato un po’ dell’analisi materialista suddetta, quindi vi tocca nuovamente fidarvi e prendere per buona la mia risposta che suona più o meno così: il sistema ti vuole depresso e “perso nei tuoi guai” (Vasco questo trend già se lo sentiva addosso agli albori di quegli anni ’80 che in troppi ancora oggi rimpiangono) perché non VOLENDO più garantire a te e quelli come te – siete in tanti – una vita dignitosa (realizzazione personale, possibilità concreta di mettere su famiglia senza impazzire tra mutui insostenibili, stato sociale inesistente, precarietà lavorativa totale) ha bisogno che il suo fallimento in quanto sistema, diventi il tuo personale, perché se diventa il tuo, tu lo imputi soltanto a te stesso deprimendoti, sfasciando la tua sfera relazionale ecc.

Se invece, come dovrebbe e come è stato fino a quando la massa era in grado di concepire che i rapporti sociali non sono soltanto amore/odio tra i singoli (vi rimando alla critica di un pezzo da radio di Inchiostro per capire meglio la questione), ma prima di tutto scontro tra interessi sociali opposti, tu odierno depresso, digerita la prima fase di sconcerto per l’improvviso venir meno d’ogni orizzonte di vita, ti organizzeresti con i soggetti finiti loro malgrado nella tua medesima condizione, e magari proveresti a scuotere le fondamenta di quel sistema che causa i tuoi malesseri, probabilmente tentando addirittura di “camminare sulla testa dei Re” (giusto per ricordare che pure Shakespeare non era soltanto autore di drammi sentimentali indimenticabili).

Detto questo, quindi, cosa fare? Nel caso specifico della coppia parlatevi viso a viso, prendete coscienza condivisa dello stato asfittico del vostro rapporto e analizzatelo per quello che è diventato, domandandovi perché ha preso un certo indirizzo e cosa lo ha condizionato. Dialogate nel modo più aperto e privo di reticenze possibile, trovate punti d’analisi del vostro contingente in comune, provate a condividere quelle passioni che occupano il tempo di lui e umiliano il vuoto di lei, affrontate la depressione di lei insieme, anzitutto cambiando specialista, perché uno psicologo che ti dà due dritte new age non sarà di giovamento.

Personalmente, ancor prima di andare da uno psichiatra (a tanti che commentano sarebbe utile informarsi sulle differenze tra le due figure professionali e su quel che concerne il mondo degli psicofarmaci) io cercherei un valido professionista della terapia relazionale, ma soprattutto comprendete che, anche chiusa la porta di casa, il vostro microcosmo resta sempre localizzato in un mondo, un contesto, essenzialmente di merda per chi non sta a determinati livelli sociali (e pure in quelli non è comunque tutto un ben godi) e che il sistema in cui viviamo è strutturalmente concepito per fare in modo che il malessere di tanti diventi la fortuna di pochi (il famoso raffronto 99% vs 1%) e che l’individuazione di soluzioni personali che possono preservarvi dalle tempeste esterne, inserendovi in una bolla tutta vostra, non è più cosa di questi tempi.
Se ci fate caso lo si evince anche dai commenti alle vostre storie, dove in tanti affermano di condividere i vostri malesseri e di non saper come uscirne definitivamente.
In bocca al lupo a chiunque navighi nel buio della depressione, nei meandri del malessere esistenziale, non siete soli nel vuoto ne, tanto meno, nella battaglia per sconfiggere le cause di quei mali e non datevi per vinti fino a quando non vi ritroverete sotto 3 metri di terra.

PS: prima che qualcuno me lo contesti, ovviamente la mia analisi non intende affermare che le patologie depressive odierne sono esclusivamente figlie delle metastasi insite nella strutturazione sociale moderna, ma semmai esortare ad aprire la focale su problema per inquadrarlo nella sua dimensione complessiva.
T.S. (sono un lui).

A presto

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Comments

  1. Scrivo a commento e non sul post perché non voglio sovradeterminare l’intervento di TS. 🙂

    sulla pagina di fb federica scrive:

    In parte concordo con il tipo, leggendo mi è tornata in mente “vita liquida” di bauman, effettivamente la società ci vuole più che produttori consumatori, oggetti stessi, in un continuo fluire, scorrere e correre senZa senso e frenetico.
    Ma credo anche che la depressione come patologia -cioè quando mina la salute del soggetto o di altri- sia ben più complessa nelle sue radici così come nella sua evoluzione, e in questi casi un conforto di un’amica o un libro di filosofia non ti aiutano..

    e io ho scritto:

    sono d’accordo con te. ho visto donne pienamente consapevoli di tutto quel che si scrive in questo post, con strumenti culturali notevoli e forte livello di politicizzazione, completamente devastate dalla depressione. si, c’è che quello che succede si ripercuote sui corpi, sulle nostre vite, e la precarietà, per quanto pronunciata, ci massacra, ma c’è che il malessere ha radici diverse per ciascun@ di noi e quindi va considerato il problema in tutta la sua complessità senza inibire le persone che vogliono parlare della propria depressione in modo diverso.

    quindi è possibile valutare la questione inserendo anche questo spunto pur senza dare centralità a questa lettura? 🙂

    • a parte le mie piccole manie, io con la depressione ci vivo ma da compagno più che da diretto testimone.
      ed una cosa che ho capito è che in pochi anni non si può stravolgere ciò che in millenni si è sedimentato. allontanarsi dalla natura ha un costo.

      se vivere in una masseria ( o in una cascina) aveva i suoi pro e i suoi contro, anche vivere in un appartamento al 3° piano ha i suoi pro e i suoi contro.

      prima di incolpare il solito sistema oppressivo maschil-patriarcale pensate a come è stato stravolto il nostro sistema di relazioni in così pochissimo tempo tanto da parlare ormai di anomia.

      siamo passati nel giro di un numero di generazioni che si possono contare nelle dita di una mano alla famiglia patriarcale, alla famiglia mononucleare, alla famiglia affettiva. una evoluzione che ha risentito del modello economico imperante. dall’agricoltura, all’industrializzazione taylor-fordista, al mondo dei servizi.
      ed oggi per reazione parliamo del modello economico della decrescita.
      fermarsi un momento a riflettere e guardare al passato non come se fosse l’antro dell’inferno ma un bagglio di esperienze da cui estrarne il meglio può non essere un qualcosa di inutile

  2. La tua analisi è interessante e la condivido in parte, nel senso che secondo me c’è anche dell’altro che non riguarda solo la “struttura” nel senso in cui ne parli tu, ma la “cultura” . Giustamente come dici “il sistema” non è un’entità reale, è un insieme di modi di pensieri di fare e pensare, alcuni sono imposti, altri sono attivamente accettati, altri entrambe le cose. Facendo attivismo all’università in una società che si occupa di salute mentale, ci siamo spesso confrontati sul significato della parola “vulnerabilità”, e di come essa sia considerata un tabù, una cosa da non dover mostrare, da nascondere, di cui vergognarsi, sempre per quel discorso che dici tu del dover “proiettare” una certa immagine di sé vincente. Io non ho certo la soluzione contro al sistema, né quella per la depressione, però il contributo che posso dare, a seguito delle riflessioni fatte anche con questi ragazzi, è di iniziare a rivendicare pubblicamente, con orgoglio, il diritto alla vulnerabilità. La vulnerabilità della malattia (la depressione è una delle tante, e tutte le altre?), della fragilità, della povertà, della solitudine, della vecchiaia, del semplice essere umani. Facciamo un Vulnerability Pride. Per me, questa è l’unica via per ridare valore a chi valore sente di non averne più. Sto facendo della autostima dei vulnerabili una questione collettiva. Poi, magari, una volta che ci siamo ridati un valore da soli, saremo anche in grado di riorganizzarci contro chi ci vuole in trappola.

    • Mi hai fatto venire in mente “Essere o avere” di Fromm.

      Condivido tutto, per questo trovo che additare il capitalismo come causa di tutto è fuorviante per un’analisi completa del problema.

      Nel caso tu non l’abbia letto, ti consiglio sul tema “La fine della competizione” di Alfie Kohn.
      Quando lo lessi ci trovai due o tre cose veramente intelligenti dentro.

  3. Comunque d’accordissimo sul fatto che le malattie hanno radici sia biologiche sia sociali. Anzi la mia idea, come antropologia, è che “biologizzare” tutto serve anche a chi ci opprime per farci distogliere lo sguardo dall’oppressione che subiamo. Con ciò non voglio negare le basi chimiche, ma solo guardare l’altra faccia della medaglia. Anche le malattie considerate prettamente “fisiche” sono un fatto sociale, in quanto nascono spesso da abitudini sociali ed ambientali distruttive… Io personalmente rivendico anche il diritto a guardare al mondo senza dividere l’esistente in biologico/culturale/sociale/individuale, perché penso che in un modo o nell’altro queste separazioni siano parte del problema.

  4. Posso dire che, al netto dell’eventuale condivisione delle tesi espresse, trovo abbastanza insopportabile il tono oracolare e pedagogico dell’autore? È un vizio che noi militanti dovremmo toglierci ed è uno dei problemi di comunicazione che continuiamo a scontare. Questa cosa non è secondaria, perché ha a che fare anche con un rapporto di forza che si vorrebbe imporre con l’ascoltatore (che ovviamente, percependolo così acutamente, se ne sottrae). Fra le varie cose che ho notato, c’era il fatto che la tesi centrale dell’articolo era espressa lucidamente e brillantemente nelle poche righe in cui si parla del trasferimento del fallimento dal sistema all’individuo. E allora perché scrivere due paragrafi in più, prima, in cui retoricamente si dichiara di non voler procedere a un’analisi marxista, ché tanto è fuori dalle competenze dell’autore e – soprattutto, a giudicare dal tono – del pubblico? Sono davvero dispiaciuto di fare lo scassacazzo in questo modo, ma secondo me si va poco lontano con questo modo di trattare il pubblico praticamente nello stesso modo in cui si trattano “i nemici politici”. E perdonate la lunghezza, anche: le prediche le faccio agli altri, ma sono rivolte anche a me (e non a caso iniziavo con “noi militanti”).

  5. @ Eretica e I.Get.Out: nessuna intenzione, da parte mia, di minimizzare o cancellare la questione biologica, chimica o come preferite indicarla della patologia depressiva, l’intento di quanto ho scritto è quello precisato, forse maldestramente, nel post scriptum.

    @ Enrico: mi spiace tu sia rimasto infastidito dal tono. Ammetto di non aver posto particolare attenzione nel curarlo, un po’ perchè le mie parole non hanno alcun fine divulgativo (non sono un militante, i rapporti che ho avuto con i suddetti mi hanno tenuto distante dall’ambiente), un po’ perchè l’ho inteso come una chiacchierata “faccia a faccia”, in cui per abitudine sono sempre molto diretto. I limiti delle competenze del sottoscritto si riferivano anche all’ambito comunicativo, non soltanto a quello teorico.

  6. Premessa: ho sofferto di depressione, fatto terapia anche di gruppo per 10 anni, preso psicofarmaci (ansiolitici e antidepressivi). Almeno a livello esperienziale, mi sento di scrivere quello che sto per scrivere.
    Reputo autoassolutoria e profondamente individualista questa analisi, solleva l’individuo dalla responsabilità che ha di gestirsi e di gestire le relazioni considerando i propri limiti, la ricchezza che possiede e che gli viene data. Parliamoci chiaro: la vita che vivono le persone che scrivono sui blog, che commentano, che hanno pure il tempo e le risorse per diagnosticarsi malattie (dal raffreddore alla depressione) è molto più vivibile di quella delle generazioni precedenti. Semmai a stare di merda erano loro, schiacciati da una società in cui il discorso del padrone era pure un discorso di natura morale, pesantissimo. I padroni, ora, lucrano sulla libertà nostra, sul proliferare del desiderio e sulla possibilità di soddisfarlo a poco prezzo, e qui siamo veramente fottuti. Se adesso si sta di merda, è perché ci si perde in un aumento progressivo della libertà di esprimersi, di concepire atti e di intraprendere stili di vita a scapito di quella di ascoltare, di mettersi in discussione, di aprirsi all’alterità, di autolimitarsi in base alla libertà altrui. Non solo si hanno ricchezza, cultura, libertà sconosciute per millenni a livello individuale, ma si colpevolizza la società di cui si fa parte e che si sostiene anche materialmente (con i consumi e i comportamenti) per spiegare il proprio malessere. Dire che il sistema vuole da me certe cose (che io sia depresso e colpevolizzi me) è una forma di vittimismo, mi fa sentire sollevato, ma non cancella il fatto che prima di tutto sono io a voler essere precario, sono io che rifiuto la stabilità che è possibile ottenere solo nel responsabilizzarmi, certo anche politicamente. Rifiuto la sofferenza, è ingiusta, rifiuto le costrizioni e le oppressioni ma è sempre più difficile volere qualcosa per più di una mezza giornata e impegnarsi seriamente e serenamente per ottenerla. La liberazione umana, così come la vedo dispiegarsi, si risolve in una stanza vuota dove vorrei metterci più cose di quelle che ci stanno e quindi rimane vuota e mi rigiro in un senso voluttuoso di insoddisfazione. Ciascuno vive in una microversailles personale popolata solo di ombre in cui il 1789 non arriva mai e si rimane lì, a darsi da mangiare le brioches.
    Il problema è politico nella misura in cui ne sono coinvolto personalmente, ed è personale nella misura in cui i miei desideri confliggono con quelli di altri e sono quindi atti politici. Dico che la società che viviamo è esattamente quella che vogliamo, almeno finché i nostri comportamenti saranno quelli di adesso e finché continueremo a concepire il desiderio come unica e sempre legittima guida dell’agire.

    • Io penso che il tuo punto di vista appiattisca molto il mio discorso su un semplicistico “hai torto perchè ora stiamo molto meglio rispetto a 60 anni fa” (periodo temporale a caso per rendere l’idea).
      Potresti anche avere ragione, se mi spiegassi da quali punti di vista stiamo meglio. Provo a mettere giù quelli da te citati senza seguire il tuo ordine.
      Libertà? Non direi vista la piega coercitiva presa dal potere, inteso come istituzioni nazionali e sovranazionali, e il restringersi degli spazi di dialogo, soprattutto “reali” (la rete è bellissima ma dal 2.0 in avanti è diventato anche il più grande sistema di schedatura e lucro sulla vita privata di ognuno).
      Consumo? A parte il fatto che i consumi sono in caduta libera da anni, dove sta il “meglio” in una capacità di consumare che da un trentennio non si poggia più sul potere d’acquisto del mio salario, ma sul credito, e soprattutto che non si muove minimamente nella prospettiva di migliorare la vita dei singoli?
      Cultura? Bisognerebbe capire quale, se parliamo di quella da “web” che ha fatto schizzare gli indici di analfabetismo funzionale alle stelle, per me non ci siamo proprio. Se parliamo di quella comunemente intesa, che va di pari passo con la scolarizzazione, anche qui bisogna registrare un netto peggioramento rispetto al passato, basta scorrere la cronologia di tutte le “riforme” che hanno sfasciato l’istruzione pubblica, rendendo il sapere sempre più elitario.
      Morale? Basta citare la questione “migranti/rifugiati” per rendersi conto che la manipolazione di morale e sensibilità pubblica è un discorso ancora tutto interno alle logiche padronali.

      I padroni hanno lucrato sui nostri desideri fino a ieri, ora sono tornati a lucrare sulla nostra carne perchè la fase storica in cui era accettabile per un padrone redistribuire parte della ricchezza alla massa, è finita, ed è molto improbabile che torni.
      L’affermazione sulla precarietà (io mi riferisco a quella di vita, contingente) è completamente fuorviante. Avere una vita precaria non è una scelta libera, ma indotta dai moderni schemi di produzione (materiale ed immateriale) e tu puoi responsabilizzarti civilmente e politicamente, ma se non riesci ad unirti collettivamente con i tuoi simili per imporre al sistema in cui vivi la realizzazione di politiche economiche e industriali che vadano a vantaggio tuo e non del padrone, resterai senza orizzonti di vita fino alla morte, come di fatto succede alla stragrande maggioranza dei 25-30enni odierni.

      Per il mio punto di vista, quindi, scrivere che l’interiorizzazione soggettiva di tutto quello che il sistema non mi vuole più dare (io mi riferivo a vite dignitose in cui l’accento sia anche sullo sviluppo umano dei singoli e degli eventuali nuclei che dall’unione dei singoli possono nascere) è funzionale all’interesse del sistema stesso, non è autoconsolazione, ma contestualizzazione dei proprio malesseri nella società in cui si vive.
      Come ho già avuto modo di precisare concordo con chi specifica che la depressione non debba essere ricondotta solo a questo, il “problema” che io rilevo è che mediamente la depressione è ricondotta solo in minima parte e da pochi specialisti a quel che ho descritto io.

      • I miei nonni erano braccianti agricoli e vivevano in 10 in una stanza. I miei genitori sono riusciti dopo 20 anni di risparmi a farsi una casa loro, dopo aver lavorato da pendolari anche a 100 km di distanza, nella la mancanza assoluta di un patrimonio di riserva a cui attingere in caso di necessità. Politicamente, i miei nonni stavano sotto il fascismo, la bella aria patriarcale e la morale cattolica nelle sue forme più spettacolari (immagino che mia nonna non abbia mai provato un orgasmo in vita sua) e i miei genitori si sono sorbiti cose da niente come la strategia della tensione, l’esasperato verticismo aziendale, l’alienazione di fare sempre la stessa cosa ignobile per decenni pur di campare. Ci si lamentava del fatto che il lavoro era fisso, non ti si chiedeva efficienza ma fedeltà e dedizione ai superiori e stavi male per quello. Ma grazie al sistema di garanzie costruito tra gli anni ’70 e ’80 hanno una pensione che garantisce il trentenne che sono, nel caso in cui dovesse avere bisogno di andare dallo psicologo o dallo psichiatra a 80 euro l’ora. Altri miei coetanei se la passano ancora meglio, hanno ereditato il posto di lavoro se non pure immobili e cose del genere. Ecco a cosa mi riferisco quando dico che stiamo meglio. Per lo meno una diagnosi, se non un mondo migliore, oggi è possibile, oltre alle birrette al pub, alle cannette, a qualche vacanza low cost, ai vestiti, agli anni di studio universitario da fuorisede completamente spesati. Tutte cose che nonni e genitori miei manco se le sono sognate.
        Il mio punto di vista è che la tua analisi è sostanzialmente individuale e soprattutto vittimistica. Non è politico un pensiero secondo cui ci è stato tolto qualcosa, non siamo liberi, i nostri desideri sono indotti, è in atto una manipolazione ai nostri danni. Manca qualsiasi parte costruttiva, attiva, politica in senso pieno. Oltre a un certo fanatismo (ovvero vedere solo le cose che si vogliono vedere), alla passività di fondo (tutta depressiva) c’è poi una implicazione: ovvero, che magari starò meglio se avrò ciò che voglio, se avrò garanzie sul mio futuro, se avrò più potere di acquisto, se un idolo come lo stato o la società o il capitale o chissà cosa torneranno ad essere dalla mia parte. Insomma, diventando padroni, più padroni di quello che possiamo permetterci ora, avendo le garanzie e il potere che hanno loro. Soprattutto, con un ragionamento vittimistico sono deresponsabilizzato perché mi convinco che forze immani quanto astratte lavorino contro di me. Oramai ai padroni non importa un fico di come scopo, di cosa mi piace, se ho figli, mi rendono disponibile tutto e in formula low cost. Ovvio che è sempre il banco a vincere, ma la mia responsabilità è nel continuare a giocare a quel tavolo del desiderio di avere tutto ciò che penso sia mio diritto avere. Il mio male depressivo è anche mia responsabilità, dire che la “colpa” (parola antica e brutale) è mia è fuorviante quanto dire che è del sistema. Sono una persona libera che è sempre esposta al rischio di perdersi (e di perdere la sua libertà) nel labirinto egotico e narcisistico che questa società incoraggia a partire proprio da me.
        Nel tuo discorso, più che una forma politica percepisco immobilità, un pensiero che stabilizza lo stato depressivo conclamato o latente, che porta a quella vacua aggressività da web. Ovvero, denuncio tutto e tutti, poi il giorno dopo non succede nulla e tutto rimane come prima, si continua a vivere di desideri e inseguendo possibilità, ombre che posso raggiungere con poco sforzo, low cost.
        Come posso aprirmi al mondo, aprire la mia carne e contaminarla con la sua, se lo considero un sistema che mi rifiuta, che mi inganna, se c’è una intelligenza maligna che lavora contro di me?Come posso sinceramente attivarmi per maggiori diritti per tutti e tutte, se il senso delle mie relazioni è tutto quanto di natura egotica e narcisistica, una continua guerra per la soddisfazione del desiderio e della sua contraddittorietà?
        Sono con te nel ribadire che la depressione è anche un problema politico, ma il tuo discorso, nel porre un senso “politico” lo disinnesca subito e ricade nell’inerzia individuale, depressiva. Non responsabilizza e quindi non porta a una dimensione politica piena e magari davvero terapeutica, perché disponibile al mondo come campo di responsabilità e libertà.

        • La descrizione delle condizioni di vita passate non fa una piega, manca però un dettaglio fondamentale. Quello che tu percepisci come benessere intergenerazionale (dai tuoi nonni ai tuoi genitori, dai tuoi genitori a te) è figlio della lotta e delle conquiste delle generazioni precedenti, un processo a “salire” durato fino agli anni ’70 (gli ’80, a dispetto di quel che molti pensano, sono l’inizio del cambio di passo).

          Le “nostre” generazioni sono nel pieno della regressione (la rappresentanza politica e sindacale è in costante contrazione, il lavoro è diventato un lusso al punto che un giovane per “stare nel giro” è costretto a prestazioni gratuite, stage economicamente e professionalmente risibili – vedi Expo – magari per arrivare ad un impiego che spesso e volentieri ti colloca, quanto a salario in piena fascia di povertà relativa) non a caso scrivi anche tu di “giovani” d’oggi mantenuti negli studi e negli stili di vita dal benessere conquistato dalle generazioni precedenti, non da un sistema che offre a tutti la possibilità di affrancarsi a prescindere da dove si parte.

          Il mio punto di vista pone, quindi, l’accento sul fatto che buona parte dei malesseri odierni provengono da questo cambio di passo che è verificabile nelle cifre della crisi (da un bollettino Istat e consultando qualche dato sulla sanità, che d’individuale o soggettivo hanno davvero poco).

          Per quel che mi riguarda, l’analisi politica finisce qui, l’azione (che pensavo di aver indicato scrivendo di “marciare sulla testa dei Re” e “unirsi collettivamente con i proprio simili”) è la ricomposizione di classe e il rovesciamento del tavolo.

          Quanto fin qui scritto, non mi pare un punto di vista classificabile come vittimistico.

          • Entrambi diamo un senso politico alla depressione, questo è chiaro e quindi riteniamo che non basti affrontare il problema in termini esclusivamente clinici, farmacologici, individuali. Io dico sostanzialmente che il malessere di oggi non è un malessere derivante da cose che mancano, ma dalle troppe cose che ci sono. Una disponibilità di servizi e opportunità inedita ma a cui non siamo in grado di conferire senso. Qui semmai è la mancanza, una mancanza che posso tranquillamente definire politica.
            Le lotte e le conquiste delle generazioni precedenti alla nostra hanno portato a una maggiore libertà individuale, a una emancipazione, al venir meno di obblighi nei confronti dello stato, della religione, della famiglia. Non siamo costretti a fare nulla, dai figli fino al lavoro o al servizio militare, il tempo è vuoto da incombenze dettate dalle necessità. Adesso, il campo dei valori è libero e rimane intatto quello dei rapporti economici. Ma c’è per l’appunto quello strano vantaggio di non dovere nulla a nessuno in termini valoriali e di avere ancora a disposizione la ricchezza accumulata venti o trenta anni fa. Questo stato di cose, a quanto pare, risulta difficile da affrontare: davanti a tutto ciò, riscontriamo la sensazione di essere poveri, senza speranza, fermi. Ciò che abbiamo si trasforma in ciò che manca. Oggi farsi pagare pochissimo o niente è solo una perversione dello stare troppo bene. Nel momento in cui sono davvero nel bisogno, vado a lavorare gratis? Lavora gratis chi campa su quella ricchezza, materiale e libertaria ottenuta dalle lotte che conosciamo. Solo chi se lo può permettere si fa sottopagare o fa gli stage a niente. Se si è nella necessità per davvero si è disposti pure a fare lavori umili e appena non si ottiene un compenso si passa ad altro. Si preferisce invece ragionare in termini di mancanza, si scelgono strade che non portano a nulla se non a ulteriori recriminazioni ma si sta a galla perché la ricchezza c’è e non si trovano motivazioni per farla fruttare, per abbandonare la casa del padre e della madre. Ho già il reddito garantito, è quello della pensione dei miei se non ho pure un piccolo patrimonio a cui attingere: perché darmi da fare, perché accettare di non essere un grande artista, perché non tentare fino a 40 anni a fare l’attore o l’attrice di successo? Da cui sensi di colpa, di insoddisfazione, ma tra i comfort.
            Ci tengo a precisare che non sto a dire: torniamo al passato, imponiamoci valori proibizioni o cose simili. È stato sacrosanto infrangere quei vincoli che erano responsabili del malessere che vivevano i nostri nonni o i nostri genitori. Il nostro problema è affrontare quello spazio già liberato e non basta ragionare in termini di aumento delle protezioni sociali o del reddito, di contratti di lavoro. Resteremmo fermi nell’illusione di contare qualcosa, di essere intoccabili, innocenti come appunto sono le vittime.

        • Max Aue, se mi permetti, sei tu che individualizzi la questione, portando esempi personali.

          Il punto è che il sistema di oggi non è diverso dal sistema di cinquant’anni fa, ma sembra diverso.
          Di fatto, invece, i rapporti di forza all’interno delle aziende sono i medesimi e, anzi, oggi il datore di lavoro ha ancora più potere e il lavoratore è ancora più ricattabile (basti pensare al fatto che, se rifiuti un cazzo di stage non pagato, fuori ce ne sono altri trecento pronti a dire di sì).
          Anzi, aggiungerò, il quadro complessivo di una volta era meno deprimente per l’individuo proprio perché l’individuo non era solo, ma in stretta collaborazione con altri.
          Basti pensare ai grandi moti di piazza. Bava Beccaris cannoneggiò la gente, ma la gente in piazza ci stava lo stesso. Perché non si sentiva sola, ma parte di qualcosa.
          Oggi, invece, si è soli, tutti in competizione l’uno con l’altro.
          Sul luogo di lavoro non si aiuta il collega in difficoltà, ma si spera che fallisca perché così rinnovano il contratto a noi e non a lui.
          E questo giova di gran lunga al così definito sistema, perché un individuo solo è ben più gestibile di un individuo relazionato ad altri. L’individuo solo pensa di non avere alcuna scelta, quando invece una scelta c’è o dovrebbe sempre esserci.

          E questo discorso non deresponsabilizza l’individuo, semmai fa il contrario.
          E’ un atto d’accusa, a mio parere.
          La gente è depressa perché non fa una sega per cambiare la propria condizione, ma semplicemente spera che cambi, mentre spera che il lavoro vada male al compagno di desk.
          E’ sparita la collaborazione, e con essa la condivisione e quindi grazie al cazzo che poi tutti si sentono soli, isolati, contro il mondo.

          Io ho dei giorni in cui proprio non mi alzo dal letto (in cui proprio vorrei non alzarmi dal letto), se lo faccio è perché so di avere dei “compagni”, delle persone che sono in relazione con me, per le quali mi butterei nel fuoco e che si butterebbero nel fuoco con me.

          E’ un discorso che si riallaccia a Erich Fromm nel suo essere o avere.
          Oggi la centralità è data al possesso, all’ottenimento. Bisognerebbe riportare questa percezione, questa prospettiva sull’essere, sull’esistere, sul divenire.

          Un bel libro in merito è “La fine della competizione” di Alfie Kohn. In questo libro viene fatta una analisi approfondita di come venga utilizzata e di cosa sia, in realtà, la tanto acclamata competizione.
          Per sconfiggere la depressione dettata dalla struttura bisognerebbe ricreare ambienti collaborativi e non competitivi, nei quali si crea relazione, condivisione, incontro.
          E sono le persone a doverlo fare, non il padre eterno.

          Io non assolvo nessuno, perché fin’ora ho sentito solo dire “non si può fare”.
          Però con queste frasi non si va da nessuna parte, a parer mio.

          Mi scuso per il papiro, spero d’aver aggiunto cose intelligenti.
          🙂

          • La situazione contemporanea della depressione non credo sia riconducibile solo a un “ci vogliono così”. Sicuramente c’è chi, attraverso produzione e vendita degli psicofarmaci, ci lucra, ma c’è anche un tabù sociale sulla depressione. Non si può essere depressi per una serie di ragioni che possono essere che non bisogna mostrarsi deboli, che bisogna essere sempre al top, che c’è uno standard di divertimento mercificato a cui aderire, che ci siano in pratica delle prassi sociali difficili da sostenere. A queste posso aggiungere altre situazioni di disagio personale che se non affrontate possono diventare depressioni. La depressione è anche una forma di autopunizione, così come può essere una progressione di malesseri personali e sociali. In questo senso non si deve parlare de La Depressione ma di Depressioni e nemmeno trovare una causa unica.

  7. Totalmente d’accordo con l’autore della riflessione. Aggiungerei soltanto che per un’analisi esaustiva è sempre bene tenere a mente che la dimensione soggettiva e quella socio-politica sono strettamente connesse e a ciascuna va data la giusta considerazione.
    Questo è ciò che insegnano agli antropologi per le ricerche etnografiche, ma penso sia un consiglio valido per affrontare la vita in generale!

  8. Conordo…c’è anche questo, non solo ma anche…

  9. L’ha ribloggato su Elena.

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  1. […] Sorgente: La depressione è (anche) una questione politica […]

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