Se leggi di una depressione rifletti prima di commentare

galleggiare

Lei scrive:

Scrivo a te perché voglio essere letta. Non nella mia bacheca, non nel mio blog, non in un forum, ma in piedi, davanti alla tua piazza piena di persone che giornalmente usano i social, che giornalmente ti scrivono dalle loro poltrone dei commenti, consci che forse non arriverà mai il loro turno di parlare a te in maniera anonima e mettersi loro tra le mani del pubblico.

Sono una blogger, lo sono da quando per scrivere sul web dovevi collegare il cavo al telefono e sperare che non cadesse la connessione. Sono giovane, non sto assolutamente dicendo che io son più figa perché c’avevo la 56k, sai com’è, non voglio ritrovarmi commenti in cui si dice “Bellina, vedi che io sono nato/a ai tempi del Commodore” et similia.

Perché è proprio questo il fulcro della mia lettera a te, al tuo pubblico. Rubo un’espressione dialettale non mia per dirvi ciò che penso quando leggo i commenti: “ma che davero?”.

Ricordo con nostalgia sebbene sia passato solo un decennio, il momento in cui scrivevo un pezzo e lo pubblicavo sul mio blog: dietro un nickname cercavamo tutti di mostrarci brillanti e ad un commento molto “saggio”, si aspettava per rispondere anche un giorno, per ordinare i pensieri e rispondere per bene.

La comunicazione anonima sarebbe dovuta essere più diretta, spontanea, più “tanto chi mi conosce?”, eppure si cercava di superarsi, come se l’io virtuale potesse essere una possibilità per riscattarci da una vita normale, come se internet fosse il mo(n)do che ci permetteva di trasformarci in piccoli supereroi. Consigli, incoraggiamenti, riflessioni acute.

Adesso la comunicazione è diventata un “rispondimi subito”, “perché hai visualizzato e non rispondi?”, “se non scrivo subito poi gli altri mi ‘superano’”, “devo leggere subito ché non ho tempo”. Cerchiamo per parole chiave, leggiamo parole chiave -anche io lo faccio-, parliamo raffazzonando lessico rubato dalla TV, perché un libro chi ha tempo di leggerlo, e il web design ci impone di scrivere pezzi corti, font leggibile, altrimenti gli occhi si stancano, immagini, principalmente, ché statisticamente la gente si rompe a leggere mille parole su uno schermo.

Adesso internet si vive con il nome e cognome, foto, amicizie in comuni e selfies in copertina. Foto di guerre e foto di cupcakes. Video che non ci faranno mai vedere alla televisione, cure per il cancro che le case farmaceutiche non ci daranno mai perché ci vogliono morti, questi cazzo di migranti che ci rubano il lavoro e noi sistematicamente commentiamo. Potrei anche stare a cercare qualche statistica o studiare il fenomeno che ci induce a commentare principalmente le cose che ci fanno rabbia o quelle in cui possiamo contraddire o quelle per cui semplicemente, non siamo le persone più adatte per farlo, ma sono seduta qui, come loro, come voi, come noi, e non capisco.

Scrivo perché ho letto questa lettera e mi sono messa a piangere, mi ha dato emozioni e non sono stata capace di scrivere nulla. Ho pianto perché ho sentito la sofferenza di una coppia e il male di una precarietà di vita che ci sta riducendo all’osso, che ci fa marcire. La depressione. Non la tristezza, non l’angoscia, la depressione, che è un buco nero, ti succhia via ogni organo, ti chiede costante attenzione, costante alimentazione. All’inizio gli dai tutto il superficiale che possiedi, poi inizi con ciò che è fondamentale per la tua sopravvivenza. All’improvviso ti ritrovi solo a respirare, quando ci riesci. A non sopportare nemmeno il battito del tuo stesso cuore, lo senti così forte che ti sembra di essere in discoteca, per usare una metafora. Ché però non servono, non si riesce a descrivere la depressione. Come tutte le malattie che colpiscono la psiche, è qualcosa che nessuno riesce a far capire o spiegare. Si vive in modo diverso, perché intacca noi nella nostra unicità, non delle regole di anatomia. Sfugge alle leggi della chimica. Con me gli psicofarmaci non hanno funzionato, con alcune persone che conosco nemmeno. Si dorme, e a volte questo è sufficiente per non sentirsi un cadavere che cammina. Quando può.
Io stavo al letto al buio, figuriamoci se avevo tempo di avere una relazione e guardare ai bisogni di un eventuale ragazzo. Con la depressione non si vive. Prendete un foglio e coloratelo tutto di nero, con i gessetti, calcando la mano, sfumando. Qualsiasi cosa si tocca con il gessetto nero automaticamente prenderà quel colore. Ecco, questa è.

Mi sono ricordata di tutto questo quando l’ho letta e mi sono immaginata a fare male alla persona che amo e mi si è stretto il cuore. Non ho avuto il coraggio di scrivere nulla, se non aprire un editor di testo per scrivere la mia esperienza. Poi ho letto i commenti e tutto è cambiato.

Perché nessun elenco delle “cose da NON dire a chi è depresso” serve ad arginare il male di non avere tempo per elaborare le emozioni che dà uno scritto. Avere tempo di pensare che una persona che sta soffrendo per colpa di una malattia non si consola con i “forza, reagisci” che arrivano da una specie di personal trainer. Io sono fiduciosa: se trovassimo del tempo per chiederci “cosa diremmo alla persona che più amiamo?”, riusciremmo a scrivere cose migliori, più ponderate, lasceremmo spazio a chi sa e chi non può potrebbe stringersi in un abbraccio, una stretta di cuore.

La prossima volta che qualcuno scrive, prima di commentare, andate voi all’aria aperta, fuori, prendete energia positiva e pensate a ciò che avete letto. Cercate le parole che non sapete, documentatevi su cosa poter dire, sulle fonti, ricordate che non sempre le esperienze dirette sono verità assoluta che vale per tutti.

E alla coppia che ha scritto a questo blog, io voglio mandare un abbraccio.
Alla mia prima crisi di panico una mia amica mi strinse la mano dicendomi “tranquilla, calmati che ora passa”. Non è passata, ma adesso sorrido. Spero, anzi sono sicura, che cercando la professionista giusta (uno psicologo non va bene sempre per tutti, io ne ho cambiati due) e mettendo da parte il foglio nero, aprirai questa pagina blu e bianca (quella di facebook) e riderai. Perché l’ignoranza si combatte, la depressione si cura.

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Comments

  1. .

  2. Dopo diversi anni, in una conversazione, sono riuscita a spiegare perchè l’uomo che mi amava andò via durante la fase acuta della mia depressione.
    Ero diventata “autistica”, non che non sentissi, non che razionalmente non credessi che le persone mi parlassero volendo davvero comunicare con me. E’ che le loro parole non mi arrivavano dentro.
    Così, l’altro giorno ho detto che lo capivo, che capivo quale dolore potesse aver provato a starmi accanto e vedere che non lo percepivo.
    Forse un giorno riuscirò a descrivere tutto, oggi ancora no. Ancora cerco parte di me…

    Ah, grazie.

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