Il Giovane Holden in un consultorio

11997963_10208091468634144_548959100_n

di Inchiostro

La premessa è che ho riletto, credo per la centesima volta, quel bellissimo libro che narra le vicissitudini di un certo Holden Caulfield – e, nel caso non lo conosciate, vi consiglio di farlo, perché ne vale –.

Comunque.

Ho ripensato, sto ripensando, a tutte quelle volte in cui mi sono sentito come il vecchio Caulfield e, devo confessarvelo, una delle più vivide, tra tutte quelle che mi sono rimaste impresse, è la prima volta che sono entrato in un consultorio.
Ragazzi, voi non vi rendete conto. Dico davvero.
La prima cosa che ho percepito fu quella d’essere un fantasma, in quei corridoi. Nel senso, e dico davvero, che le persone non mi vedevano. Ovunque stessi, qualunque cosa facessi, era come se fossi un ectoplasma trasparente.
La seconda cosa è che, se hai la barba, ti possono sbattere le porte in faccia mentre stai entrando in una stanza. Non scherzo, ragazzi, è roba da diventar matti, questa. Stavo entrando e quel rettangolo di legno m’ha sbattuto a un palmo dal naso.
Io non è che ci capissi molto, devo confessarvi anche questo. Ero un samaritano accompagnatore, di certo non il responsabile di quel gran casino – il responsabile, gente, non vi dico che razza di trimone era –.
Stavo facendo un favore ad una persona cui volevo bene, che non voleva andare da sola in quello che, ve lo giuro, è tutto fuorché un bel posto.
E, insomma, io deambulavo per quei corridoi pacioso e sereno, e quelle persone con i lenzuoli addosso mi guardavano strano, nel senso che mi guardavano proprio in un modo strano. Presente quando la gente ti fissa e tu pensi d’avere qualcosa fuori posto, o una caccola al naso, o un orrendo brufolo in fronte? Ecco, mi guardavano in quel modo. E io ero lì come accompagnatore, cioè non ero né responsabile, né niente, e a un tratto mi sono comunque sentito colpevole.
E non sapevo di cosa, né il perché. A un tratto, davvero, ho iniziato a sentirmi una specie di mostro.
E, ve lo confesso, anche lei non è che stesse benissimo.
Mentre stava aspettando di cambiare stanza, ed era tornata a sedersi vicino a me, che ero invisibile per tutti ma grazie al signore non per lei, mi disse “Sembra che abbia ammazzato qualcuno”.
E, accidenti, una già è preoccupata per mille motivi, per mille cose che in certi momenti pensi, e che bisogno c’è di farla sentire ancora più in colpa?
Io, poi, forse più di lei mi sentivo trattato come fossi un criminale.

Quando è entrata nella seconda stanza, quella dove la porta m’ha sbattuto sul muso, è stata dentro per molto, e a me sembrava troppo, e quindi mi sono preoccupato.
In quel momento passava un lenzuolato, e così mi sono alzato e ho domandato se andasse tutto bene – il lenzuolato proveniva dalla stanza –.
Sono stato guardato, fissato e mi son sentito rispondere “La prossima volta preoccupatevi prima”.
Io, per Dio, certe cose non le capisco proprio, ve lo giuro. Certe cose mi fanno diventar matto. Non so se sia la stupidità della gente, la severità gratuita degli adulti che si sentono il padre eterno o, semplicemente, la stronzaggine di certe persone.
Avrei voluto dare un pugno a quella faccia, dico davvero. Non sto qui a dire chissà cosa, a fare chissà quale volo pindarico, però, ecco, posso dirvi che quel volto me lo sono immaginato ben coperto di sangue, tutto rosso, devastato da una gragnuola di miei pugni ben decisi.

Quando lei è uscita da quella stanza piangeva.
La cosa che mi disturbò di più era che cercava di non piangere, come quando ti feriscono nell’orgoglio, ti dicono qualcosa di brutto, e tu non vuoi far vedere che sei stato ferito.
Dannazione se mi arrabbiai. Che poi era quella rabbia che non puoi manifestare, perché sennò ti scambiano per pazzo, ti fanno ancora più mostro di quel che t’han fatto.
Una volta sul marciapiede, all’aria fresca – e, cristo, ho ringraziato il Signore quando sono uscito da quel posto asfissiante – ho acceso una brava sigaretta e l’ho guardata.
Lei respirava dal naso, con la mascella serrata, come quando sei furioso e vorresti spaccare qualcosa, forse uccidere.
Io non sapevo cosa le avessero detto in quella stanza, e sinceramente non l’ho mai voluto sapere.
Credo che certe cose non si debbano chiedere, se dirle, per chi le racconta, significa riviverle. E’ come fare violenza una seconda volta. L’ho sempre considerata una cosa atroce.
Le persone, se vogliono dirti le loro cose orrende, alla fine te le dicono di loro spontanea volontà. Se non ne parlano è perché vogliono dimenticare, o non pensarci, o in ogni caso qualunque altra cosa si leghi al non rivivere il momento.
La abbracciai, lei pianse. Ragazzi se la strinsi forte. A un certo punto ricordo che pensai “Se la stringo un altro po’, la rompo”. Ma lei mi stringeva ben più forte di quanto facessi io e così ho continuato, finché non ha smesso di piangere, mi ha guardato e mi ha semplicemente detto “Andiamo”.

E, vi giuro, i consultori sono i posti peggiori del mondo.
Degli adulti non ci si può mai fidare, soprattutto di quelli che credono d’essere lì per te.

Lui è Inchiostro. Potete trovare i suoi post nella categoria L’InchiostratoQUI la sua biografia.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: