Ero una prostituta e non mi è piaciuto farlo

Mia madre era una povera disgraziata che si faceva di droga e alcool. Non voglio raccontarvi la solita storia della figlia che deve prendersi cura di una madre ridotta in quello stato. Le cose in realtà sono molto più complesse di così. Lei si sforzava di essere una buona madre e poi non ce la faceva più. Eravamo senza soldi e quando ero adolescente, ormai tantissimo tempo fa, ho cominciato a prostituirmi per comprarle quello che le serviva. L’ambiente in cui ho vissuto era talmente squallido da farmi vomitare. Ed è la nausea che ricordo in relazione al mio lavoro di prostituta. Non ero proprio una di quelle che l’ha scelto perché piace. Esistono anche loro e io le rispetto, sono d’accordo che debbano vedere garantiti i loro diritti, ma poi ci sono anche quelle come me e io so che ci sono leggi per tutelarmi. C’erano anche allora, ma avevo bisogno di soldi e mia madre non sapeva che cosa fare della sua misera vita.

Ho tenuto in vita quel piccolo pezzo di famiglia che mi restava, perché mio padre era uno stronzo e avevo solo lei e nessun altro. Ho interrotto la scuola dopo la terza media, e a quell’esame sono arrivata impreparata anche se fui promossa lo stesso perché gli insegnanti sapevano della mia situazione. C’erano poi i servizi sociali, maledetti, che non hanno soluzioni per le donne con problemi, così com’era mia madre. Parlavano soltanto di mandarmi in istituto, e allora ero io che ripulivo tutta la casa e rimettevo in sesto mia madre per fare bella figura in modo che poi mi lasciassero lì dov’ero. Mi sono prostituita fino all’età di 21 anni. Poi ho capito che non meritavo quella vita e che volevo altro. Ho detto a mia madre di cavarsela da sola e sono andata a vivere con altre ragazze pagando una camera in affitto per stare un po’ in pace. Lavoravo come cameriera in un ristorante, poi mi hanno assunta come cassiera in un supermercato e lì sono rimasta per molti anni, perché la paga era decente e io riuscivo a vivere del mio guadagno.

Ho avuto diverse relazioni, mai una definitiva, non una convivenza, perché la mia intimità era già stata violata a sufficienza. Non volevo concedere a nessuno il lusso di vedermi respirare, di notte, o dormire, o fare colazione dopo la doccia. Volevo che quelli fossero momenti solo miei, ed è così che fui in grado di ricostruire un minimo di stabilità emotiva. Presi con me un gatto, che mi ha fatto bene all’anima. Lo ritrovavo dopo il lavoro e lo salutavo al mattino. L’ho amato come fosse un figlio. E poi un giorno arrivò lui. Era un cliente timido che non riusciva neanche a guardarmi negli occhi. Veniva al supermercato per prendere più o meno le stesse cose e si capiva dal carico del suo carrello che viveva da solo. Non so perché ma ho avuto l’impressione che fosse come me. Aveva delle cose da risolvere e un pezzo di autonomia emotiva da riconquistare.

Cominciai a fargli battute esplicite, tentavo di attirare l’attenzione. Poi chiese se volevo andare con lui a vedere un concerto. Pensavo che lui fosse uno spettatore. Invece era parte del gruppo e sul palco quel ragazzo timido diventava una forza della natura. Era protetto dalle luci, non vedeva il pubblico e non vedeva neanche me. Suonava il violino e le sue mani volavano veloci per ricreare un’atmosfera quieta. Quel suono, in mezzo a tanta gente, mi calmava. Poi terminò il concerto e lui venne da me con un po’ più di spavalderia. Gli dissi che era stato meravigliosamente bravo e lui abbassò gli occhi e disse che non era vero. Non ero in grado di contraddirlo ché dal punto di vista tecnico io non ci capivo nulla, ma ribadii che per me era stato bravo, mi era piaciuto, e glielo dissi come fosse una sorpresa. E io che pensavo fosse un tale dalla vita vuota, un po’ come la mia. Invece lui una vita ce l’aveva e io di colpo mi sentii inferiore.

In fondo non ero nessuno. Mi vergognavo della mia piccola vita e non avevo nulla da dirgli a parte aneddoti sui clienti che arrivavano al supermercato. Stavo per andare via, a testa bassa, perché stavolta ero io che non sapevo cosa fare, ma lui mi fermò e chiese se volevo conoscere altri del gruppo. Pensai che volesse esibirmi come un trofeo perché non era particolarmente bello e forse aveva qualcosa da dimostrare a tutti gli altri. Mi prestai al gioco. Fui parecchio espansiva, lo presi per mano, lui mise un braccio sulla mia spalla e così la menzogna fu perfetta. Poi tornammo al bar a prendere qualcosa da bere e lui stava per baciarmi. Gli dissi che non era il caso. E quando pronunciai quelle parole mi sembrò di essere diventata come una di quelle che fanno le preziose e contengono le emozioni per serbarsi vergini fino al matrimonio.

C’era un’amica, un po’ più di una collega con la quale uscivo ogni tanto la sera, che dal momento in cui le raccontai del mio passato si convinse che bisognava ripulire la mia bocca, il mio corpo. Credeva che io mi sentissi sporca o che non avrei voluto mai baciare nessuno perché dalla mia bocca erano passati mille cazzi di ogni forma e dimensione. In realtà non mi sentivo sporca. Non avevo quel problema, e chissà perché per certe persone si può essere vittime delle circostanze in un solo modo. Ma le cose non sono mai bianche o nere. Non amavo il mio lavoro, lo facevo per necessità, ma non sentivo il mio corpo contaminato e la mia bocca piena di sporcizia da ripulire. Per farle un dispetto allora lo baciai. Ho cambiato idea, dissi, e lui ricambiò senza farselo dire due volte.

Questa non è, però, la storia di una ex puttana che poi incontra l’amore e si redime diventando onesta agli occhi della società. È la storia di una donna che si è liberata da sola quando ebbe la forza di farlo. È la mia storia e non può essere descritta in modi che non mi corrispondono, perciò io la racconto. Dopo quel bacio io e il violinista parlammo per tutta la sera. Si fece tardi e lo invitai a casa a chiacchierare ancora, se aveva tempo. Ci addormentammo così, l’uno vicino all’altra, per terra, sui cuscini e il giorno dopo ci svegliò il rumore di una delle mie vicine di casa che cantava mentre faceva il caffè.

Il violinista divenne mio amico e dopo un po’ di mesi si fidanzò con la vicina canterina. Io continuo a vivere con il mio gatto e ho sempre la casa piena di amici e amiche, incluso il musicista e la cantante, ma mai nessun amante è rimasto a dormire per più di due notti. Da poco sto con un tale che mi fa molto ridere. Ci vediamo fuori o ci fermiamo a casa il tempo di fare sesso e poi ciascuno torna alla propria vita. Ed è perfetto. Lo è per me.

Dimenticavo: non ho mai più accettato un regalo da un uomo. Non voglio essere in debito, con nessuno. È forse sbagliato quel che faccio?

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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