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Quando tra femministe non ti senti a tuo agio

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Raffaella scrive:

Partecipo volentieri alle assemblee femministe. Vado alle manifestazioni. Mi dedico anche ad altre battaglie per i diritti civili di ognuno di noi. Sono una persona impegnata eppure quando torno a casa mi pare di essere totalmente dissociata. Quelle che porto in piazza sono le mie istanze. Credo davvero in quello che faccio? E se combatto in piazza per alcuni diritti sono sicura che tra questi ci siano quelli che riguardano direttamente me?

Qualunque cosa si discuta e qualunque cosa si faccia per molte sembra diventare una specie di anestetico che ottiene l’effetto di farci dimenticare quello che ci riguarda da vicino. Prendi me, per esempio. Sono una donna che ha dovuto mollare a metà l’università perché dovevo lavorare per mantenermi. Faccio lavori faticosi e non sono affatto contenta della paga. Questo lo dico soprattutto a quelle donne che rompono le palle, ossessivamente, alle sex worker che sono contente di quello che fanno e a quelle come me invece non dedicano un’oncia di attenzione. I lavoretti che mi danno prolungano la mia adolescenza. Ho superato i 30 anni eppure chi mi assume o mi comanda mentre sto al lavoro mi tratta come se avessi 12 anni. Come si fa a sembrare una persona adulta se non hai risolto un cazzo della tua vita precaria?

Quando alle assemblee femministe si discute di quote rosa io non capisco neanche di cosa parlano. Allora vado a sentire le assemblee dei senza casa, i precari, e lì manca la questione di genere. Non viene neppure considerata. Giusto per dire: se occupo un posto che non ha un bagno funzionante, allora tu pisci e cachi dove ti pare. Puoi evitare di farti una doccia come si deve, ma quando a me vengono le mestruazioni non mi basta quella sistemazione precaria. Oltre al fatto che non è bello essere molestata dal “compagno” che ha occupato con te e pensa che in virtù della lotta comune tu gliela debba dare, la fica.

Mi incazzo spesso, infatti, perché con il compagno che combatte assieme a me contro la precarietà abbiamo tante cose da dirci, ma quando arriva sera lui non può fare a meno di trattarmi come una preda da consumare fino al giorno dopo. E non dico che a volte non mi piaccia o che io non abbia mai avuto l’iniziativa per consumare la notte con qualcuno. Dico che cambio spesso luoghi e dove dovrei sentirmi a casa perché parlo con le mie simili in realtà mi sento molto a disagio. La maggior parte delle persone che vedo lì sedute in cerchio hanno un lavoro stabile, alcune sono pensionate, altre hanno incarichi istituzionali e anche quelle che sembrano meno borghesi hanno un atteggiamento da scolarette che prendono appunti per farsi insegnare il verbo femminista.

Ma io non sono lì per farmi evangelizzare. Non è di citazioni dotte e di ortodossia femminista che ho bisogno. Mi serve discutere del fatto che se non lavoro per 14 ore di seguito il datore di lavoro mi caccia via. E questo vale anche quando mi impone di lavorare, a volte, anche il fine settimana. Voglio parlare del mio magro stipendio, di quell’aborto che non mi ha lasciato traumi ma in altre condizioni non lo avrei scelto. Vorrei parlare del fatto che mi sembra di sprecare la mia intelligenza che potrebbe essere utile a molto altro. Vorrei sentirmi a casa, rilassarmi, sapere di avere accanto persone sulle quali poter contare.

Posso dire, però, che in tante donne non vedo moltissima empatia. Si parla di tutto e ci si scazza sulla condizione della donna nel medio oriente ma di me non si parla mai. Mi sembra allora di essere indotta alla partecipazione a qualche iniziativa solo per fare numero, e cavalcando l’onda delle emergenze stabilite da governi e media. I giornalisti non scriveranno mai, però, che l’emergenza economica frantuma le persone, massacra le intenzioni e induce me a ritirarmi in buon ordine perché sono stanca, andare alle assemblee per me è un sacrificio che mi costa riposo e soldi, e con quelle signore benestanti non ho nulla in comune. Così in realtà trovo che sia anche il rapporto con altro tipo di militanti. Ci vedo sempre le stesse dinamiche di gruppo. Il leader, la prima donna, il branco, le decisioni misurate al millimetro e ore sprecate per decidere se la virgola va prima o dopo la penultima parola di un volantino.

Mi piacerebbe parlare di tutti noi, e so che se tanto avviene vedrò tutte quelle persone sedute, mute, con l’animo sgonfio, perché quando è il momento di affrontare se stessi non ci sono virgole o volantini che tengano. Devi avere il coraggio di metterti a nudo, perché altrimenti stai mentendo, agli altri e soprattutto a te stess*. La militanza è diventato perciò un anestetico sociale. Un modo per fuggire dalla realtà. Una battaglia sempre più virtuale, fatta di petizioni inutili e di comunicazioni su facebook che valgono quasi niente.

Non credo che l’errore sia delle singole donne che praticano femminismo. Credo, piuttosto, che si tratti di chi mercifica ogni cosa e noi non siamo consapevoli del valore che il femminismo ha acquisito in alcune sedi. I media mainstream, i politici, i governi, i presidenti di intere nazioni parlano di donne, violenza sulle donne, e per ogni corpo femminile guadagnano soldi, sulla nostra pelle, senza che noi si sappia almeno sfruttare l’onda per cavalcarla e tentare di fare passare almeno uno dei nostri tanti messaggi perduti qui e là.

Quello che poi mi lascia un po’ di stucco sono le maniere quasi religiose di porsi riguardo al femminismo e oltre al dogma c’è anche una maniera istituzionalizzata di fare politica. Mai un passo oltre quelli consentiti. Non una parola in più. Non si può raccontare la realtà a modo nostro perché ogni parola viene mediata da professioniste del femminismo e da chi aspira a diventare tale. Posso capire che con la precarietà che esiste qualcuna aspiri a beccare lavoro usando il brand “donna”, ma allora io a che servo? Cosa ci faccio in mezzo a loro? Perché dovrei mostrare i muscoli e combattere se sono lì ad abbassare i decibel della mia voce ché altrimenti i capi del mondo si lamentano?

In tutto ciò, sperando si capisca quello che volevo dire, mi piacerebbe si discutesse di quello che ci succede per davvero, perché sono convinta che in tante abbiamo cose da raccontare e sarebbe bello poter raccontare il femminismo attraverso le nostre vite, le nostre esperienze che già leggo su questo blog. Se non ci raccontiamo l’un l’altra quello che nessun altr@ vuole ascoltare io sarò completamente sola. Mi sentirò maledettamente sola, così penso sarete anche voi. Chi mi aiuta a spezzare questa solitudine?

Grazie per aver ascoltato.

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Comments

  1. Grazie Raffaella, grazie tantissime per queste parole che tradiscono spirito d’iniziativa ma anche tanta solitudine. Solitudine che mi sento di condividere in pieno perché anche io, nel mio piccolo (e in contesti del tutto diversi: sono una studentessa laureanda, da quest’anno precaria “a tempo pieno” fra ripetizioni e lavoretti d’occasione nei campi più svariati), non mi sento capita da nessuna di quelle istanze che dicono di rappresentarmi.
    Vengo dalla provincia, da una città perlopiù leghista e molto bigotta – sono dell’estremissimo Nord- e qui l’unico “femminismo” che posso ascoltare è quello delle signore dei consultori, cattoliche praticanti e militanti di generazioni che furono.
    Non esistono collettivi né centri sociali, perciò mi manca anche quella parte di lotta per la casa/contro la precarietà di cui parli tu (e che tanto invidio, ma per ora non posso farci nulla). Non esistono femminist* che sappiano guardare oltre la locandina dello sportello contro la violenza sulle donne. Si parla di LG (ma di BT nemmeno l’ombra) ma a sottovoce, col timore di disturbare. Parlo con sparut* compagn* di femminismo intersezionale e di lotte comuni ma non c’è mai vera comunicazione perché prima si deve andare dalla “loro” parte, così poi magari (se avanza tempo, fra un volantinaggio random e l’altro) s’arriverà anche dalla mia.
    Manca l’intersezionalità, manca la comunicazione, manca la comprensione. O il compromesso (e allora accettiamo di essere un po’ imbavagliat*, perdendoci?) o la sterile solitudine.
    Vorrei darti una una soluzione ma, come hai ben visto, non ho che da proporti i miei dubbi. Io stessa mi ci arrovello da qualche tempo.
    In ogni caso ti ringrazio e abbraccio.
    Non sei sola e non sentirtici,
    F.

  2. Anch’io soffro questa solitudine, la soffrivo prima di aprire il blog dove cercavo conforto. Ho trovato la tua storia, così simile alla mia. A 31 a far lavori pesanti, in mezzo a ragazzini, senza soddisfazione. Ti senti fermo, senti lo spreco intellettivo, ed hai ancora meno voglia di fare.
    È difficile trovare con chi confrontarsi quando tu sei liber@ ma attorno a te trovi solo prigionia.

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